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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

“Una scuola da rifare, lettera ai genitori” di Giuseppe Caliceti

Posted by comitatonogelmini su 3 maggio 2011

di Giuseppe Caliceti
3 maggio 2011

“Tre mesi di vacanza, eh? Bel lavoro l’insegnante!” Questa è la battuta che a  fine anno scolastico tanti docenti italiani sopportano. A inizio anno, invece:  “Le vacanze sono finite anche per voi, eh? Era ora che iniziaste a lavorare!”
Dal 2008 se ne è aggiunta un’altra: “Adesso ci pensa il Ministro all’Istruzione  a farvi lavorare!” Ti verrebbe da dire: come ti permetti? Poi lasci perdere.quasi. E’ vero, sono battute. Ma nascondono quello che pensa oggi la maggior parte degli italiani.

Quando iniziai a insegnare, più di venticinque anni fa,  non era così. C’era più rispetto per i docenti. C’era un patto di fiducia tra  insegnanti e genitori. Ora questo patto si è rotto. A volte ho tentato di  difendermi, di spiegare. “Le lezioni non si improvvisano, bisogna prepararle.  Il mio lavoro non inizia e si conclude in aula. Anche quando gli studenti sono  in vacanza, io continuo ad andare a scuola. E con la nuova riforma della scuola
io ci guadagno, sono i tuoi figli a perderci. E personalmente sono favorevole al cartellino per i docenti: perchè tutti sappiano quanto lavoriamo”.

E ho tentato di parlare di responsabilità. Di autoformazione. Di psicologi, assistenti sociali, medici, psichiatri, docenti: le professioni più usuranti della nostra epoca. Cosa ricevevo in cambio? Sorrisi.

Così ho deciso di scrivere “Una scuola da rifare”. L’ho scritto sotto forma di una lunga lettera ai genitori degli alunni. Per spiegare perchè i docenti non sono fannulloni.
Per raccontare un poco di quello che fanno oggi i loro figli a scuola. Per far capire come è cambiata la scuola primaria oggi: dal mio punto di vista, dopo la scure infinita dei tagli sulla scuola, in peggio.

Ma per parlare ai genitori anche della scuola che abbiamo abbandonato. E di quella che vorrei. Nel 2008 le piazze si sono riempite di migliaia di docenti e genitori che protestavano  contro lo smantellamento della scuola pubblica. A distanza di diversi mesi, mi sono chiesto, cosa rimane di quella protesta? E – soprattutto – cosa rimane della scuola pubblica?

Ho cercato di rispondere a queste domande e di analizzare lo stato di salute della nostra scuola. L’ho fatto alternando le mie opinioni personali a quello dell’insegnante con il suo bagaglio di storie dove i protagonisti sono gli alunni. Non si tratta solo di un libro sull’orgoglio docente. Ho cercato di parlare anche di maestri come don Milani, Gianni Rodari, Loris Malaguzzi, Mario Lodi.

Ho cercato di difendere la scuola pubblica italianauna delle migliori al mondo per qualità di insegnamento prima della controriforma Gelmini: la prima in Europa (ora siamo al tredicesimo posto), la quinta nel mondo. A tratti ho provocato anche i genitori degli alunni, ricordando loro che l’istruzione primaria non è una bambinaia che tiene impegnati i loro figli per qualche ora al giorno, ma è il momento fondamentale della loro formazione. Una formazione che va oltre le continue riforme, i ridimensionamenti di materie e personale docente, la fatiscenza delle strutture scolastiche. Una formazione che da sempre deve insegnare la condivisione.

Alla fine ho pensato bene di scrivere un decalogo della scuola che vorrei. Eccolo:

La scuola che vogliamo
1 Laica, gratuita, libera, solidale
2 In cui si sta bene insieme
3 Che aiuti i nostri figli a diventare adulti felici e responsabili
4 Sulla quale lo Stato sappia investire come una risorsa
5 Che valuti l’apprendimento, ma che tenga conto anche delle emozioni
6 In cui i nostri figli imparino a lavorare insieme
7 Proiettata verso il futuro
8 Basata sul metodo delle domande e della ricerca
9 In cui i docenti siano preparati e si ricordino di essere stati bambini
10 Vogliamo una scuola senza paura di sbagliare e senza fretta: neppure di diventare grandi.

3 Risposte to ““Una scuola da rifare, lettera ai genitori” di Giuseppe Caliceti”

  1. giovanni said

    Caro Caliceti, quello che dice è tutto vero. Però andrebbe raccontato prima di tutto ai suoi colleghi. I luoghi comuni sugli insegnanti e i giudizi negativi sono alimentati ogni giorno da quello straordinario sistema di propaganda che sono gli insegnanti imboscati, con le loro assenze prolungate e ingiustificate, la loro mancanza di professionalità e di preparazione, la loro arroganza e le mille maniglie cui si possono appigliare per conservare un posto di lavoro che palesemente non meritano. Magari sono pochi, ma benissimo protetti da un sindacalismo tarato sulla difesa dell’indifendibile, da presidi scaltri, da colleghi che, come in ogni corporazione, si astengono. Basta un solo insegnante imboscato in una classe perché nascano problemi, proteste, sussurri, malelingue e sostegno ai luoghi comuni. I genitori hanno già due incombenze: votare per un governo della scuola migliore (e fin qui spesso non ci sono riusciti) e tutelare i propri figli nel breve lasso di tempo in cui si confrontano con la scuola (breve perchè è una difesa anno su anno). Riqualificare la corporazione ( e riorientare il sindacalismo della scuola e i colleghi imboscati) spetta prima di tutto agli insegnanti.
    Giovanni Landolfi
    genitore
    Padova

