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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

S’ode a destra uno squillo di banca. La scuola al tempo delle lettere della Banca Centrale Europea

Posted by comitatonogelmini su 12 novembre 2011

 
di Girolamo De Michele
da Carmilla
12 novembre 2011

 

1. S’ode a destra uno squillo di banca…

Tra un’Emma Marcegaglia che nel nominare il “baratro” nel quale saremmo sprofondati replica (inconsapevole?) lo sketch della signorina Vaccaroni dell’Ufficio Imposte Dirette (era il 1991), e il partito-Repubblica che ricorre a frame da fantascienza di bassa lega per evocare scenari da panico sociale – i bancomat che si rifiutano di rispondere agli utenti per effetto del default [1]; e mentre il titolo di International Advisor della banca Goldman Sachs scompare dalle biografie di Mario Monti, è iniziato il battage mediatico a sostegno del Governo di Unità Nazionale (nella variante vendoliana: Governo di Scopo per la Patrimoniale). Il fine della campagna è evidente: spargere messaggi terroristici improntati al frame “Cosa succederebbe se non…”. Che, oltre a generare quel sano collante sociale che è la paura, impedisce di pensare a “Che cosa succederà quando…”: ad esempio, alla scuola.

Una risposta arriva dalla nuova tornata epistolare BCE-Governo, resa nota da “Repubblica”. Che, attenzione!, non detta il programma del nuovo Governo: si limita a chiedere in che modo il Governo attuerà ciò che è già stato promesso alla BCE. Come, quando, in che modo, con quali esiti contabili intendete fare ciò che ci avete promesso di fare, chiedono i 39 quesiti di questa lettera. Grazie alla quale veniamo a sapere, per deduzione, cosa il Governo Berlusconi ha promesso che verrà fatto: dal Governo Monti.

Sulla scuola, alla voce “Capitale umano” (Human capital), i quesiti sono due:
13) Quali saranno le caratteristiche del programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno conseguito un risultato insoddisfacente nei test INVALSI?
14) Come il governo intende valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Che tipo di incentivi intende usare?

Dunque, il Governo italiano ha promesso che gli esiti dei test INVALSI saranno usati per redigere una graduatoria di scuole buone e scuole cattive, in base alla quale – ipotizziamo che le parole usate siano state queste – «sarà possibile studiare se e come collegare i risultati della valutazione a misure di natura premiante o penalizzante per i budget delle singole scuole»; «i nodi che il Ministero dovrà affrontare per assicurare alle scuole la necessaria autonomia» saranno: a) reclutamento e rimozione dei presidi sulla base della performance ottenuta, b) reclutamento e rimozione degli insegnanti, formazione e aggiornamento, c) governance delle scuole. Ed è probabile che si sia fatto riferimento al «sistema inglese che premia le singole scuole (o circoscrizioni scolastiche) con un budget correlato al ranking della scuola (permettendo così anche l’intervento del decisore politico, che può scegliere di premiare di più le scuole in situazioni difficili), lasciando poi alla singola scuola (o circoscrizione) di scegliere liberamente come premiare i singoli insegnanti (o gruppi degli stessi)».
Da dove mi viene tanta certezza?
Cimice negli uffici di Bruxelles?
Talpa all’interno dei governanti?
Hackeraggio?
Niente di tutto questo: era già scritto [2] nel rapporto “Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici”, redatto per l’INVALSI nel 2008 da Daniele Checchi, Andrea Ichino e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà (alias Comunione e Liberazione) [3]. Del resto, che questo sia una delle finalità dell’INVALSI lo si legge all’interno del suo Statuto appena approvato.
Tutto ciò in barba al parere dell’Avvocatura dello Stato, che individuava nelle attività dell’INVALSI una collaborazione «allocata esternamente alle istituzioni scolastiche», non organizzativa, «consultiva», cioè priva di una «possibile valenza vincolante di detta funzione». E soprattutto, in barba alle leggi vigenti, giacché nessuna legge stabilisce che i test INVALSI debbano essere arbitri unici della valutazione delle istituzioni scolastiche (al più, dovrebbero concorrere assieme ad altre fonti di valutazione, compresa l’autovalutazione realizzata dai singoli istituti), né che tale valutazione debba avere quelle conseguenze preannunciate dal documento sopra citato: «Nessuna disposizione normativa attribuisce invece all’INVALSI un potere di intervento sulle istituzioni scolastiche o sui docenti i cui allievi abbiano ottenuto risultati più scadenti: la “restituzione dei risultati” alle istituzioni scolastiche (“i dati rilevati… appartengono esclusivamente alla singola scuola alla quale verranno restituiti nel modo più disaggregato possibile, cioè secondo la distribuzione delle risposte domanda per domanda”: così testualmente la “lettera di adesione” al Sistema Nazionale di Valutazione del febbraio 2009), costituisce passaggio necessario ad ogni processo valutativo ed ha lo scopo di stimolazione della discussione interna sui risultati, al fine di individuare i punti di forza e di debolezza, di migliorarne l’efficienza o di consolidare i risultati raggiunti».
In altri termini, il Governo Berlusconi ha, da un punto di vista giuridico, venduto alla BCE la Fontana di Trevi, garantendo l’attuazione di norme che non sono mai state varate. Con l’opposizione di una vasta parte del mondo scolastico, che ha resistito a macchia di leopardo all’imposizione dei test INVALSI. E, per contro, con la complicità di quanti nella scuola hanno chinato il capo per adesione ideologica, o per carrierismo spicciolo, o per ignavia, vigliaccheria, servilismo a partire dagli Uffici Scolastici Regionali e dai loro Dirigenti (che hanno emanato ordini in forma di circolari), fino ai Dirigenti scolastici (che hanno garantito l’esecuzione acritica di tali ordini) e al corpo ispettivo (che ha supportato e sorvegliato l’esecuzione dei diktat), che hanno costituito la cinghia di trasmissione dal Ministero alle singole scuole.

