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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Archivio per la categoria ‘Lettere & Interventi’

Rassegna stampa, lettere, interventi, analisi

Benvenuti alle Termopili

Pubblicato da comitatonogelmini su 23 maggio 2013

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di Wu Ming* da Internazionale
23 maggio 2013

* Wu Ming è un collettivo di scrittori italiani

E così il 26 maggio la cittadinanza bolognese andrà a votare. Referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole d’infanzia paritarie private.

Alla cittadinanza viene chiesto di esprimere un parere su quale sia la forma “più idonea” di utilizzo dei finanziamenti comunali per garantire “il diritto costituzionale all’istruzione dei bambini e delle bambine”: dare oltre un milione di euro alle scuole pubbliche comunali e statali (A) o continuare a darlo alle scuole paritarie private (B). Un piccolo caso locale che ha attirato l’attenzione da tutta Italia per il forte valore simbolico  e che, comunque andrà a finire, ha già messo in evidenza un dato innegabile: un comitato di poche decine di volontari è riuscito a far tremare i colossi dai piedi d’argilla che saturano lo spazio politico italiano, ritrovandoseli tutti contro, dal Pd alla Cei.

Con il passare delle settimane, il clima in città è andato surriscaldandosi a causa dei toni assunti dall’amministrazione comunale e dal sindaco Merola, a ogni uscita pubblica sempre più nervoso e offensivo nei confronti dei referendari. Il refrain dura da mesi, ma ultimamente è diventato un disco rotto: ideologici, strumentalizzati, estremisti, nemici della scuola, nemici dei bambini, discriminatori, e chi più ne ha più ne metta.

Il motivo di tale aggressività è presto detto: l’appoggio al fronte referendario annovera, oltre a Sel, sindacati di base, M5s, Fiom e Flc-Cgil, tutti gli ultimi esponenti della sinistra italiana. Da Stefano Rodotà a Salvatore Settis, da Luciano Gallino ad Andrea Camilleri, da Gino Strada a Margherita Hack, da Dario Fo a Michele Serra, da Corrado Augias a Marco Revelli, da Paolo Flores D’Arcais a Francesco GucciniPer non parlare della sfilza di attori, registi, scrittori. Perfino i Forever Ultras del Bologna Fc 1909, che domenica scorsa, in curva allo stadio, hanno srotolato uno striscione con su scritto: “MerolA: BolognA + scuola PubblicA = A”. Last but not least, la Scuola di Barbiana e gli alunni di don Milani hanno aderito alla battaglia del comitato referendario, dimostrando una volta per tutte che non di guerra di religione si tratta, come piacerebbe far credere a certi altri tifosi.

Sull’altro fronte, dalla parte dell’amministrazione comunale e dei sostenitori dei finanziamenti pubblici alle scuole private è sceso in campo niente meno che il presidente della Cei, il cardinale Bagnasco. Poi i tre “Maurizii”: Lupi, Sacconi, Gasparri. Il Pdl è in prima linea insieme alla Lega Nord. E ovviamente il Pd, il primo partito in città, con tanto di endorsement del decano Romano Prodi. Perfino il papa qualche giorno fa si è pronunciato, con un tempismo non casuale, ricordando che “la scuola cattolica costituisce una realtà preziosa per l’intera società, soprattutto per il servizio educativo che svolge, in collaborazione con le famiglie. Ed è bene che sia riconosciuto il suo ruolo in modo appropriato”.

Al pontefice va riconosciuto il dono dell’onestà, perché ha parlato di scuole cattoliche senza giri di parole. Invece non c’è una dichiarazione o una riga sottoscritta dai sostenitori laici o clericali dell’opzione B che ricordi questa semplice verità: a Bologna, 26 su 27 scuole d’infanzia paritarie private sono confessionali e aderiscono alla stessa struttura, cioè la Federazione italiana scuole materne (cattoliche), fondata su impulso della Cei nel 1973.

L’omissione è cruciale, altrimenti la retorica sulla “libertà di scelta educativa delle famiglie” cadrebbe davanti a quello che è un semplice accordo bipolare stipulato nel 1995 e procrastinato per diciotto anni. In una società sempre più multietnica, multireligiosa e multiconfessionale, tenere in piedi un sistema integrato Peppone-Don Camillo è grottesco, almeno quanto lo sarebbe immaginare un sistema educativo a compartimenti stagni, in cui ogni confessione e ogni gruppo sociale si fa la propria scuola con i contributi pubblici. Il sindaco di Bologna è arrivato a dire anche questo, affermando che sarebbe ben contento di poter finanziare una scuola islamica. Chissà cosa ne pensano i suoi alleati leghisti in questa battaglia. Sta di fatto che non è più tornato sull’argomento.

A sentire i difensori del sistema scolastico integrato pubblico-privato, l’idea di un primato della scuola pubblica – quella inclusiva, gratuita, pluralista, laica, dove vige la libertà d’insegnamento, tenuta per legge a occuparsi di tutti, a prescindere dal grado di abilità, eccetera – è già stata abbandonata. Le scuole paritarie private ex lege fanno parte del sistema scolastico nazionale e quindi sono equiparabili alle scuole comunali e statali. Poco importa che vi si paghi una retta e si debba accettare un piano educativo confessionale.

È il modo scelto dal comune di Bologna per aggirare il problema dell’esclusione dalla scuola d’infanzia comunale e statale di 423 bambini, l’anno scorso, poi ridotti alla bell’e meglio a 103, le cui famiglie hanno scelto di “organizzarsi diversamente”, secondo il sindaco. Un dato, quello degli esclusi, di cui non si trova traccia sul sito del comune che canta le lodi del sistema scolastico bolognese, dove invece si annuncia che quest’anno “si va verso l’esaurimento della lista d’attesa”. Se fosse vero sarebbe molto bello. L’azzeramento verrebbe però ottenuto in questo modo: ci sono 221 bambini in lista d’attesa per la scuola pubblica e 90 posti liberi, quindi c’è un esubero di 131 bambini, per i quali però sono disponibili ben 300 posti alle scuole paritarie private.

