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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Abbiamo bisogno di un esercito di maestre e professori

Posted by comitatonogelmini su 5 novembre 2010

di Giuseppe Maria Greco
da ForumScuole
5 novembre 2010
È difficile guardare con freddezza a quella componente della nostra democrazia che è l’esercito. I due termini, democrazia ed esercito, nella mente stridono quando vengono accostati perché sembrano, in qualche misura, elidersi reciprocamente.

Infatti la funzione dell’esercito appare legata alla difesa della democrazia contro l’insorgere di una minaccia, per affrontare la quale la democrazia sembra essere costretta ad utilizzare, rinnegandosi, le stesse modalità violente della minaccia,  mediante l’uso appunto dell’esercito.
La violenza, nell’idea comune, è una dimensione inestirpabile dell’essere umano. La democrazia è invece il difficile sforzo di mantenere tra gli uomini relazioni costruttive: non avrebbe quindi le proprie radici nel profondo dell’essere umano tanto quanto la violenza. Questa, quindi, è considerata “naturale” al contrario della democrazia, che si stabilisce e modifica continuamente con fatica. E’ facile quindi interpretare la dimensione militare come “conservatrice”, mentre la democrazia, in perenne evoluzione, appare tendenzialmente “progressista”.
Questa riflessione non vuole essere un giudizio su nessuna delle due dimensioni, ma un aiuto a comprendere meglio i motivi di fondo della separatezza del mondo dei “soldati” da quello dei “borghesi”.
Come accade sempre tra gli umani, è facile che alcuni di essi si convincano dell’urgenza di una particolare dimensione del rapporto con gli altri esseri, e che la dichiarino prioritaria sulle altre.

Questo può verificarsi tra quei “borghesi” che negano la necessità degli eserciti in nome della pace (e della necessità di ribellarsi a coloro che speculano sulla vita altrui), così come ai sostenitori delle forze armate come simbolo della Patria.
Il recente accordo tra Gelmini-LaRussa e l’UNUCI (associazione degli ufficiali in congedo), che promuoveva “esperienze” di tiro con armi, di vita d’accampamento e di regole di comportamento militari, nell’escludere altri elementi di riflessione valorizzava certamente quella seconda opzione.
L’ “esperienza di maturazione” proposta dal duo Gelmini-La Russa, infatti, come si può facilmente recuperare tramite internet, intendono avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso.

Il “modo innovativo e coinvolgente” consiste in corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto e salvataggio e “orienteering”, vale a dire sopravvivenza e senso di orientamento, tiro con l’arco e con la pistola (ad aria compressa) e in “percorsi ginnico-militari”. L’obiettivo, contenuto nel titolo del corso: “Allenati per la vita”, è previsto che venga raggiunto da gruppi di studenti divisi in “pattuglie”, nelle quali possano maturare una sorta di spirito di corpo grazie a quelle “Esperienze di condivisione sociale, culturale e sportive”, come recita la circolare ministeriale.
In sostanza, il retropensiero dei ministri Gemini-LaRussa non riguarda la possibilità, da parte dei ragazzi, di conoscere, , una delle componenti della società italiana alla luce dell’interpretazione che ne dà la Costituzione, ma di imporre un “valor patrio” puramente ideologico in quanto per essi è valido a priori in sé e per sé.

Se si osserva che la Gelmini non perde occasione per criticare aspramente la scuola attuale in quanto, a suo dire, sarebbe la “scuola del ‘68” (dimostrando di non avere alcuna base storica e di essere incompetente sulla scuola), cioè una scuola indirizzata ideologicamente, si capisce come nella sua testa per raddrizzare la schiena al mondo scolastico occorra sostituire un’ideologia con un’altra opposta. In sostanza, la Gelmini vuole una scuola “di destra”, che ideologicamente decida il significato di “merito”, che tagli posti di lavoro con la scusa della mancanza di qualità, che dia ai ragazzi l’idea che i loro vicini di banco sono degli scomodi competitori (o competitors, come piace esprimersi oggi), il cui obiettivo comune è fuori di loro.

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