Cosa succederà, per effetto di questi provvedimenti?
Che, in assenza di fondi per la scuola (che sarebbero comunque riservati ai soli “meritevoli”), i fondi esistenti saranno allocati non in base alle necessità, ma in base alle graduatorie dei “meritevoli”, senza alcuna possibilità, da parte del mondo della scuola, di mettere in discussione la metodologia, l’appropriatezza, la corrispondenza allo scopo di tali “valutazioni di merito”.
Che diventa ufficiale l’esistenza di uno strumento, certificato dalla BCE, atto a individuare scuole e docenti da sanzionare: in un contesto di macelleria sociale, non c’è dubbio sull’uso che di tale strumento verrà fatto.

– a meno di clamorose abiure – possono esserci dubbi sul fatto che non ci saranno soluzioni di continuità nel passaggio da Berlusconi a Monti: quel Mario Monti che, non più tardi dello scorso gennaio, scriveva sul “Corriere della sera” che «In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività»; per fortuna, però, «questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati» è «un grosso ostacolo alle riforme [che] può venire superato». Come? «L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili» [4].

…a sinistra risponde uno strillo

Mentre la BCE chiedeva lumi sull’esecuzione di questo programma, Matteo Renzi pubblicava i suoi 100 punti di governo: un programma troppo lungo per essere letto per intero, e troppo sintetico per dire come Renzi e Gori intendono realizzare ciascun punto. Tra i quali: la legittimazione della precarietà lavorativa con il “contratto unico a tutele progressive”; la liberalizzazione dei servizi pubblici; la riforma delle pensioni; la riconferma pari pari delle norme vigenti sull’immigrazione (la cosiddetta “immigrazione legale”, o “intelligente”); il completamento del monopolio berlusconiano delle reti televisive; l’“amnistia condizionata” per i politici corrotti.
E, in tema di scuola: «Restituire prestigio e reddito agli insegnanti capaci. Ossia rivedere radicalmente le modalità di reclutamento e di retribuzione degli insegnanti, sulla base di criteri legati alla competenza e al merito» (punto 83).
Cioè quello che il Governo ha promesso alla BCE.
E: «Abolizione del “valore legale” del titolo di studio» (punto 82).
Cioè quello che chiede Comunione e Liberazione attraverso la Compagnia delle Opere nel manifesto “Una scuola che guarda al futuro [qui]. Ed anche Licio Gelli, nel “Piano di rinascita democratica”: tanto per chiarire quali sono i segmenti sociali e gli interessi di cui Renzi mira a farsi rappresentante; quali sono, al di sotto delle appartenenze politiche di facciata, le “grandi intese” che si vanno a realizzare in queste ore (o, al più tardi, nei prossimi mesi).
Matteo Renzi: uno che della scuola sa giusto quello che ha letto in Paola Mastrocola, autrice che attraverso i propri libri ha il merito di mettere «in discussione anche modelli come don Milani o Gianni Rodari» (Sic!: qui).
Matteo Renzi: uno col quale, pur rilevando «la continuità con gli errori più fatali che la sinistra ha commesso negli ultimi trent’anni», dobbiamo imparare a convivere «tra differenti», dice oggi Vendola: «e soprattutto essere in grado di ascoltarci reciprocamente».
Convivere?
Ascoltare?
Grazie, no: abbiamo già dato. Ai banchieri, ai loro commissari e potestà, a questa classe dirigente.
Che se ne vadano a casa: tutti.

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