La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

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Per il ministro Profumo 18 = 24. La matematica questa sconosciuta.

Pubblicato da comitatonogelmini su 19 ottobre 2012

di Beppi Zambon
da globaproject
19 ottobre 2012
In verità nella scuola italiana, come nella società, si lavora troppo e i contratti sono carta straccia. È ora di dire basta allo stillicidio di provvedimenti e alla gogna pubblica.

Per anni ci hanno dileggiato come fannulloni, fancazzisti, sessantottini, settantasettini, per anni hanno preparato il terreno per scardinare l’impianto della scuola e degli insegnanti pubblici: prima è toccato ai maestri elementari del tempo pieno e lungo [via le compresenze, un solo insegnante in classe è il vero punto di riferimento], poi agli ITP e gli inidonei [meno laboratori, più classi, e per chi non è più in grado di svolgere attività didattica 36 ore di servizio in biblioteca], oggi a tutti gli altri [medie e superiori, da 18 a 24 ore in classe]: l’opzione [un po’ crumira!], la possibilità di svolgere attività d’insegnamento fino a 24 ore, con incremento retributivo, diventa proposta di legge per tutti ma a parità di retribuzione.

Sta scritto a chiarissime lettere nella Legge di Stabilità 2012, all’art.3.
La democrazia dove sta?!!! La dialettica tra le parti sociali?!! La contrattazione sindacale?! Ope legis. Il dato politico in tutta questa faccenda è che se passasse il concetto che un governo possa intervenire direttamente su materie contrattuali, ciò significherebbe automaticamente la fine stessa dell’istituto contrattuale, i contratti collettivi nazionali di lavoro- tuttidiventano carta straccia; un secolo, almeno, di storia sindacale passata nel tritacarne e i sindacati, grandi e piccini, sottolineano questo aspetto poco o nulla, baloccandosi sulle ferie recuperate per i precari o il dimensionamento scolastico, punti importanti, ma specifici e assolutamente secondari.

Ora circola la data del 24 novembre come possibile giornata di lotta unitaria per la scuola, non è un pò troppo avanti nel tempo? che non sia soltanto fuffa?!

Uno studio del 2005 condotto per la Provincia di Bolzano, su di un campione piuttosto consistente, ha rilevato che i docenti di ruolo lavorano 1.660 ore in un anno (divise per le settimane di lezione che sono 33 il conto è di 50 ore settimanali!). Di cosa si occupano in tutte queste ore gli insegnanti italiani? L’elenco delle attività è ovviamente lunghissimo. Quelle che assorbono maggiormente maestre e professori sono le lezioni curricolari con gli alunni, la programmazione e la preparazione delle lezioni – attività svolte prevalentemente a casa – i corsi di aggiornamento e di autoaggiornamento, e la cosiddetta ”elaborazione/valutazione/documentazione”. Ci sono poi i compiti da correggere, i colloqui con i genitori, le riunioni, gli scrutini e gli esami e mille altre attività che spesso tengono a scuola i docenti ben oltre l’orario canonico. Chi è, oggi in Italia, che fa 50 ore alla settimana e si sente, costantemente, sfottere, impotente a reagire?: gli insegnanti, quasi fossero cittadini extracomunitari irregolari, i più ricattabili tra i precari. Da vergognarci.

Ora siamo all’aumento di un terzoda 18 a 24 ore, per leggedell’orario a parità di salario. In Italia non ci sono precedenti in materia in nessuna categoria in tutto il dopoguerra e neppure, che io ricordi, durante il Fascismo. Solo Marchionne, alla Fiat con la disdetta del contratto e le newcom, è riuscito ad allungare oggettivamente [20 minuti] il tempo di lavoro, eliminando, in parte, le pause durante la lavorazione, scatenando le giuste reazioni operaie e sindacali. Neppure nella disastrata Grecia e in Portogallo dove, sotto i diktat BCE/FMI i governi hanno tolto agli insegnanti e al pubblico impiego, la 14^ [loro l’avevano!] e parte della 13^: ma l’orario no, nessuno aveva osato tanto e, per ora, impunemente. Dove cavolo è finito quel ragionamento politico, sindacale e sociale che affermava che si potrebbe lavorare meno, tutti e meglio, ma non solo si potrebbe ma si può perché, in Francia le 35 ore in molti settori del lavoro privato e pubblico sono ancora una realtà, e non si toccano questa la parola data da Hollande; in Germania, tanto per chiamare in causa chi viene additato come l’Orco Europeo, gli orari di lavoro pubblici e privati sono mediamente di poco superiori alle 36 ore [la nostra media è superiore alle 39], gli insegnanti di medie e superiori ne fanno 18 [come noi], i maestri 20 [4 di meno di noi] e potremo continuare alla grande con la stragrande maggioranza dei paesi della UE.

Quello che frega noici dicono i Potenti è la produttività, bassa e ora anche qualitativamente in calo: balle. tutti sappiamo che, oggi, la produttività non è più data dalla formuletta magica tayloristica ma che è un risultato sistemico, fatto di relazioni tra distretti produttivi, di sistemi di trasporto, di logistica, di integrazione sociale e assistenziale [vi siete chiesti perché mai rinascono i nidi aziendali o gli alloggi di adrianolivettiana memoria?!!].
Il gap che ci frega sono le Istituzioni del Pubblico che latitano e/o stornano gli interventi di produttività sociale pro domo loro, è il lavoro irregolare e nero, la fantasmagorica evasione fiscale e bancaria, usata mafiosamente, come scambio per l’immunità e la continuità di questa Politica.