Insomma, se sei fortunato vai alla scuola gratuita e laica, se invece resti fuori, puoi scegliere tra mandare i tuoi figli alla scuola confessionale a pagamento oppure tenerli a casa (tanto non è scuola dell’obbligo, ci ricorda il sindaco Merola). Ecco qual è la reale “libertà di scelta educativa delle famiglie” a Bologna nel 2013. E se tra gli esclusi ci sono figli di famiglie non cattoliche o troppo povere per pagare anche una retta bassa, fatti loro. Tra l’altro è evidente che spesso le due condizioni coincidono.

Se infatti si guarda la composizione sociale dei due tipi di scuole ci si rende conto che il sistema integrato sta già producendo differenze sostanziali. Nelle scuole pubbliche comunali e statali i bambini di origine straniera sono quasi uno su quattro, come nella società bolognese reale; nelle scuole paritarie private gli stranieri sono poco più di quattro su cento. La percentuale di bambini disabili e certificati nelle scuole pubbliche è sette volte quella delle scuole paritarie private. Insomma da una parte abbiamo un sistema scolastico dove vanno tutti, e dall’altra un pugno di istituti dove si produce una selezione, e che di fatto sono monoconfessionali e monoetnici. Ecco il gioiellino di sistema integrato che i sostenitori dell’opzione B stanno difendendo.

Queste evidenze vengono nascoste sotto i conteggi fatti con grandezze non commensurabili. L’argomento forte – e sostanzialmente l’unico – dei sostenitori dei finanziamenti alle scuole private è il risparmio per stato e comune. Alla scuola d’infanzia paritaria privata bolognese vanno 1.730 alunni e il comune stanzia per loro una cifra che equivale a circa 60 euro mensili a testa. Niente in confronto ai costi sostenuti per mandare un alunno alla scuola pubblica comunale e statale. Ma è proprio il confronto, anzi l’intero ragionamento, a essere falsante. È fin troppo ovvio che laddove i costi sono in gran parte sulle spalle delle famiglie, l’ente pubblico spende meno. Sui costi del singolo alunno alla scuola comunale e statale ricade anche la quota parte di spesa per il mantenimento delle strutture, per le pulizie, per le forniture, per il personale, eccetera eccetera. È come voler raffrontare la spesa per pagare una stanza d’albergo e quella per fare un mutuo sulla prima casa. È ovvio che la seconda risulta più ingente, ma la casa e tutto quello che c’è dentro diventa tuo patrimonio vita natural durante, e ci puoi far vivere tutti, senza distinzioni di sorta. Alla lunga è chiaro quale sia la scelta più conveniente e che tutela di più il diritto all’istruzione.

La propaganda però picchia duro. Non solo sul sito del comune di Bologna, ma nei dépliant e nei manifesti pro-B in giro per la città, che sono esempi di vera e propria pubblicità ingannevole, quella che ribalta del tutto la realtà delle cose.

Un esempio? “Zero ideologia. 100% bambini”, mentre ci sono bambini rimasti fuori dalla scuola pubblica che saranno costretti ad andare alle scuole confessionali. O ancora: “C’è una sola scuola pubblica: quella che non abbandona i bambini”, come se invece i referendari volessero lasciarli per strada (e magari anche mangiarli, chissà), mentre il referendum nasce proprio dall’esigenza di concedere a tutti i bambini e le bambine di avere un posto alla scuola pubblica, cioè gratuita e non confessionale.

Poi ci sono le parrocchie. Dai pulpiti giunge l’invito ai fedeli a votare B. Gli opuscoli girano tra i banchi delle chiese, mentre sul crescentone di piazza Maggiore campeggiano affiancati i tre gazebo del Pd, del Pdl e della Lega nord, che distribuiscono volantini pro-B. Anche qui l’allarmismo si spreca: si afferma che se vincesse la A le scuole paritarie andrebbero in rovina e 1.730 bambini rimarrebbero senza scuola. Cioè si parla del referendum consultivo come se fosse abrogativo. La responsabile scuola del Pd si è spinta ad affermare che se vince la A il comune metterà le scuole dell’infanzia a pagamento. Quale sia il nesso tra il recupero di risorse per le scuole dell’infanzia comunali e l’introduzione di una retta nelle medesime non è dato sapere, ma tant’è, è ormai la fiera di chi la spara più grossa per terrorizzare la cittadinanza.

Non si era mai vista una classe dirigente locale messa così in difficoltà da un referendum consultivo. Al quale, tra l’altro, sarà pure difficile partecipare.
I 199 seggi che il comune ha garantito sono pochi e in certi casi anche mal collocati. Migliaia di cittadini bolognesi dovranno percorrere fino a cinque o sei chilometri per andare a votare e potrebbero pure trovare la fila. Anziani, genitori con figli piccoli, disabili, eccetera, avranno grosse difficoltà. C’è perfino un seggio collocato all’estrema periferia della città – e al quale sono iscritte migliaia di persone – che non è raggiungibile nemmeno con i mezzi pubblici e per il quale il comune dovrà mettere a disposizione una navetta.

Davanti a tutto questo le poche decine di volontari raccolte intorno al comitato referendario sembrano i trecento spartani di Leonida alle Termopili. Stanno lì in mezzo al passo, fermi, volantino e banchetto al posto di lancia e scudo, a ricevere l’urto della più larga coalizione di apparati di potere politico-economico mai vista: amministrazione comunale, partito di maggioranza, principali partiti d’opposizione, Curia, Cei, Cl, Cisl, Legacoop, Confcooperative, Associazione commercianti. Il variegato esercito di Serse che vuole schiacciarli, per poter dilagare e prendersi tutto.

Si sa come è andata a finire la battaglia. Ma si sa anche come andò a finire la guerra. Ed è il risultato finale che conta. Quella battaglia dimostrò che il più grande esercito del mondo poteva essere tenuto in scacco. E se poteva essere tenuto in scacco, allora poteva anche essere sconfitto. Così fu alle successive battaglie di Platea e Salamina.

Comunque andrà a finire domenica 26 maggio, sarà difficile tornare indietro. Sarà difficile che la paura instillata nel cuore di un’intera classe dirigente che va da Palazzo d’Accursio a piazza San Pietro possa essere cancellata.

