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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Le ambiguità del PD sulla proposta di legge ex(?) Aprea

Posted by comitatonogelmini su 7 ottobre 2012

di Mauro Boarelli
7 ottobre 2012

L’onorevole Maria Coscia, capogruppo Pd nella Commissione istruzione della Camera, è intervenuta nei giorni scorsi in merito alla proposta di legge sull’autogoverno della scuola, sostenendo che i suoi critici “invece di leggere il testo, si lanciano (in) accuse tutte ideologiche, senza nessun fondamento”.
E’ il tipico atteggiamento arrogante di quei rappresentanti del ceto politico che si credono infallibili erinchiusi come in una corazza nella convinzione altezzosa che nessuno sia in grado di analizzare criticamente le loro propostereagiscono in modo scomposto quando questo accade. La proposta di legge l’abbiamo letta attentamente, discussa e analizzata. Se l’on. Coscia facesse un rapido giro sul web (visto che non abbiamo accesso agli organi di stampa) se ne accorgerebbe. Le facilito il compito segnalandole qui alcuni interventi, il primo sul testo base adottato in Commissione, il secondo sul testo modificato dagli emendamenti approvati, il terzo presentato recentemente all’assemblea nazionale “Per la Scuola della Costituzione”.
L’on. Coscia non ha tempo da perdere con i suoi critici e delega le risposte nel merito a Osvaldo Roman, dell’ufficio legislativo Pd della Camera. Il lungo pezzo di Roman inizia con toni completamente diversi: “Le argomentazioni (dei) critici non hanno ricevuto (…) una adeguata attenzione (…). Mi sembra che si sia finora data l’impressione (…) di non volersi misurare con significative critiche di merito”. Promette bene, ma poi scivola in un atteggiamento analogo: non nomina mai i “critici”, riporta tra virgolette ampi stralci di uno degli interventi ricordati prima senza mai citare la fonte. L’atteggiamento è dialogante, ma la cultura politica ha una radice comune: l’”avversario” non ha nome né volto, così può essere al tempo stesso declassato (chi è senza nome e senza volto non ha né identità né dignità) e confuso dentro un agglomerato indistinto dove può facilmente venire etichettato come “ideologico” o “nostalgico”, a seconda dei casi.
Roman sostiene che la proposta di legge è completamente diversa dalla proposta Aprea, perché non parla né delle forme di reclutamento dei docenti né della trasformazione delle scuole in fondazioni. Infatti avevamo scritto che il testo in discussione è del tutto simile alla prima parte della proposta Aprea, meno le fondazioni, più l’autonomia statutaria. La seconda parte della vecchia proposta non c’è, ma le preoccupazioni sulla sua attualità sono fondate. Il Pd aveva sempre avversato la legge Aprea, ora ne sposa una parte fondamentale. Chi ci assicura che in futuro non si renderà disponibile a un compromesso anche sul reclutamento diretto degli insegnanti? Limitiamoci, per ora, a osservare che quella parte è stata stralciata, senza gridare vittoria.
Le fondazioni non ci sono, ma c’è l’autonomia statutaria. E’ una cosa diversa, ma pericolosa: è indefinita nei contenuti, spinge alla frammentazione e alla differenziazione (sociale e geografica) degli istituti scolastici, rafforza la possibilità di una loro competizione, è ipotecata dalla figura del dirigente scolastico, dotato di poteri molto ampi e nominato dall’alto (l’esatto contrario del concetto di autonomia, ma su questa contraddizione cruciale Roman non si sofferma). Alle obiezioni sulle derive dell’autonomia scolastica che potrebbero essere innescate dagli statuti, Roman si limita a replicare che “le prerogative dell’autonomia statutaria sono esercitate nell’ambito delle norme generali sull’istruzione (…) e sono esercitate nel quadro della normativa statale che regola l’autonomia scolastica (…)”come se esistesse una strada unica e