È ora di dire basta e mettere in moto un sano moto di rivolta, così come altrimenti ci dicono Caliceti e Di Girolamo nei loro interventi nel blog Viva la scuola , così come comincia ad emergere nei crocchi di insegnanti dentro le scuole. È necessario un moto d’orgoglio che rimetta al centro dell’attenzione sociale la scuola, l’insegnamento, la formazione, partendo da rivendicazioni semplici ma sostanziose: 20 alunni per classe, ruolo unico, stipendio europeo, stabilizzazione dei precari nei posti vacanti.

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Un Governo “prudente” non fa mai il passo più lungo della gamba

Pubblicato da comitatonogelmini su 18 ottobre 2012

di Mario Piemontese
da ReteScuole
18 ottobre 2012
20.731 posti in meno e un risparmio per anno scolastico di 715 milioni di euro.

Il 16 ottobre il Governo ha presentato alla Camera il testo del disegno di legge di stabilità 2013. Il testo è accompagnato come al solito dalla relazione tecnica (qui trovate sia il testo che la relazione tecbnica). La parte che riguarda la scuola si trova a partire da pagina 147. In particolare ci occuperemo di quanto si legge a proposito del comma 42 dell’articolo 3 del disegno di legge.

Ecco come il Governo intende utilizzare i docenti della scuola secondaria nelle 6 ore settimanali da aggiungere alle attuali 18 senza prevedere naturalmente nessun compenso, altrimenti non ci sarebbe nessun risparmio.

Spezzoni orario coperti con ore eccedenti strutturali

Si tratta degli spezzoni fino a 6 ore che i dirigenti scolastici assegnano ai docenti già in servizio nella scuola oppure in subordine a docenti precari utilizzando le graduatorie di istituto.
Nella relazione si legge quanto segue:
All’incremento di sei ore settimanali dell’orario di servizio consegue naturalmente l’azzeramento delle ore eccedenti l’orario d’obbligo affidate al personale docente nominato sui posti dell’organico di diritto. Infatti le ore eccedenti sono assegnate dal dirigente scolastico a personale che si rende disponibile già in servizio nella medesima istituzione scolastica in cui il relativo spezzone deve essere coperto. Il personale in questione sarà d’ora in poi obbligato alla copertura dello spezzone senza ricevere più una remunerazione aggiuntiva per questo.”.
Questa prima operazione produrrà un risparmio di circa 120 milioni di euro per anno scolastico. Non viene fatta nessuna previsione di riduzione di posti perché si ipotizza che tali spezzoni siano abitualmente assegnati esclusivamente a docenti già in servizio nella medesima istituzione scolastica.

Spezzoni orario coperti con supplenze sino al termine delle attività didattiche

 

Gli spezzoni orario costituiti con un numero di ore superiore a 6, rapportati a cattedre intere, attualmente equivalgono a 7.365 posti per la secondaria di primo grado e 13.397 posti per la secondaria di secondo grado. Tali spezzoni sono assegnati esclusivamente a docenti precari.
Nella relazione si legge quanto segue:
La norma comporterà naturalmente la possibilità di coprire detti spezzoni con le ore aggiunte all’orario di insegnamento con conseguente riduzione del fabbisogno di supplenti sino al termine delle attività didattiche.”.
Questa seconda operazione produrrà la riduzione di 3.404 posti nella secondaria di primo grado e di 5.865 posti nella secondaria di secondo grado, con un risparmio per anno scolastico di 98 milioni di euro per il primo grado e 168 milioni per il secondo. Complessivamente 9.269 posti in meno con un risparmio per anno scolastico di 266 milioni di euro.

Docenti di sostegno

I docenti di sostegno della secondaria passeranno da 18 a 24 ore settimanali, sempre a parità di retribuzione.
Nella relazione tecnica si legge che i docenti di sostegno sono nell’anno scolastico 2012/2013 26.642 per la secondaria di primo grado e 19.211 per la secondaria di secondo grado, e che Le circostanze sopra elencate fanno si che la riduzione nel fabbisogno possa essere pari a 6/24mi dell’organico di fatto attuale nella scuola secondaria.
Questa terza operazione produrrà la riduzione di 6.660 posti nella secondaria di primo grado e di 4.802 posti nella secondaria di secondo grado, con un risparmio per anno scolastico di 191 milioni di euro per il primo grado e 138 milioni per il secondo. Complessivamente 11.462 posti in meno con un risparmio per anno scolastico di 329 milioni di euro.

In tutto quindi 20.731 posti in meno e un risparmio per anno scolastico di 715 milioni di euro.

Gli effetti sono sottostimati, infatti nella relazione tecnica si legge:

“…. si è scelto a fini prudenziali di non addurre effetti positivi sui saldi di finanza pubblica all’utilizzo delle ore aggiuntive di insegnamento per la copertura delle supplenze brevi e saltuarie, sebbene alla norma conseguirà certamente una riduzione del relativo fabbisogno. Tali effetti potranno essere verificati a consuntivo.
Sempre ai fini di un prudente conteggio delle riduzioni di spesa attese, per escludere il rischio di conteggiare due volte il venir meno della necessità di coprire un medesimo spezzone orario di sostegno con supplenti, si è scelto nel seguito di non attribuire riduzione di spesa in capo alla norma ove prevede che le ore aggiuntive dei docenti non di sostegno possano essere utilizzate per coprire spezzoni di sostegno. Infatti gli stessi spezzoni possono essere coperti con le ore aggiuntive dei docenti di sostegno. Ciò comporta una ulteriore prudente sottostima dei risparmi attesi
.