Che un piccolo evento come questo, una battaglia periferica, possa inaspettatamente accendere un barlume di luce nell’oscurità che ci circonda, fatta di depressione, senso d’impotenza, frustrazione, solitudine, odio, producendo un’affermazione dal basso, dimostrando che “si può fare”. Ecco cosa terrorizza i vertici del potere politico e clericale. Ecco perché questo referendum è così importante. Perché invia un messaggio forte e chiaro dalla base al vertice: basta tagli alla scuola e al welfare, si dia inizio al recupero di fondi stanziati per i privati. Ma anche basta delega inerziale, riprendiamoci la partecipazione attiva (e non solo attraverso un clic). Basta con il ricatto morale del meno peggio che ha portato al governo con il Peggiore.

È il quotidiano della Cei a trovare l’immagine giusta: “Può sembrare un focherello modesto, localizzato, tanto innocuo nei suoi possibili effetti quanto velleitario nei suoi propositi; ma è un tizzone gettato ad arte accanto a un barile di polvere”.

Il 26 maggio, allora, benvenuti alle Termopili. E che il cozzare del ferro produca tante scintille.

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Padova – Quando il dissenso diventa “illegale”

Pubblicato da comitatonogelmini su 11 maggio 2013

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di Coordinamento Studenti Medi – Padova
11 maggio 2013

Preside e Questura negano un’aula in cui fare l’assemblea “Boycott INVALSI”!

Riceviamo e volentieri diffondiamo il comunicato del coordinamento Studenti Medi di Padova; ci sembra veramente un segno orribile dei tempi che viviamo il fatto che venga negata agli studenti la possibilità di tenere un’assemblea all’interno di una scuola con la motivazione che “gli argomenti trattati vanno contro le direttive del Ministero”.  Ancor più grave che l’invito alla dirigente scolastica sia stato rivolto dalla Questura; il messaggio veicolato da quanto accaduto è molto semplice:  non è possibile esprimere il proprio pensiero, se questo non è in sintonia con quello del “valutatore”.

Invitiamo tutti ad essere presenti lunedì 13 maggio 2013 alle ore 16.00 all’ingresso dell’Istituto “U. Ruzza”: non lasciamo soli i nostri studenti!

COMUNICATO

Mercoledì 8 maggio, ci è stata comunicata dalla Preside dell’Istituto Ruzza la decisione di non permetterci di fare un’assemblea pubblica in merito ai test INVALSI nella “sua” scuola dopo una richiesta della Questura di Padova, anche se pochi giorni fa verbalmente ci aveva dato la sua disponibilità.
Infatti, da quanto da lei dichiarato, la Questura l’avrebbe chiamata “invitandola” a non concederci un’aula magna in cui svolgere l’assemblea, a cui peraltro hanno aderito COBAS Scuola ed il COMITATO GENITORI INSEGNANTI, poiché gli argomenti trattati vanno contro le direttive del Ministero e suggerendole di inventarsi una scusa per giustificare il gesto, come ad esempio dire che nella scuola si sarebbero tenuti i Consigli di Classe e tutte le aule sarebbero state per questo occupate.

Pensiamo che sia profondamente ingiusto ed antidemocratico impedire a noi studenti di informare e creare un dibattito critico nelle scuole su questi test INVALSI, di cui moltissimi alunni interessati e le loro famiglie non sanno nulla.

Troviamo gravissimo che una Preside, nella scuola che dirige ed amministra, debba sottostare ai dettami della Questura, che come abbiamo visto in questi giorni entra nelle scuole e carica gli studenti con un po’ troppa facilità e frequenza.

Denunciamo pubblicamente questa dimostrazione di autoritarismo da parte di chi dovrebbe invece incentivare l’impegno degli studenti nell’ intervenire spontaneamente nel dibattito su un argomento che li coinvolge in prima persona e sottolineiamo che il diritto al dissenso ed al libero pensiero purtroppo stanno diventando sempre più dei privilegi in questo Paese.

Consapevoli che impedire lo svolgimento di un’assemblea studentesca per ordine della Questura va contro ogni principio logico e morale, consapevoli che l’informazione nelle scuole è una delle nostre priorità, L’ASSEMBLEA SI TERRA’ COMUNQUE ALL’ISTITUTO RUZZA LUNEDI’ 13 MAGGIO ALLE ORE 16:00
BE REBEL!
STAY TUNED!

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Valutazione come?

Pubblicato da comitatonogelmini su 9 maggio 2013

 

Billiard Balls and Quiz

da Vivalascuola
9 maggio 2013

Il 7 maggio sono iniziate le prove Invalsi, diventate il perno del sistema di valutazione della scuola italiana. Marina Boscaino e Carlo Salmaso analizzano il Regolamento sulla valutazione e il sistema Invalsi.

Per leggere tutta la puntata di Vivalasuola dedicata all’argomento clicca sull’immagine successiva

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Ecco perché il 26 maggio a Bologna riguarda anche te

Pubblicato da comitatonogelmini su 22 marzo 2013

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di Giovanni Cocchi
Comitato Articolo 33 – Bologna
22 marzo 2013

 

Immaginate di avere un figlio di 3 anni.

 

Immaginate di volerlo o doverlo (probabilmente tutte due) iscrivere alla scuola materna.

 

E’ un vostro diritto, perché lo Stato ha l’obbligo costituzionale di darvi quella scuola (art. 33, comma 2: La Repubblica… istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi).

 

Ma la scuola pubblica per voi non c’èE però vi dicono che potete iscriverlo alla scuola privata parificata.

 

Immaginate che voi non abbiate i soldi o non vogliate (o tutte due) iscriverlo a una scuola “bianca”, o “rossa” o di qualsiasi altra “tendenza” preferita dai suoi genitori, ma lo vogliate iscrivere alla scuola pubblica, arcobaleno“, perchè abbia a che fare con tutti i colori, perché il suo colore se lo scelta da solo quando potrá e vorrá.

 

Poi scoprite che a quelle scuole monocolore di pochi vengono incostituzionalmente dati soldi pubblici (art.33, comma 3 -Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato), di tutti, compresi i vostri, mentre a voi la scuola di tutti è ingiustamente, incostituzionalmente negata.