  2. antonietta gizzi said

    Caro collega, insegno da trent’anni nella scuola primaria e ho vissuto parecchie riforme e “adeguamenti” che, anno dopo anno, sono serviti a rendere la professione viva e vivace, anche nel confronto e nella polemica. La scuola è prima di tutto una opportunità di crescita per noi docenti, di responsabilità verso i bambini e collaborazione con le famiglie. Condivido ciò che dici e aggiungo che, parlare male della scuola significa non conoscere i bambini, aver spezzato il legame e il ricordo della propria infanzia, vivere con invidia la possibilità di stare, quotidianamente, con la parte sana e attiva della società: l’infanzia. Continuiamo ad essere educati e corretti nel rispondere alle accuse e sarà un’ulteriore prova dell’essere “buoni maestri”, sapendo bene che ci sono i furbastri anche nel nostro gruppo, come del resto in ogni classe. Intensifichiamo l’entusiasmo e andiamo avanti serenamente, insomma, diamo il buon esempio, ai più piccoli, ai bulli e ai prepotenti, senza fare preferenze di simpatia, ma rafforzando la nostra serietà professionale. Buon lavoro! Antonietta Manuela Gizzi

  3. Walter Ferrari said

    Vorrei rispondere al Signor Landolfi:
    veda, in tutta sincerità, insegnando dal 1982 e avendo cambiato un po’ per esigenze familiari un po’ per gli otto anni di precariato che hanno preceduto il primo concorso utile un cospicuo numero di scuole, spaziando dai licei artistici ai tecnici industriali, ai periti commerciali fino all’ Istituto Agrario (scelto per passione, nonostante io sia insegnante di Lettere) devo dirle che di insegnanti imboscati non ne ho mai conosciuti. Ho avuto colleghi Sindaci e Consiglieri Comunali, che a volte usufruivano di permessi per assentarsi da scuola (come lei saprà vanno richiesti in anticipo e documentati ufficialmente). Ho avuto colleghi con problemi di salute che a volte si assentavano d’ improvviso, e la cosa creava un leggero scompiglio. Non mi erano “simpaticissimi”,lo ammetto. Finche un brutto giorno sono finito io al Pronto Soccorso con la pressione a 300/180 (lo sfigmomanometro non misura più di 300 di massima…) Si stupirono che ci fossi arrivato vivo, in ospedale. Sono seguiti un mese di ricovero e due di mutua, essenzialmente dovuti alla necessità di frequenti analisi e lunghe mattine in ospedale. Al mio rientro a scuola, a settembre, il Preside, ben al corrente della situazione in quanto uno dei medici che mi hanno curato era suo fratello, non aveva ritenuto di informare i colleghi del “perché” della mia assenza. Morbo di Conn, ovvero adenoma di una ghiandola surrenale. E’ inserito nel Registro delle Malattie Rare, per cui ho l’esenzione totale dai ticket farmaceutici (assumo cinque farmaci al giorno, e sarà così per tutta la vita) e diagnostici. Sa cosa “si diceva” a scuola? Che stavo a casa perché avevo la pressione “un po’ alta” ma soprattutto perché ero un lavativo. E tante grazie.
    Ogni anno spendo svariate centinaia di euro per comprare testi di didattica e di aggiornamento professionale, ho tenuto corsi di lingua per stranieri, pubblicato volumi di Storia, articoli di critica letteraria e musicale. Tutto questo “a scuola” non conta nulla, o meno di nulla. Ho ottenuto per un paio d’anni il part-time, ma date le contingenze economiche sono dovuto rientrare a tempo pieno. Suppongo lei conosca cosa significa stare in una classe di 28 adolescenti, è spesso faticoso, e a volte è una fatica che pesa e richiede riposo, non basta il giorno libero. La “rarità” della patologia che mi ha colpito, fa si che per fortuna non ci siano migliaia di docenti in questa condizione: ci vorrebbe più flessibilità negli orari, la possibilità di periodi di cura, e invece continuiamo a essere penalizzati con e le trattenute sui giorni di malattia e trattati da imboscati. Lei muove accuse gravi e immotivate, le assenze ingiustificate non esistono se non nella fantasia (certificato medico entro il primo giorno, altro che balle!)
    Le segreterie sono (giustamente) severissime: a meno che chi faceva rispettare le leggi (a volte in modo pedissequo e un po’ ottuso) l’ abbia incontrato solo io, ma penso di no.
    Non si permetta di dare dell’ imboscato a persone le cui motivazioni per essere assente lei ignora e sono magari anche più gravi delle mie.
    Walter Ferrari

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