Un Governo “prudente” non fa mai il passo più lungo della gamba.

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Cari prof., sporcatevi le mani! Non solo d’inchiostro

Pubblicato da comitatonogelmini su 16 ottobre 2012

di Giuseppe Caliceti
da Il manifesto
16 ottobre 2012

Il ministro Profumo è bravo a fare gesti di solidarietà. Peccato che, meschinamente, non li faccia di persona, ma li faccia fare ad altri. Parlo del sofisma col quale, nei giorni scorsi, il ministro ha annunciato la sua proposta di aumentare ai professori, dal prossimo anno scolastico, l’orario settimanale. Dalle 18 ore attuali, alle 24 ore di docenza in classe. Come per altro avviene già per i docenti della scuola primaria. Per la precisione, 22 ore frontali sulla classe e 2 ore di programmazione settimanale di team.

Di fronte a questa possibilità, nei giorni scorsi, si è assistito a un effluvio di lettere ai giornali di professoresse. Tra le più belle, appassionate e argomentate, segnalo la lettera al ministro Profumo della prof Mariangela Calateo Vaglio, nel suo blog sull’Espresso intitolato Non volevo fare la prof”. Un governo che d’imperio minaccia di stracciare un contratto di lavoro per imporne un altro, senza contrattazione, compie un atto gravissimo. Ogni commento è superfluo: siamo alle barbarie.

D’altra parte, è interessante analizzare questa reazione docente. Per lo più scomposta, occorre dirlo. Spesso la sacrosanta alzata di scudi delle prof assomigliava a chi improvvisamente si svegliasse da anni di letargo. Non voler passare da 18 a 24 ore settimanali, se non si spiega bene, rischia di essere difficile da comprendere da un’opinione pubblica addestrata per anni da media e politici all’esercizio delle denigrazione della scuola pubblica e dei suoi docenti, senza che la maggioranza di questi ultimi, fino ad ora, abbia sentito l’esigenza di scrivere lettere ai giornali e protestare efficacemente.

Soprattutto, mi pare che questa protesta metta in luce le ataviche debolezze del corpo docente italiano, di gran lunga più inerme di quello dei taxisti o dei camionisti, degli avvocati o degli operai. Quali? La divisione. L’individualismo. L’incapacità di far gruppo. La pochezza politica. La paura. E pur prendendomi ugualmente del maschilista, non credo che questo accada perché la maggior parte è femminile. Se si confrontano i livelli di indignazione con i numeri della partecipazione dei prof e dei docenti in genere, per esempio al recente sciopero della scuola della Cgil, personalmente abbastanza deludenti rispetto al disastro che si sta abbattendo sull’intera scuola pubblica, la latitanza politica – in senso partecipativo, non di appartenenza a un sindacato o a un partito – è lampante.

Le responsabilità di quanto sta accadendo è legato anche a quanto i docenti hanno lasciato fare: dobbiamo ammetterlo, anche come docenti. Alla diffidenza verso gli scioperi che ha la stragrande maggioranza. All’estrema diligenza con la quale avviene ogni loro forma di protesta e di lotta. Occorre ricordare lororicordarciche la scuola che si trovano a lavorare ora, non è sempre stata così, ma è il frutto di lotte di anni e anni di tanti, – docenti, genitori, studenti, sindacati, politici,hanno fatto prima di loro senza guardare al loro solo particolare. E in questo periodo, se i diritti non vengono salvaguardati, se non avviene una loro costante e accurata manutenzione, semplicemente, ormai lo dovremmo aver capito tutti, vengono tolti.

Gli ultimi due governi che si sono succeduti lo hanno mostrato chiaramente: non intendono dialogare con i docenti né con gli studenti, ma fare quello che vogliono passando sulle teste di tutto e di tutti. Se si teme di perdere cento euro perché si aderisce a uno sciopero, se ne subiscano poi le conseguenze senza protestare troppo. Non è tempo di belle lettere ai giornali, ma di fatti, di prese di posizioni forti, compatte, che da decenni mancano nella scuola italiana. Occorre sporcarsi le mani non solo d’inchiostro, ma organizzando una seria protesta. Magari perdendoci anche più di sei ore settimanali. Gratis. Altrimenti qualcun altro ve ne farà fare gratis anche molte più di sei.

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Petizione: No alle cattedre di 24 ore. Fermiamo il ministro Profumo

Pubblicato da comitatonogelmini su 14 ottobre 2012

La proposta di Profumo di aumentare il numero delle ore di insegnamento da 18 a 24 è perniciosa e creerà ulteriore scompiglio nelle vite di migliaia e migliaia di famiglie di docenti e di studenti

Non si tratta soltanto di un ennesimo attacco al salario (l’aumento delle ore, infatti, non equivarrebbe a un aumento dello stipendio mensile!). Se dovesse passare il piano che il Ministro dell’Istruzione ha intenzione di proporre, le condizioni di lavoro degli insegnanti di ruolo diventerebbero a dir poco disumane.

Facciamo un esempio.

Un insegnante di francese delle medie, per arrivare a 24 ore, dovrebbe insegnare in dodici classi, partecipare alle riunioni di dodici consigli di classe (lavorando così per molte ore pomeridiane in più, che peraltro non verrebbero computate) e correggere un numero spropositato di verifiche scritte (anche questo lavoro non computato per lo stipendio mensile).