 

A Bologna 800 genitori hanno provato sulla pelle dei loro figli la negazione di questo diritto, a Bologna 14000 cittadini hanno immaginato di provare tutto questo, e hanno deciso che non era giusto; hanno pensato che ogni euro che c’é andrebbe speso per aprire nuove scuole pubbliche “arcobaleno”, hanno pensato che la libertà di scelta delle famiglie vada garantita in primo luogo a chi vuole o può scegliere (più probabilmente tutte due) la scuola pubblica.

 

Non ce l’hanno con le scuole private cui riconoscono il giusto diritto ad esistere (“senza oneri per lo Stato“) ed il merito di soddisfare desideri privati diversi dal loro, non ce l’hanno col Comune a cui riconoscono il merito di aver voluto una scuola pubblica materna di qualità; ce l’hanno col Comune e le private quando teorizzano la “superiorità” e la necessità di un sistema integrato e della sussidiarietà, quando svendono un diritto (vai alla privata, devi andare alla privata perché ci costa meno).

 

Ce l’hanno con chi “monetizza” i diritti per cui se non c’è convenienza (piú elegantemente e modernamente “compatibilità economica”) chi se ne fotte, per cui é giusto pensare (e dare) sempre di più alla sussidiarietà, dirottando risorse dal pubblico. Ce l’hanno con chi pensa che un referendum su questa cosa, cioè sentire il parere dei propri amministrati su quale ritengono sia la strada maestra (maggiore impegno del pubblico e libertà di scelta per tutti o maggiore ricorso alla sussidiarietà del privato senza la possibilità di scelta per tutti) sia sbagliato.

 

Ce l’hanno con chi usa una legge minore, la 62 del 2000 (nonostante affermi “fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, secondo comma, della Costituzione”), come grimaldello per raggirare la legge delle leggi: la Costituzione.

 

A Bologna il 26 maggio si gioca questa piccola grande partita tra chi “suggerisce” (il referendum è consultivo”) la chiara e semplice fedeltà ad un semplice e chiarissimo articolo costituzionale, sollecitando di imboccare fedelmente quella strada e chi invece da quella strada ha deviato e propone e si propone di deviare sempre più.

 

A Bologna il 26 maggio si gioca un’immensa partita tra questi due opposti modi di concepire la scuola: sempre più pubblica e di qualità per tutti o sempre un po’ piú privata.

 

Ecco perché il 26 maggio riguarda tutti e tutta l’Italia, ecco perché il 26 maggio a Bologna riguarda anche te.

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Test ingresso licei, dalla scuola pubblica della Costituzione a quella a numero chiuso

Pubblicato da comitatonogelmini su 21 marzo 2013

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di Marina Boscaino
da Il Fatto Quotidiano
21 marzo 2013
Fa riflettere, e molto, la questione dell’accesso alle scuole superiori attraverso test di ingresso somministrati ai ragazzi di III media da parte di alcune scuole.

 

Parliamoci chiaro. Dipende da cosa vogliamo e da cosa intendiamo per scuola dello Stato. Le alternative sono due: il modello costituzionale, inclusivo, quello determinato dal suggestivo esordio dell’art. 34 (“La scuola è aperta a tutti”). La scuola dei “capaci e meritevoli” che, benché privi di mezzi, devono essere messi nelle condizioni, nella scuola della Repubblica, che se ne assume il dovere, di esprimere il meglio di sé, di arrivare ai massimi livelli. La scuola del principio di uguaglianza, quella che rimuove gli ostacoli di natura socio-economica, che emancipa, rende più liberi, perché più colti e dunque consapevoli. Oppure, al contrario, la scuola della meritocrazia, quella della competizione tra istituti (chi ha più alunni, chi ha gli studenti migliori), quella che fotografa, immobilizzandoli, appartenenze e destini sociali. Quella dell’offerta a domanda individuale, quella di serie A, contrapposta a quelle di serie B, C… Insomma, quella indifferente all’interesse generale.

Si tratta di una scelta di campo; della decisione, o meno, di imboccare una via senza uscita, annunciata, ormai, da ripetuti tentativi più o meno espliciti di sottrarre alla scuola il suo Dna costituzionale: l’occhieggiare sempre meno velato a modelli anglosassoni di scuola market oriented.

E poi ci sono altre valutazioni. Ragazzi di 13-14 anni, in età di obbligo scolastico, costretti ad affrontare test di ingresso per accedere a quella scuola che, fino a prova contraria, è ancora parte del percorso di istruzione obbligatoria previsto dal nostro ordinamento. Uno spartiacque definitivo, in un’età che – non bisogna essere Piaget per capirlo – è di piena evoluzione. C’è da scommettere che risulteranno vincenti i nati bene. Che accederanno alle scuole più elitarie, adesso più che mai, le quali potranno a loro volta pubblicizzare sui siti l’eccellenza dei loro iscritti. E così la già gravissima confluenza dei figli di un dio minore in percorsi non licealinei professionali si registra il massimo di diversamente abili, di migranti, di disagio sociale ed economicosarà confermata anche dalla selezione (in)naturale rappresentata da test sostenuti per accaparrarsi un posto nella scuola più prestigiosa. Dove – similes cum similibus – si troveranno, ancor più di quanto accade oggi, i pargoli predestinati di famiglie in cerca di precoci accreditamenti e blasoni culturali. Accolti in scuole in cui i consigli di Istituto abbiano deciso di sostituire i più democratici, ma certamente meno esclusivi, criteri con cui in genere si respingono le domande in esubero (il sorteggio o la residenza ad esempio) con i test. Sono lontani anni luce gli anni in cui la convivenza tra il figlio del dottore e quello dell’impiegato o del portinaio era considerata un valore sociale, morale e politico.

Dalla scuola della Costituzione a quella della pre-selezione: il declino definitivo di un’istituzione pensata per assolvere una funzione opposta. L’autonomia degli istituti scolastici può consentire una simile deriva classista? Può la funzione “orientativa” della scuola media essere sostituita da regole “fai da te”, volte alla scrematura su base sociale e meritocratica? Voci di corridoio dal Miur e un “cinguettio” di Rossi Doria fanno pensare di no. Attendiamo (e pretendiamo) denunce, stigmatizzazioni e sconfessioni ben più veementi da parte di chi ha e avrà facoltà e responsabilità di intervenire sulla vicenda.

