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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Maturità e storia di un paese

Posted by comitatonogelmini su 23 giugno 2010

di Mirco Pieralisi
da Retescuole
23 giugno 2010

 

 

L’aver dato le chiavi del paese ad una manica di cialtroni ignoranti è di per sè grave e conosciamo benissimo l’uso peloso della storia fatta dagli (ex?) fascisti e, peggio ancora, dagli ignoranti. Da questo punto di vista l’utilizzo in chiave politica e storica revisionista delle rappresaglie dei partigiani slavi contro i civili italiani (tanti poveri cristi compresi) è particolarmente squallido e non vi stupirà sapere che anche nella mia classe del liceo c’erano i figli di due ex repubblichini che ripetevano sempre questa storia. Storia che per altro è vera e, come in ogni storia di guerra che coinvolge i civili si presta al mercato della conta delle vittime e la storia documentata si arrende di fronte alla propaganda. Come sono vere le ceneri di decine di migliaia di uomini donne e bambini tedeschi di Dresda, rasa al suolo dalle bombe anglo americane come mai nessuna altra città al mondo prima di Hiroshima. Come sono vere le violenze contro le donne, la rapina di stato e le rappresaglie dei Russi nei territori strappati ai nazisti. Ciò che rende ancora più imperdonabile e irremovibile dalla memoria il nazifascismo non è solo il male che ha fatto, ma il male che noi abbiamo fatto per liberarcene, che non va negato (in una specie di revisionismo all’incontrario) ma ricondotto ad una lucida (e lacerante) analisi dei fatti e dei contesti. Per questo nella Costituzione hanno messo “l’Italia ripudia la guerra”, per questo la costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista (già, sembra preistoria, vero?). E per questo quando si maneggia la storia di quella bestia pensante che è l’uomo, dobbiamo essere tanto appassionati quanto rigorosi e prudenti. Questo continuo ad imparare anche alla mia età.
La scorsa estate ho visitato il meraviglioso museo di Caen, in Normandia. Guardando il filmato del D day (tutti documenti di repertorio, schermo diviso a metà tra i due schieramenti che prima si preparano e poi combattono), non riuscivo a trattenere le lacrime. Mi guardavo intorno. Mia moglie non fa notizia, al cinema piange appena spengono le luci, ma tanti altri adulti piangevano, i bambini non dicevano beo. La cosa più struggente è vedere quelle facce di ragazzi di vent’anni mentre si preparavano. Sapevi che molti di loro sarebbero morti poche ore dopo. Non erano attori, ma persone vere. Al cinema mi ero sempre commosso per le storie recitate, diamine, mai avevo pianto per un documentario! Ma quelle facce, ragazzi poco più grandi di mio figlio, quegli occhi spaventati… non riuscivo a pensare che questi di qua erano tedeschi e di là c’erano i nostri. Il caso (il suolo di nascita) li aveva trasformati in liberatori o in aggressori. Quando sono uscito dal museo la marea atlantica si era ritirata e dall’immensa spiaggia potevo vedere i mezzi da sbarco che affiorano ancora, lasciati lì apposta per ricordare. Poi sono andato a vedere le 9.700 croci del cimitero di Colllerville, che 9.700 famiglie di australiani, ebrei, americani, canadesi, indiani, afroamericani caduti hanno deciso di lasciare lì insieme ai corpi dei loro cari. Non ne sono uscito più buono, più comprensivo, più pacificato. Non so come dire… ecco la pietà, questo forse, per la prima volta ho capito cosa vuol dire, anche nei confronti di quelli sepolti nei cimiteri tedeschi. E contemporaneamente, come credevo non potesse più succedermi in quel modo, mi sentivo ancora di più legato al …(perchè no?) mito della resistenza antifascista, a quei pochi ragazzi italiani che un po’ per caso, un po’ per coscienza, un po’ per sfuggire al peggio, hanno ridato un po’ di dignità a questo paese in cui sono nato, sempre pronto a schierarsi coraggiosamente con chi comanda.
P.S. Nel 1983 un amico di Brema era a pranzo da me nella casa di mia mamma, che per l’occasione, aveva cucinato pesce fresco in tutte le salse. Dopo pranzo, non so come mai, fece vedere delle vecchie foto di quando ero piccolo e anche quelle (due o tre in tutto!) del suo matrimonio, anno 1952. A un certo punto si fermò, guardò me, poi lui e disse: “Non avrei mai detto che avrei fatto vedere queste “cose” ad un tedesco…” Quarant’anni prima aveva conosciuto altri tedeschi… Ora, come nell’ultimo libro dell’Iliade, ci si poteva riconciliare con le persone. Ma con la storia mai, perchè “la maledizione degli uomini è che essi dimenticano” (Merlino ai cavalieri nel film Excalibur, J. Boorman, 1981)

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