In ogni caso, l’aumento naturale degli impegni pomeridiani andrebbe a sottrarre tempo alla fase della preparazione delle lezioni e del materiale didattico, con un naturale scadimento della qualità dell’insegnamento.

La cosa peggiore, però, è che l’aumento delle ore di un terzo rispetto a quelle attuali comporterebbe anche un taglio di un terzo delle cattedre attualmente presenti nel nostro paese!

Le conseguenze, in termini di costi umani, sarebbero perniciose. I precari, che in tutti questi anni hanno sopperito a tutte le situazioni di emergenza che si sono create nella scuola italiana, perderebbero la speranza di lavoro. Un terzo degli insegnanti di ruolo (in genere i più giovani) potrebbero invece perdere il posto nelle loro sedi di titolarità, e, precarizzati a loro volta, diventerebbero il serbatoio umano (probabilmente pagato a cottimo) per le ore di supplenza che attualmente sono affidate con contratto a tempo determinato proprio ai precari.

E’ dunque un dovere sociale firmare questa petizione, per difendere la qualità dell’istruzione delle nostre scuole e per tutelare la qualità di centinaia di migliaia di vite umane che, senza alcuna responsabilità, pagherebbero il costo di una crisi che non hanno causato.

Per firmare clicca qui

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La gara delle beffe

Pubblicato da comitatonogelmini su 8 settembre 2012

di Alessandra Ricciardi
da ItaliaOggi
8 settembre 2012
Scuola, concorso per 12 mila prof? Sì, ma in tre anni
Meno assunzioni dell’era Gelmini

Doveva essere il segnale della svolta, della normalizzazione della scuola dopo gli anni dei tagli feroci inferti dal duo Gelmini-Tremonti e costati al settore 8 miliardi di minori finanziamenti, ovvero 120 mila posti di lavoro cancellati. Ma annuncio dopo annuncio, e smentita dopo smentita, quello che a tutti i costi vuole bandire il ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, rischia di diventare il concorso delle beffe.

La gara in arrivo è la prima dopo 13 anni di attesa. «Entreranno in ruolo 11.892 insegnanti», ha comunicato fiero Profumo al termine del consiglio dei ministri di fine agosto che aveva autorizzato la selezione. Ebbene, dalla lettura del decreto di autorizzazione emerge che i circa 12 mila posti ci saranno, ma in tre anni: 6 mila nel 2013, 3 mila nel 2014 e un po’ pià di 2.500 nell’anno successivo. Tanti sono le cattedre che il Tesoro, sulla scorta dei dati trasmessi dall’Istruzione, ha stimato si libereranno con i pensionamenti.

Briciole rispetto a un precariato che nelle sole graduatorie a esaurimento conta 180 mila docenti. Briciole anche rispetto alle assunzioni che sono state fatte lo scorso anno e questo grazie al piano programmatico degli ex ministri dell’economia, Giulio Tremonti, e dell’istruzione, Mariastella Gelmini: 64 mila lo scorso settembre, 22 mila questo settembre. E non è finita: visto che il concorso si svolgerà con la vecchia legge, questo pone una seria ipoteca anche sulle immissioni in ruolo dalle graduatorie ad esaurimento, quelle utilizzate per le assunzioni del piano programmatico Tremonti-Gelmini. Perché la legge prevede che si assuma per metà da concorso e per metà da graduatoria, salvo non si facciano concorsi, e allora solo dalle graduatorie. Visto che il bando di gara prevede 12 mila posti in tre anni, ergo anche per le graduatorie valgono gli stessi numeri.

Insomma, per i precari della scuola, che si aspettavano di vedere raddoppiate le chance di una stabilizzazione, le possibilità diminuiscono: 24 mila in tre anni, invece degli 86 mila di questi ultimi due. É vero che con la riforma Fornero i docenti che andranno in pensione saranno sempre meno, ma averlo messo già adesso nero su bianco per un triennio suona come un quasi blocco delle assunzioni nella scuola, che neanche il governo Berlusconi aveva avuto il coraggio di imporre.

Per non parlare della promessa di ringiovanire i prof. Profumo aveva annunciato che sarebbe stato un concorso per giovani. Il bando in fase di stesura invece ammette solo i docenti già abilitati (e non poteva essere diversamente, non essendo cambiata la legge) e dunque iscritti nelle graduatorie a esaurimento, lasciando fuori i laureati dal 2004 ad oggi. E anche chi sta sostenendo, circa 30 mila, i tirocini per abilitarsi, banditi sempre da Profumo: finiranno la prossima primavera. A che gli servirà l’abilitazione, a concorso avvenuto?

Nessun timore, aveva sempre detto il ministro, ci sarà una nuova gara a maggio. Ma quella che si sta per bandire avrà valenza triennale, si scopre in queste ore. Dunque, l’abilitazione sarà carta straccia o poco più. Per non parlare dei costi. Si attendono centinaia di migliaia di candidati, a cui far fare prova preselettiva, con test di logica, prova scritta e orale, con una lezione di mezz’ora da simulare.

E i sindacati? Il sentimento più diffuso, oltre alla rabbia, è il disorientamento. Lo Snals chiede di bloccare tutto, la Flc-Cgil pretende pesanti modifiche, la Cisl scuola parla di irresponsabilità, la Uil chiede chiarezza. Profumo invece sembra inrenzionato ad andare dritto per sua strada e a pubblicare il bando il 24 settembre, come annunciato. Intanto la protesta dei prof continua a montare via web. Il sit-in di protesta della scorsa settimana sotto il ministero, promettono in molti, è solo l’inizio di un autunno che sarà assai caldo.