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L’autonomia diventa arbitrio

Pubblicato da comitatonogelmini su 20 marzo 2013

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di Marco Bascetta
da Il Manifesto
20 marzo 2013

Che i tagli alla scuola e all’educazione non fossero necessità economica ma politica, non una misura di risparmio ma di controllo della mobilità sociale, non principio di razionalità ma ideologia, è ormai un fatto. Cosicché quando di fronte al rovinoso crollo delle iscrizioni universitarie si manifestano allarmi e preoccupazioni, l’ipocrisia dilagante impedisce di rivelare che si tratta di un risultato voluto, di governo in governo e di riforma in riforma.

Una volta ridotto lo spazio e le risorse destinate all’istruzione, una volta dichiaratala capitale del singolo e non patrimonio comune, l’intera discussione si disloca sul terreno dei criteri di selezione e sulla stucchevole retorica della meritocrazia. Laddove l’ultimo velo della spending review cade lasciando libero il campo alla più spudorata ideologia oligarchica.

Era nell’ordine delle cose che filtri e barriere, esclusioni e respingimenti scendessero progressivamente di grado. Dai mastodontici concorsi pubblici alle facoltà universitarie e ora dalle facoltà universitarie alle scuole medie con i primi tentativi di istituire il numero chiuso per l’accesso alla scuola superiore in pochi casi che rischiano però pericolosamente di moltiplicarsi. Il grimaldello che consente di forzare i compiti costituzionali della scuola pubblica e la libertà di scelta dei singoli si chiama autonomia scolastica. Espressione che sta ad indicare, nella realtà dei fatti, non già la partecipazione della cittadinanza alla gestione della scuola ma l’arbitrio dei dirigenti scolastici e delle burocrazie locali. Dopo avere assistito alla stagione dei sindaci-sceriffi, quelli che di punto in bianco mettevano fuori legge panini e gelati, rimuovevano le panchine dai parchi per allontanare i senza casa, stabilivano graduatorie razziali e deliranti per l’accesso a sostegni e servizi, o proibivano i castelli di sabbia sulla spiaggia, stiamo entrando nel tempo dei presidi-sceriffi che, una volta stabilito l’”eccesso” di iscrizioni, stabiliranno i criteri e gli strumenti di valutazione secondo i quali scolari tredicenni verranno giudicati meritevoli di accedere alla loro scuola superiore: «Faremo come all’università, prova d’ammissione e numero chiuso» dichiara orgogliosa la preside di un istituto tecnico di Mantova ( ne riferisce ieri un articolo di Corrado Zunino su La Repubblica). Il fatto che il fenomeno sia ancora sporadico e assolutamente circoscritto non ne sminuisce il significato né il suo collocarsi entro una tendenza e un quadro che si fa sempre più chiaro e circostanziato. I tagli di stato tracciano i contorni di una scuola elitaria e selettiva, incoraggiano i giovani, e ora anche i giovanissimi, ad abbassare le pretese, scegliere la via dell’umiltà, rendersi “utili” a basso costo, mentre l’”autonomia” dei valvassori e dei valvassini stabilisce il dazio disciplinare e “meritocratico” per accedere ai propri istituti, ciascuno secondo il proprio estro e il proprio arbitrio, tutti invocando uno stato di necessità determinato dall’alto e probabilmente addirittura ben accetto. I presidi-sceriffi e i loro consigli di istituto non si limiteranno, infatti, a sorvegliare l’ingresso: i test serviranno loro anche come “strumento per la formazione delle classi”. Di che cosa si tratta? Geni con i geni, mediocri con i mediocri? Discriminazioni “scientificamente” fondate? Che sappiamo, in alcuni casi, aver coperto e mascherato perfino pregiudizi razziali.

Fino a quando il motto “non c’è posto per tutti” ( per tutti gli studenti, per tutte le scuole, per tutte le università) continuerà a dominare su ogni ambito come una legge di natura, qualsiasi arbitrio si sentirà legittimato e inattaccabile, la costosa e potente casta dei valutatori, dall’Anvur ai signori degli Invalsi, dalle baronie universitarie ai presidi delle superiori non cesserà di crescere e prosperare. Sempre meno istituzione formativa, sempre più organo giudiziario.

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Cosa fare per una scuola autonoma e democratica

Pubblicato da comitatonogelmini su 16 marzo 2013

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di Marina Boscaino e Corrado Mauceri
da Globalist.it
16 marzo 2013
A proposito del Dpr sulla valutazione: non possiamo limitarci a guardare il dito e non la luna. Ora la scuola è in mano solo al Ministro. I partiti si sveglino.

Come ogni anno, puntuale come l’influenza, si ripete la protesta relativa alle prove Invalsi e sulla etero valutazione ministeriale sulla scuola; dopo la protesta, che tradizionalmente produce scarsi risultati concreti, si aspetta l’anno seguente. Intediamoci: esistono docenti costantemente mobilitati sul tema; ma la maggior parte ha risvegli tardivi. Quest’anno il disagio primaverile della scuola si è arricchito di un ulteriore elemento: il decreto sulla valutazione di prossima emanazione da parte di un Governo dimissionario che dovrebbe limitarsi all’ordinaria amministrazione. È perché il governo del “professori” considera la valutazione della scuola adempimento “privo di rilevanza”?

Crediamo sia necessario inquadrare il problema delle valutazioni ministeriali più a fondo ed in termini più radicali. Ecco alcune osservazioni:

1. In primo luogo, non è tollerabile che l’Esecutivo e sostanzialmente il Ministro continui non solo a governare la scuola, ma a darsi esso stesso le regole con cui governare la scuola: il Ministro se la suona e se la canta.

Ai tempi in cui dominava la Dc, ma c’era un’opposizione (il Pci), le regole sul governo della scuola erano almeno approvate dal Parlamento; le originarie normative sugli organismi precursori dell’Invalsi (Irsae – Centro Europeo dell’Educazione) erano disciplinate con Dpr, che però non erano regolamenti, ma “decreti delegati”, emanati dal Governo su delega del Parlamento che stabiliva “principi e criteri”; e modificabili con legge del Parlamento.

