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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Caro maestro Muti, i «flautini» in classe non sono così infami

Posted by comitatonogelmini su 27 maggio 2011

di Paolo Capodacqua
da Il Manifesto
27 maggio 2011

Riccardo Muti, a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, se la prende con gli «infami flautini» delle scuole elementari e con le «insulse canzonette strimpellate nelle chiese». Per chi non lo sapesse, gli «infami flautini» utilizzati dai ragazzi delle scuole medie ed elementari, sono quegli strumentini a fiato che gli insegnanti di educazione musicale utilizzano come mezzo per avvicinare i ragazzi delle classi sovraffollate della Scuola Gelmini alla pratica musicale. Non è granché, ma è uno strumento economico (dai 5 agli 8 euro), quindi alla portata di tutti, «democratico», facile da suonare, adatto anche a chi non ha particolari propensioni all’attività musicale o agli alunni con difficoltà d’apprendimento o ritardi di varia natura.
Forse il maestro Muti non si rende conto, (anche perché da lassù è difficile vedere cosa succede quaggiù), ma insegnare musica nelle scuole medie italiane non è come avere a disposizione la London Symphony Orchestra. Gli insegnanti sono costretti a combattere «eroicamente» contro le carenze strutturali di una scuola pubblica disastrata e la «vivacità» di classi numerose dove a volte basta un solo elemento «problematico» per rendere un vero e proprio inferno la lezione di musica. Non c’è selezione musicale, nella scuola di base, non si scelgono gli elementi migliori: si entra in aula e…buona fortuna! Per milleduecento euro al mese.
Le invettive di Muti, però, non si limitano agli infami flautini. Il maestro se la prende anche con le canzonette in chiesa. «Quando vado in chiesa – ha tuonato – e sento quelle quattro strimpellate di chitarre o dei coretti su testi inutili e insulsi penso che sia un insulto». Insomma: «Basta con le canzonette in chiesa» (Corriere della sera del 22 maggio). Muti forse sottovaluta quello che c’è dietro quelle canzonette, quelle stonature, quei versi di religiosità banale e spicciola, dietro quei gruppi di ragazzi sorridenti che il «lavoro» coraggioso di qualche sacerdote è riuscito ad aggregare, magari togliendoli dalla strada di qualche quartiere della periferia urbana ad alto rischio criminalità e rendendoli partecipi e protagonisti di un momento importante (per chi ci crede) come quello liturgico. Il valore sociale, aggregante, socializzante di quelle canzonette, di quella musica strimpellata, in alcune realtà, è enorme. La musica, a volte, può diventare il mezzo, e non l’obiettivo finale, per progetti con finalità pedagogiche, sociali, umane e formative molto più importanti della musica stessa.
Ne è un esempio il progetto di Abbado: «ragazzi a lezione d’orchestra contro il disagio sociale». Quello di Abreu o di Barenboim (israeliani e palestinesi insieme). Insomma, se il flautino infame sorride come un Franti irriverente, sembra invece incapace di un sorriso l’austerità sprezzante di certe posizioni, queste sì respingenti, in grado da sole di allontanare i giovani dalla musica. Certamente per un adolescente delle favelas (in grado magari di sciogliersi davanti al sorriso incoraggiante di Abbado) è difficile, di fronte a espressioni accigliate e scostanti, provare una pur minima attrazione per la musica come elemento di crescita, divertimento, gioco, spiritualità, viaggio interiore, comunicazione, interazione con gli altri. Ne viene fuori una visione «esclusiva» della musica, nel senso di «esclusione» di qualcos’altro, secondo il principio del «questo sì e quello no». Eppure, per rilassarsi un po’, basterebbe solo ricordare ogni tanto che in molte lingue, il verbo suonare coincide con il verbo giocare.

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