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La scuola: sostantivo femminile

Pubblicato da comitatonogelmini su 17 aprile 2012

di CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova

CORSO di AGGIORNAMENTO Regionale

La scuola: sostantivo femminile

venerdì 27 aprile dalle ore 9.00 alle ore 13.00

Anfiteatro I.T. “L. Einaudi”

Via delle Palme,1 – Padova

PROGRAMMA e RELATRICI 

Ore 9.00/9.30: registrazione dei partecipanti 

Ore 9.30 – 10.10

Alisa Del Re, direttora C.I.R.: Studi sulle Pilitiche di Genere, UniPD

Il lavoro complesso delle donne tra produzione e riproduzione nella società globalizzata’ 

Ore 10.10 – 10.50

Marina Boscaino, docente L.C. “F. Vivona”, giornalista e blogger, Roma

 La femminilizzazione del lavoro docente tra ricadute sociali e didattiche’ 

Ore 10.50 – 11.30

Silvana Badaloni, docente Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione UniPD

 Donne e Scienza: un rapporto difficile

Pausa caffè

Ore 11.45 – 13.00

Dibattito e Conclusioni

introduce e coordina il dibattito

Rosalia Toller, docente I.T. “P.F. Calvi”, CESP Padova

Verrà rilasciato l’idoneo attestato di frequenza ai sensi della normativa vigente. L’iscrizione si effettua all’apertura del convegno, per adesioni preliminari:

CESP, via Cavallotti 2 – 35100 PADOVA – FAX 049 8824273 – EMAIL : info@cesp-pd.it 

Il convegno è stato realizzato grazie alla collaborazione di : 

CESP – Roma  Associazione per i Diritti dei Lavoratori Padova

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L’Invalsi e il falso paragone con il colesterolo

Pubblicato da comitatonogelmini su 16 febbraio 2012

di Vincenzo Pascuzzi
16 febbraio 2012

Partiamo dall’articolo di Matteo Acmé ”Nessuno mi può giudicare. Agli insegnanti non piacciono le verifiche. Ma la valutazione del lavoro può migliorare la scuola”  per fare alcune considerazioni e riflessioni.

Premessa. Già c’è stato chi ha paragonato i test Invalsi al metro della sarta  e chi al termometro. Ora c’è chi li paragona all’analisi del colesterolo: Roberto Ricci responsabile dell’Invalsi e Vanni Savazzi prima di lui. Ora il paragone è una figura retorica utile a chiarire un nuovo concetto o una nuova situazione riferendola a un termine di paragone simile e già noto. Però se si estendono le prerogative e l’utilità del paragone oltre all’azione chiarificatrice, cioè si cerca anche di trarre conclusioni da una situazione nota per applicarla all’altra nuova, è possibile facilmente cadere in errore, essere ingannati o ingannare altri. E, a volte, l’inganno non è casuale ma è intenzionale e voluto.

La pioggia nel pineto. Wikipedia.org come esempio di paragone cita versi di D’Annunzio: “e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre” (La pioggia nel pineto). Ciò va benissimo ed è pure poesia! Ma a nessuno salterebbe in mente di estendere oltre il paragone chiome-ginestre. Cioè, ad esempio, pettinare o fare lo sciampo ai rami giunchiformi delle ginestre, oppure cercare a primavera fiori gialli nelle chiome.

Il colesterolo. Leggiamo prima sul weblog di Vanni Savazzi: «Dal punto di vista strettamente materiale, contrastare un test sulle competenze di comprensione della lettura e sulle competenze logico-matematiche assomiglia un po’ alla paura di fare test del sangue per paura del colesterolo». Paragone che troviamo ripreso nell’articolo di Matteo Acmé: «Secondo Roberto Ricci (Responsabile SNV-Invalsi) è come per il colesterolo: “Non basta fare le analisi del sangue per guarire. Serve anche qualcuno che ci dica come fare. I test Invalsi sono le analisi, poi però serve il medico” . E per la cura ci vuole tempo». Se i test Invalsi fossero effettivamente come le analisi del colesterolo, i ragionamenti dei due autori filerebbero tranquilli portando alla conclusione da loro prospettata: uno screening di massa utile, necessario e obbligatorio. Ma non è così. Intanto, in quello che dice Ricci, ci sono delle evidenti imprecisioni e omissioni. Normalmente le analisi sono richieste dal medico (non lasciate all’iniziativa dal paziente o dall’analista), ed è lo stesso medico che poi le valuta e prescrive la eventuale terapia farmaceutica o altro. Ma il paragone test-colesterolo crolla completamente su un’osservazione più essenziale e anche più semplice: la seguente.

Quantificare la qualità?! La misura del colesterolo si può fare perché si tratta di una “quantità” esprimibile con un numero e riferita a un’unità di misura definita. Esistono tanti laboratori di analisi che in genere danno lo stesso risultato. Invece gli apprendimenti o le competenze (sia in assoluto che in riferimento a una situazione di partenza o a una condizione sociale) sono delle “qualità”, per di più complesse e difficili da definire. Di conseguenza i test Invalsi non possono essere né un termometro, né il metro della sarta e nemmeno la colesterolemia totale. I loro risultati non sono oggettivi e non sono riproducibili. Anche perché esiste un “solo” Invalsi autoreferenziale, con aspirazioni di onnipotenza, non valutabile né valutato da nessuno . La differenza tra “quantità” (misurabile) e “qualità” (non misurabile oggettivamente) è stata segnalata autorevolmente e ripetuta. Basta cercare in rete, ad esempio, gli articoli numerosi di Giorgio Israel. In uno di questi, l’autore nega a) che i test siano uno strumento come il termometro e b) che le “competenze” siano grandezza definibile oggettivamente: “il termometro non pretende affatto di misurare nella sua complessità e globalità le qualità di un oggetto, bensì soltanto una grandezza precisa: la temperatura. Che cosa misurano i test? Le competenze direbbe Ichino. E come può darsi in modo oggettivo una definizione oggettiva e comunemente accettata, almeno operativa, di competenze?”.