Ora, invece, in omaggio alla “governabilità” (canto delle sirene che affascina trasversalmente centro-destra e centro-sinistra), il Parlamento “delegifica”, cioè trasferisce il proprio potere normativo al Governo o, in taluni casi, direttamente al Ministro competente.

Il Dpr sulla valutazione è figlio di questa logica, ormai talmente radicata da non trovare opposizione né messa in discussione.

Il Parlamento non ha alcuna voce in capitolo, tanto è vero che – nel caso del Dpr valutazione, che è un decreto emanato dal governo – non è stato nemmeno acquisito il parere della Camera dei Deputati. Tanto è inutile.

2. La Costituzione afferma, come è noto, il principio della libertà di insegnamento. Tale principio è incompatibile con una forma di verifica dell’attività di ciascun docente, scuola e dell’intero sistema scolastico? Certo che no, purchè la verifica sia svolta senza alcun effetto diretto o indiretto, di condizionamento dell’autonomia professionale del personale docente e più in generale della libertà di insegnamento del sistema scolastico nel suo complesso.

Esistono e sono state elaborate (anche in questi anni di “mancato dialogo” sul tema, dal momento che i governi sono andati avanti imperturbabili, nonostante critiche e resistenze), ostinate e inascoltate forme di valutazione e/o di autovalutazione, volte a verificare l’attività didattica e i risultati conseguiti, che non rischiano di trasformarsi in forme di condizionamento, ma che, viceversa, esaltano l’autonomia professionale di ciascun docente e la partecipazione collegiale. Il problema di fondo non è quindi la valutazione. Ma chi valuta, come e con quali finalità.

Il dpr prevede senza dubbio che la valutazione è affidata ad un organismo di emanazione ministeriale, nonostante sia definito indipendente: l’indipendenza, però, non dipende dalla definizione normativa, ma del modo con cui si è nominati e dalle garanzie di autonomia nello svolgimento dell’attività; oppure a funzionari ministeriali (ancorchè esperti e non amministrativi) come gli ispettori tecnici, che comunque dipendono dal Ministro; ogni garanzia di imparzialità della valutazione è ontologicamente negata.

Se poi si considerano le modalità e le finalità previste nello stesso DPR, è evidente che si tratta di una forma pesante e subdola di condizionamento e di limitazione della libertà di insegnamento, che piegherà modalità e pratiche didattiche al raggiungimento dell’obiettivo: dalla creazione di cittadini consapevoli a risolutori di quiz.

Che fare?

Anzitutto prendere coscienza che, finchè la scuola è governata dal Ministro che, grazie anche al regolamento n.275/99 sull’autonomia (tanto conclamata), ha poteri di indirizzo culturale e quindi di verifica, tutti questi provvedimenti sono conseguenti.

Non si può continuare a guardare il dito e non la luna. E’ lo stesso errore di valutazione fatto sul Pdl 953, ex Aprea, e sul governo democratico della scuola; e sull’autonomia in generale: come può il governo essere democratico e la scuola autonoma, se il Cnpi (l’organo che dovrebbe garantire la libertà di insegnamento) è presieduto dal ministro? La garanzia di un’effettiva libertà di insegnamento si realizza solo con una gestione democratica della scuola; però se Pd, Sel e M5S (che ormai è considerato il “nuovo” della politica italiana) realmente vogliono dare un segnale concreto, possono non solo limitarsi a dichiarare il loro dissenso sull’emanando Dpr, ma impegnarsi sin da ora per ritirarlo.

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Sistema Nazionale di Valutazione: l’Invalsi sale in cattedra a distruggere la qualità della Scuola Pubblica

Pubblicato da comitatonogelmini su 9 marzo 2013

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di Cobas della Scuola e CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
9 marzo 2013
APPROVATO IL Sistema Nazionale di Valutazione: COLPO DI MANO DEL GOVERNO MONTI!

Sembrava impossibile che trovassero il coraggio politico di varare un provvedimento così importante con un governo inesistente. E invece il governo Monti l’8 marzo 2013 ha dato vita al SVN (Sistema Nazionale di Valutazione), un sistema mai discusso all’interno delle scuole e anzi bocciato da moltissimi collegi docenti quando fu proposto sotto forma di sperimentazione; anche il Consiglio di Stato aveva dato un parere fortemente critico, così come aveva fatto il CNPI. E invece la casta è andata avanti incurante dell’opinione della società civile ed ha partorito uno strumento coercitivo che diventerà centrale nella vita delle scuole italiane, piegandole alla logica della scuola azienda. Una logica della Qualità Totale (TQM), come se la scuola fosse una fabbrica Toyota, che viene imposta a docenti, studenti e genitori senza che sia stata posta la domanda centrale: QUALI ELEMENTI RENDONO UNA SCUOLA “MIGLIORE”? Solo dopo aver risposto a questa complessa domanda si può procedere ad individuare gli strumenti atti a misurare quegli elementi (sempre che essi si configurino come misurabili). E invece il regolamento appena approvato niente dice in merito a questa domanda preliminare e fondante, mettendo in mano all’INVALSI l’individuazione dei criteri valoriali che orienteranno l’azione quotidiana delle nostre scuole.

COSA PREVEDE IL PROVVEDIMENTO

1)      “Autovalutazione”: la scuola si “autovaluta” sulla base dei risultati dei quiz INVALSI (ridicoli e del tutto eterodiretti), dei parametri strutturali forniti dal MIUR e, se vuole, in base ad altri indicatori scelti autonomamente (che tanto non conteranno nulla). Poi redige un rapporto su un modello in formato elettronico che arriverà direttamente dall’Invalsi ed elabora un piano di miglioramento. Perché hanno l’ipocrisia di chiamarla “AUTOvalutazione”? È l’Invalsi che valuta e insieme decide cosa valutare; è chiaro che le scuole correranno ad allinearsi ai parametri di qualità indicati, trascurando tutto ciò che non sarà oggetto di valutazione (ad es. la buona e semplice didattica). Ricordiamo che la legge di stabilità ha stabilito che dal prossimo anno i fondi alle scuole saranno quantificati in base ai risultati di qualità.