Italiano e matematica. I test Invalsi sono limitati a due sole materie italiano e matematica che all’incirca occupano il 20% dell’orario scolastico e al superiore hanno importanze e finalità diversificate fra i vari tipi di scuola. Le altre materie, che pure non sono meno importanti e costituiscono l’80% rimanente dell’orario, risulterebbero fuori dell’indagine ipotizzata “oggettiva”. Sarebbe come, proseguendo il paragone improprio dell’analisi del sangue, misurare appunto il colesterolo e ignorare glicemia, azotemia, albumina, ferritina, PSA; sono circa cento gli esami possibili.

L’approccio unilaterale e autoritario. Però chi si è invaghito o è interessato ai test Invalsi non sente ragioni, non considera le osservazioni contrarie e ripropone continuamente le sue tesi. Di recente, il decreto governativo sulla semplificazione ha potenziato (?!) l’Invalsi …. gratis (!!) scaricandone ambiguamente le funzioni operative sulle scuole e sugli insegnanti, con l’ovvia contrarietà di questi e la compiaciuta approvazione di altri. Di più, l’Invalsi avrebbe così perfezionato i suoi test da poter valutare il “valore aggiunto” e saper depurare i risultati dai “vantaggi sociali”. Tutto ciò con complessi algoritmi statistici e soprattutto …. autocertificato. Ovvie e fisiologiche le contrarietà e le prese di distanza .

Domande e ipotesi. Quali i motivi di tanta incomprensibile perseveranza o ostinazione? Forse solo malintesa coerenza per gli annunci dati in precedenza? Oppure il cercare facili diversivi o surrogati a più impegnative e costose ma vere azioni di potenziamento della scuola? O ancora stilare comunque classifiche di scuole e docenti per attribuire a chi sta nella parte bassa le responsabilità? E così accrescere, a danno dei docenti, il potere della burocrazia, della gerarchia e dei presidi? E classificando scuole e docenti, non si attenuerebbero le responsabilità degli studenti meno volenterosi rispetto allo studio? Questi non potrebbero sempre accampare a loro giustificazione la responsabilità della scuola o troppo scadente o troppo brava?