2)      Valutazione esterna: in base ai risultati forniti dai rapporti, si individueranno le scuole da sottoporre per prime alla “cura” (ma successivamente si estenderà a tutte le scuole): ci saranno visite dei nuclei di valutazione esterni costituiti da ispettori e “esperti” formati e selezionati dall’Invalsi; essi riformuleranno il piano di miglioramento a cui la scuola dovrà attenersi: di fatto viene annullata la libertà d’insegnamento.

3)      Azioni di miglioramento: entra in campo l’INDIRE che  supporta le scuole nella definizione dei piani di miglioramento attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, di progetti di “miglioramento della didattica”, di corsi di formazione in servizio per docenti, ATA e DS; il tutto potendo avvalersi anche di privati.

4)      Valutazione dei DS: anche i presidi, tramite gli USR, saranno sottoposti a valutazione.

E se la cura non funziona? Nessuno dice cosa succederà alla scuole che, nonostante la cura, non riusciranno a raggiungere gli standard previsti, ma la realtà degli USA ci dice che queste scuole vengono chiuse e i docenti licenziati (d’altra parte la legge Brunetta prevede il licenziamento dei dipendenti pubblici a fronte di performance ripetutamente negative). 

Parlano di innalzamento della qualità, mentre la drammatica realtà è che questo sistema di valutazione abbasserà rapidamente e con danni irreparabili la qualità della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata, come già accaduto nella scuola inglese e statunitense.

Una quantità enorme di risorse sarà ulteriormente dirottata nella burocrazia (già immaginiamo i moduli e i modelli da riempire) e sottratta al lavoro concreto della classe e della didattica, ma ancor più pericoloso sarà  il potere retroattivo dei piani di “miglioramento”: ci verrà chiesto di adeguare le nostre programmazioni e gran parte della nostra attività in base agli indicatori stabiliti dall’Invalsi, pena la “cura” a suon di ispettori e di corsi di “miglioramento”.

Il popolo della scuola deve saper rispondere con determinazione a quest’attacco: hanno messo a punto un ingranaggio che modificherà il nostro lavoro ed entrerà di forza dentro le nostre classi: vogliono imporci cosa insegnare e come insegnare. I docenti italiani devono saper reagire ed essere in prima fila nella difesa della qualità della scuola pubblica:

           solo un pubblico di qualità può bloccare la privatizzazione della scuola!

ABBIAMO UN’ARMA POTENTE CONTRO IL SNV: LO SCIOPERO CONTRO I QUIZ INVALSI

Se blocchiamo i quiz, facciamo fallire il loro principale strumento di misurazione

I Cobas hanno già indetto lo sciopero contro i quiz INVALSI secondo le seguenti

7 MAGGIO           ►   SCUOLA MATERNA + ELEMENTARE

                                                      14 MAGGIO            ►       SCUOLA MEDIA

                                                      16 MAGGIO                   SCUOLA SUPERIORE

Lo scorso anno il tribunale di Roma ha decretato attività antisindacale la sostituzione dei docenti che avevano aderito allo sciopero indetto dai COBAS nei giorni delle prove INVALSI.

La normativa non è cambiata e perciò è importante che scioperino i docenti in orario nelle classi coinvolte e/o i docenti individuati come somministratori. Proponiamo di istituire in ogni scuola una cassa di resistenza in modo da  sostenere economicamente i colleghi il cui sciopero risulterà utile a fermare la somministrazione.

SCIOPERA I GIORNI DEI QUIZ INVALSI e DIFENDI LA SCUOLA BENE COMUNE

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Il vergognoso decreto sulla valutazione

Pubblicato da comitatonogelmini su 9 marzo 2013

 

vergogna

di Giuseppe Aragno
da Fuoriregistro
9 marzo 2013

Sì del Governo: arriva il nuovo sistema di valutazione di scuole e presidi, – titola il Sole24ore” con ineguagliabile improntitudine confindustriale. A sentire il giornale dei padroni, quindi, Il Governoquale governo di grazia?ha “acceso il semaforo verde definitivo” per un provvedimento inderogabile, anzi, così evidentemente urgente chedovremmo crederela scuola tutta era lì ad attenderlo con ansia. Un decreto necessario, perché, a quanto pare, se Profumo non l’avesse presentato, la scuola non avrebbe più saputo come andare avanti. A guidare il sistema ora sarà l’Invalsi, che dovrà rapidamente preoccuparsi di elaborare calendari di visite di valutatori esterni e definire - con quale competenza s’è visto ormai da tempogli indicatori di efficienza a cui gli insegnanti e i loro dirigenti dovranno rispondere.
Per il Ministero, quindi, era l’Invalsi la vera e unica urgenza della scuola morente. Quell’Invalsi da cuisarà un caso?proviene il sottosegretario Elena Ugolini, che si è fatta in quattro perché il provvedimento giungesse all’approdo finale. A sentire lo “smobilitato” Profumo, sembrerebbe proprio così, perché, sostiene, senza un sistema nazionale di valutazione non si accede ai fondi strutturali europei della programmazione 2014-2020. In realtà c’era tutto il tempo perché provveddese il prossimo governo e non è difficile capirlo: la decisione di approvare il provvedimento non rappresenta solo l’ennesimo, inaccettabile colpo di mano, ma un vero e proprio ceffone alla scuola e alla pericolante Costituzione.
Senza entrare nel merito di una scelta rifiutata ormai apertamente persino dagli Usa, che pure l’aveva “esaltata” e adottata nonostante il motivato dissenso della scuola militante e di moltissimi esperti, la riforma ha il segno tipico dei metodi autoritari propri della peggiore destra. Non a caso per Elena Centemero, responsabile nazionale Scuola del PdL “l’approvazione del regolamento sulla valutazione, la cui impostazione era stata voluta dal governo Berlusconi, è senz’altro una buona notizia per chiunque abbia a cuore la qualità del sistema scolastico italiano.
La verità è molto più semplice e terribilmente più grave di quello che lascia intendere la stampa padronale: il Governo Monti, che non è nato da elezioni e non è caduto in Parlamento perché, quando si è ritenuto sfiduciato, è andato a dimettersi al Quirinale, ha concluso nella maniera più coerente e penosa, la sua vita costituzionalmente anomala. L’8 marzo del 2013 è una data da ricordare. Un Consiglio dei Ministri dimissionario e scaduto, infatti, guidato da un presidente del Consiglio mai eletto, tecnico e allo stesso tempo leader di un partito politico bocciato senza appello dagli elettori, ha ritenuto di procedere all’approvazione di un provvedimento che non aveva nessun carattere d’urgenza. E’ vero, le nuove Camere non sono state ancora convocate, ma questo non vuol dire che un organismo già “morto” come di fatto è il governo Monti, sia abilitato ad un “esercizio normale dei poteri“. E’ vero il contrario: il limite invalicabile della facoltà d’intervento del Governo è la “contingenza straordinaria“.
Questo Governo, nato fuori dalle Costituzione e seccamente liquidato con un drastico no degli elettori che lo hanno impietosamente stroncato assieme ai partiti che lo sostenevano, non mette limiti all’indecenza. Il Sistema di valutazione della scuola non presenta alcun carattere d’urgenza. Urgente è, se mai, la necessità di porre rimedio all’arroganza di Monti e dei suoi ministri e c’è da augurarsi che almeno stavolta Giorgio Napolitano si ricordi di essere al servizio della più volte ignorata “sovranità popolare.