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La noia

Pubblicato da comitatonogelmini su 2 febbraio 2012

di Claudia Fanti
2 febbraio 2012

Da dove cominciare?
Siccome siamo immersi nella neve, ma anche nel rigido rigore dei signori del governo, bisognerà difendersi con un po’ di calore. O no?
Il posto fisso che tanto sembra allarmare lorsignori è un antidoto contro la fragilità, contro la monotonia della ricerca del nido senza trovare mai posa.
E’ un’ancora di salvezza contro il senso di morte gelida che la politica ci propina ogni giorno.
E’ un luogo, un tempo che ti fa dire “sono vivo”, esisto per qualcosa e per qualcuno, siano quel qualcosa e quel qualcuno la società, la famiglia, il datore di lavoro, la cosa che costruisco con le mie mani.
E’ quel tempo in cui stringo relazioni, in cui nascono e si appianano i conflitti, in cui parlo con i colleghi e le colleghe.
E’ il luogo delle mie competenze, di quelle che posso condividere e orgogliosamente riconoscere dopo anni di applicazione e devozione a un’idea, a un progetto.
Tu, signore del mio governo, tu che ti trovi su quel posto che non vedi l’ora, dici tu, di abbandonare, tornerai alle tue sudate carte, ne annuserai l’odore conosciuto, rassicurante. Ti guarderai indietro e ti piacerai o non ti piacerai, ma sarai consolato dalla visione di una continuità, di uno studio che ti ha permesso di salire in alto in alto fino a diventare signore di te stesso e morirai con la serenità che dà l’aver trovato luogo e tempo per te.
Non credere signore che noi non ti capiamo quando ci parli con quel tono pacato, sereno, distaccato, a volte rotto da qualche cedimento che fa tanto umano.
Tu e l’altro potere che è quello dei media che ti danno voce concedendo a volte un contraddittorio dove tu non sei più e non potrai sentire, siete le due facce della medaglia di una sirena moderna che usa le parole come un refrain inestinguibile, martellante per ottundere le coscienze, per annichilire la capacità di discernere dei tanti che stanno lì appesi a una speranza di cambiamento.
E dite e dite e dite sempre le stesse cose fino a farle entrare non soltanto nel lessico quotidiano, ma addirittura nel sogno di un cambiamento agognato: quello di un’ Italia più giusta. Ed è proprio questo che non è perdonabile: la distruzione del sogno. Anzi dei sogni di tutti i piccoli senza volto che non ce la fanno a diventare grandi a causa della loro remissività ai vostri dictat. Una remissività che confonde l’argomentare libero, depista le idee più rivoluzionarie assoggettandole alla continua vostra somministrazione di ricette per la vita.
Girando per la strada, nei luoghi di lavoro, la gente parla ormai come voi: ha acquisito il vostro lessico e non ne trova un altro. Replica e si fa replicante sacrificando se stessa alla vostra idea di un sistema economico che sarà più bello grazie alla flessibilità, alla rinuncia del tempo lento dell’apprendimento e del consolidarsi di tale apprendimento. Una visione di un mondo di senza storia personale. Sì, perché non tutti hanno la grazia di accedere a lavori di soddisfazione, emozionanti, gratificanti come voi, come lei egregio Presidente del Consiglio.
Lei vede il suo mondo e il nostro come mondi identici a cui lei, i suoi collaboratori, i politici in parlamento e noi saremmo chiamati agli stessi sacrifici. Usa il noi, mai il voi…le chiedo per favore di usare il voi…sarebbe più equo, non le pare?
La noia è una condizione che si può conoscere soltanto quando non si ha nulla a cui pensare, oppure quando si ha la pancia piena, o ancora, quando non si ha tempo di riflettere intorno alle proprie conquiste.
Non quando si è circondati da colleghi e colleghe che ti stimano per ciò che hai fatto nel tuo lavoro fisso, quando a casa (in quella agognata da tutti) trovi i tuoi bambini che hai potuto far crescere bene grazie al tuo lavoro, quando i tuoi progetti di vita sono sostenuti dalla sicurezza che dà la consapevolezza che sei importante per le persone che ritrovi il giorno dopo al lavoro che ti sei scelto o che hai trovato per caso e a cui poi hai dedicato il tuo tempo prezioso.
La noia sta diventando una dimensione sociale, sta sommergendo i tanto da lei amati giovani che ormai giovani stanno per non essere più (si invecchia in fretta sa, quando si sbatte contro i muri giorno dopo giorno), sta affliggendo la marea di laureati a cui pensate perfino (assurdo il pensarlo in un momento come questo!) di togliere valore al loro “pezzo di carta”, sta portandoli alla deriva psicologica e culturale fino a toglier loro anche la voglia di leggere un giornale…
La noia! Nessuno che abbia un lavoro fisso oggi si annoia, ma voi a dire che si annoia! Alla fine qualcuno ci crederà pure visto che glielo si dirà per mesi e magari perderà il posto contento di non annoiarsi più! E vi ringrazierà! Sì, me li vedo a ringraziarvi in ginocchio per aver loro tolto un peso…in fondo sui sessant’anni magari viene a noia il lavoro e si desidera essere meno garantiti come i “giovani” e può darsi anche che si desideri il sussidio che sarà meglio della pensione. Chissà, forse…
Forse la noia, mai conosciuta, sarà la molla che farà dire “che bello, ho perso il lavoro per cui ho lavorato tutta la vita!” Ha presente quei vecchi film sul condizionamento, sulla propaganda che rendeva tutti un po’ decerebrati, ammansiti, innocui…Se li è rivisti? dica la verità!
O forse no, lei proprio crede a ciò che sostiene, perché talmente grande è la convinzione che ha una mission da portare a termine per il bene degli altri che perde di vista l’uomo, la donna e il loro desiderio estremo di fare nido, di avere figli all’età giusta, magari in modo naturale, senza l’uso di fecondazioni di varia tipologia in età avanzata, perché prima, da giovane, non ci si era voluti annoiare.

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C’è crisi, cancellata la causa di servizio

Pubblicato da comitatonogelmini su 15 dicembre 2011

 

di Antimo Di Geronimo
da Azienda Scuola – Italia Oggi
15 dicembre 2011
La rivoluzione per gli incidenti in itinere o sul lavoro
Niente più equo indennizzo, spese di degenza e pensione privilegiata al personale che si fa male

I docenti e i lavoratori appartenenti al personale Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi) non potranno più fare affidamento su particolari tutele se incorreranno in un infortunio a causa del servizio. L’articolo 6 del decreto Monti (decreto legge 201/2011), infatti, ha cancellato con un colpo di spugna gli istituti dell’accertamento della causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata. É prevista, però, una disciplina transitoria che fa salvi i procedimenti in corso.

Ugualmente salvi i diritti degli infortunati per i quali, al 6 dicembre 2001, data di entrata in vigore del decreto Monti, non siano ancora scaduti i termini per la presentazione della domanda.

Il decreto del governo Monti, che è in corso di conversione alla camera e che potrebbe in questo contesto subire delle modifiche, si inquadra in una serie di provvedimenti che hanno ridotto drasticamente gli strumenti di tutela dei lavoratori della scuola. Si pensi all’inasprimento del regime delle sanzioni disciplinari, all’aggravamento dell’onerosità della prestazione per effetto del sovraffollamento delle classi, al blocco dei rinnovo contrattuali e alla decontrattualizzazione della mobilità interna alle scuole.

Quanto all’art.6 del decreto Monti ecco un breve catalogo delle possibili implicazioni.

Infortunio in itinere

La casistica più frequente circa l’applicazione della causa di servizio e degli istituti ad essa collegati si riscontra in riferimento alle lesioni dell’integrità fisica riportate dai lavoratori a causa di incidenti stradali. Incidenti che si verificano con una certa frequenza nel tragitto da casa a scuole e viceversa.

Si tenga presente che la categoria dei docenti e del personale Ata è ad alto tasso di pendolarità. Perché nella scuola è altissimo il tasso dei trasferimenti d’ufficio. Ciò a causa del calo demografico e soprattutto per effetto dei tagli al personale di questi ultimi anni.