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Sistema nazionale di valutazione, interventi dei politici dopo l’appello

Pubblicato da comitatonogelmini su 20 febbraio 2013

valutazione

da La Tecnica della Scuola
20 febbraio 2013

Dopo l’invio, da parte di alcune associazioni, ai capilista e ai responsabili dei partiti che si presentano alle elezioni di un appello per fermare il tentativo del Governo di emanare in questi ultimi giorni di legislatura il Dpr sul Snv, cominciano a pervenire agli estensori del documento le risposte di alcuni rappresentanti di raggruppamenti politici.

 
Il documento, a firma di oltre 15 associazioni, comitati, federazioni e coordinamenti, rivolto ai responsabili dei partiti e ai capilista che si candidano al nuovo Parlamento, chiede diintervenire per impedire che venga emanato a Camere sciolte il Dpr sul sistema di valutazione, che tante critiche ha avuto dal mondo della scuola, dal Consiglio nazionale della pubblica istruzione, dal Consiglio di Stato e pure dalla Commissione istruzione del Senato, che ne hanno evidenziato le criticità giuridiche e di merito”.
Adesso, gli estensori dell’appello, che chiedono che il tema venga affrontato dal prossimo Parlamento e Governo previa discussione con le scuole, ci segnalano che sono arrivate le risposte di Umberto Guidoni, responsabile scuola nazionale di Sel, dell’on.le Pierluigi Bersani del Pd, di Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione Civile.
 
L’ufficio stampa nazionale di Sel rende noto il seguente comunicato:
Quanto accaduto in Commissione istruzione al Senato è un colpo di mano, lo afferma Umberto Guidoni responsabile nazionale scuola e università di Sinistra Ecologia Libertà.
Un Parlamento sciolto da settimane e un Governo in scadenza non può ipotecare il futuro mettendo mano ad una materia così delicata come il regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazione.
Si tratta di una forzatura a dieci giorni dal voto che si può spiegare solo con la preoccupazione di occupare in tempo utile per le elezioni, continua l’esponente di Sel, due enti importantissimi come l’Invalsi e l’Indire, sui quali in maniera precipitosa si sono indetti i bandi per le candidature.
Sinistra Ecologia Libertà, conclude Guidoni, chiede al ministro Profumo di ritirare la bozza di regolamento e di fermare i bandi per Invalsi e Indire per permettere al nuovo Governo, che mi auguro di centrosinistra, di affrontare la questione in maniera meno frettolosa e con il coinvolgimento del mondo della scuola”.
 
Segnalato anche l’intervento di Pierluigi Bersani, candidato premier del Pd:
“Francesca Puglisi ed io concordiamo con Voi sull’inopportunità politica di procedere ad oltre due mesi dallo scioglimento delle Camere e a pochi giorni dal voto, con un provvedimento che non ha i caratteri della straordinarietà e dell’urgenza
Il decreto sulla valutazione emanato dal Governo Monti ha parecchi punti critici che vogliamo siano discussi dalle scuole e dal nuovo Parlamento anche attraverso consultazioni delle VII Commissioni di Camera e Senato.
I senatori del Partito Democratico della VII Commissione hanno disertato la seduta della scorsa settimana proprio per dare al Governo un segnale di dissenso forte e chiaro.
Vi ringraziamo per la Vostra mobilitazione di queste ore. Speriamo di ricevere ascolto.
In ogni caso ci impegniamo a cambiare metodo se saremo chiamati al Governo del Paese, rendendo ogni scelta trasparente e frutto di una antecedente fase di ascolto”.
 
Sull’argomento è intervenuto anche Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione Civile:

Condivido l’appello lanciato da docenti, studenti, associazioni e comitati del mondo della scuola contro il decreto Invalsi. L’iter del decreto va fermato e faremo quello che è nelle nostre possibilità per farlo. Nella scuola occorre una svolta, una vera rivoluzione civile, che metta fine alle politiche sciagurate degli ultimi anni, continuate con pervicacia dal ministro Profumo e dal governo Monti. Occorre innanzitutto impedire danni ulteriori a quelli già compiuti. È incredibile che a una settimana dal voto, a Camere sciolte, si tenti di imporre, con veri e propri colpi di mano, magari sperando nella disattenzione prodotta dalla campagna elettorale, un decreto che rischia di pregiudicare il futuro su un tema decisivo per la scuola come quello dei metodi di valutazione e approfittare per approvare le ennesime nomine spartitorie e partitocratiche“. 
Lo afferma in una nota il candidato leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia, che aggiunge: “Le modalità della valutazione sono state e sono oggetto di una grande discussione, di moltissime critiche e perplessità. Il rischio è che, invece di dotarci di sistemi di valutazione del nostro sistema per intervenire sui punti deboli, si voglia usare la valutazione come una clava per continuare a tagliare e per imporre agli insegnanti modalità e contenuti della formazione. In sostanza, si vogliono insegnanti che insegnino a superare i test e non a diventare cittadini liberi e maturi, cancellando libertà di insegnamento, specificità culturali, necessità del superamento delle disuguaglianze
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