Infortuni durante l’attività

Il corollario del sovraffollamento delle classi è l’aumento del rischio di incorrere in infortuni durante l’attività didattica. Si pensi, per esempio, ai rischi per l’incolumità fisica connessi alla necessità di prendersi cura degli alunni portatori di handicap. In modo particolare nei cosi di disturbi del comportamento ( caratteriali) o di patologie mentali

L’equo indennizzo

Non essendo coperti da alcuna assicurazione Inail i docenti, in caso di infortunio per causa di servizio, fruivano dell’equo indennizzo. Una indennità di modesta entità, che costituiva l’unica forma di ristoro patrimoniale in tali casi.

Assenze per malattia

La cancellazione dell’istituto della causa di servizio, comporterà, inoltre, l’impossibilità per il lavoratore infortunato, di giovarsi della relativa esenzione dalla trattenuta Brunetta sulle assenze per malattia.

E in più, le relative assenze saranno conteggiate anche ai fini del raggiungimento del periodo massimo di assenze per malattia superato il quale scatta il licenziamento (periodo di comporto).

No ai rimborsi

Inoltre, le nuove disposizioni prevedono che il lavoratore infortunato per servizio non potrà più giovarsi dei rimborsi delle spese di degenza.

Fine della pensione privilegiata

Insieme alla cancellazione di tutti questi istituti il decreto Monti ha passato anche un colpo di spugna sulla pensione privilegiata. Si tratta di una particolare forma di pensione che veniva corrisposta ai lavoratori che, sempre a causa del servizio, avessero contratto invalidità o infermità di tale gravità da non poter più svolgere le mansioni. E dunque si applicava nel caso in cui la cessazione dal servizio risultasse necessitata. Non era previsto dunque alcun limite di età o di contribuzione e l’importo veniva calcolato in due modi. Se l’infortunio era talmente grave da essere iscritto nella tabella A allegata alla legge 834/81, la pensione veniva calcolata come se il lavoratore avesse svolto materialmente 40 anni di servizio. Nei casi meno gravi, invece, la pensione veniva in parte decurtata, ma in ogni caso non poteva essere di importo inferiore agli 8/10 dell’importo massimo (art.65 dpr 1092/73).

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Insegnanti vecchi e nuovi ladri di tredicesime…

Pubblicato da comitatonogelmini su 12 dicembre 2011

di Carlo Salmaso
Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova
12 dicembre 2011

Se siete insegnanti, se fate questo lavoro da più di venti anni, se non avete ancora dato un’occhiata al vostro cedolino del mese di dicembre, quello che contiene anche la vostra tredicesima, beh, se avete tutte queste caratteristiche vi invito ad entrare nel portale stipendi (ecco qui il link) e a leggere attentamente la vostra busta paga.

Per comprendere meglio il perché di questo invito, scaricate anche il cedolino equivalente dello scorso anno scolastico (è ancora caricato) e fate il confronto.

Come dite? Trovate che quello di quest’anno sia decisamente inferiore?

Eh sì, cari voi è questa la bella notizia: la vostra tredicesima quest’anno è più bassa di quella dell’anno passato di una cifra che varia fra i 150 e i 300 euro!

A questo punto vi chiederete, ma perché?

Andiamo con ordine.

Il “regalino” lo trovano tutti quegli insegnanti che hanno uno stipendio lordo annuale superiore ai 28.000 € (ultimo gradone stipendiale se lavorate nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie, ultimi due se lavorate nella scuola secondaria di primo grado, ultimi tre se lavorate nella secondaria di secondo grado).

Se il vostro stipendio lordo ha queste caratteristiche, per la parte eccedente i 28.000 € l’aliquota Irpef sale infatti dal 27% al 38%; attenzione, solo per la parte eccedente!

Tenendo presente che i nostri stipendi lordi superano non di molto i 28.000 € e che quasi tutti abbiamo deduzioni e detrazioni che permettono di abbassare l’imponibile Irpef, fino allo scorso anno scolastico la nostra tredicesima veniva tassata con un’aliquota massima del 27%.

Quest’anno no!

Con un’operazione di dubbia trasparenza (quanti di voi ne erano al corrente?) tutta la vostra tredicesima viene tassata in via cautelativa al 38%, e questo comporta le differenze a cui accennavo più sopra (in meno) fra il cedolino del 2010 e quello del 2011; diciamo che se tutto andrà dritto (?), forse rivedremo quanto ci è stato “elegantemente” sfilato dalle tasche in febbraio 2012 (adeguamento alle trattenute) o al momento del conguaglio del 730 in luglio.

Uno scherzetto mica male, eh?!

Evidentemente non era sufficiente aver bloccato i nostri rinnovi contrattuali per cinque anni, aver bloccato gli scatti stipendiali per (almeno) due anni, mandarci in pensione con cinque/sei anni in più di lavoro e con meno soldi, averci bloccato per due anni la riscossione della buonuscita: no, era necessario anche prelevare in anticipo dalla nostra tredicesima una quota probabilmente superiore a quanto dovuto.

Tenendo presente l’età media della classe insegnante, diciamo che circa 450.000 colleghi subiranno una trattenuta media di circa 225 € in più: un bottino di almeno 100 milioni di euro.

Con questi soldi avranno forse trovato i fondi sufficienti per poter retribuire i “meritevoli” colleghi che si presenteranno alla nuova edizione del progetto “Valorizza”…

Buon Natale a tutti…

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