obbligata per declinare le norme generalie poi aggiunge il solito rimbrotto contro i catastrofisti dell’autonomia, che vedrebbero in essa tutti i mali mentre in realtà sarebbe stata “un fondamentale strumento di difesa” della scuola pubblica contro la privatizzazione perseguita attraverso i tagli varati dal governo Berlusconi. Peccato che genitori e insegnanti non abbiano avuto modo di cogliere il ruolo strategico di questo argine difensivo, e si trovino quotidianamente a contemplare impotenti il progressivo smantellamento dell’intero sistema dell’istruzione pubblica. Ma questo modo di porre la questione ancora una volta impedisce di discutere seriamente cosa significhi autonomia e quali possano essere le sue declinazioni. Con buona pace dei dirigenti del Pd, infatti, non esiste solo quella da loro assunta come un vero e proprio “pensiero unico”.
Le similitudini e a volte le riprese letterali rispetto alla prima parte della legge Aprea sono in realtà numerose e tutte relative ai punti cruciali. Del disegno originario della ex sottosegretaria del ministro Moratti il nuovo testo conserva innanzitutto l’impianto: la distinzione tra funzioni di indirizzo e di gestione (queste ultime, cioè quelle sostanziali, accentrate nella figura del dirigente). Su questo aspetto cruciale, la replica di Roman è davvero debole: “credo (…) che tale scelta, qualora ben rappresentata (…) non comporti necessariamente tale temuto accentramento dei poteri”. Ma questa affermazione generica non viene argomentata, non viene mostrato come gli equilibri e le ripartizioni dei poteri tra le varie componenti scolastiche verrebbero garantiti dalla proposta di legge.
Il nuovo testo conserva molti articoli del precedente, in modo quasi letterale: quello sul dirigente (art. 5) è identico al vecchio art. 4 di Aprea, quello sul Consiglio dell’autonomia (art. 3) è del tutto simile al vecchio art. 5, a parte qualche aggiustamento nella composizione in favore dei genitori (Aprea lo chiamava Consiglio di amministrazione, ma non saremo così ingenui da farci sviare da una trasformazione lessicale, visto che la sostanza rimane la stessa). Inoltre le (poche) differenze rispetto ad Aprea sono inutili, vista la corposa sottrazione di competenze rispetto agli attuali Consigli di istituto. L’articolo 7, che disarticola la rappresentanza e la partecipazione degli studenti e dei genitori limitandosi a una generica “valorizzazione” e a garantire (altrettanto genericamente) “diritti di riunione, di associazione e rappresentanza”, è identico all’art. 9 comma 1 della proposta Aprea, e non è stato modificato – nella sostanza – dagli emendamenti che nell’ultima versione hanno reintrodotto l’obbligo della rappresentanza studentesca e del personale tecnico-amministrativo e riesumato – in modo confuso – i consigli di classe. La norma sui nuclei di valutazione (art. 8) è del tutto simile all’art. 10 di Aprea.
Roman lamenta scarsa attenzione verso altri punti del nuovo testo: la costituzione di Reti e consorzi, la definizione di organismi territoriali e nazionali, la conferenza annuale di rendicontazione nei singoli istituti. Non mi sembra sia così, e gli interventi citati all’inizio stanno a dimostrarlo. In sintesi, la finalità esplicita delle reti è sostanzialmente quella di reperire fondi da soggetti privati, e ciò vorrà dire una ulteriore dismissione dell’intervento pubblico, mentre i nuovi organi vanno a comporre una ulteriore stratificazione di competenze che rischia di complicare e burocratizzare il sistema. Quanto alla conferenza annuale di rendicontazione, qualcuno crede sinceramente che possa servire a qualcosa? Ci sono tutti i presupposti perché si traduca rapidamente in un appuntamento rituale e del tutto formale.
Roman ha ragione a richiamare l’attenzione sulla grave crisi di partecipazione che da molto tempo a questa parte ha compromesso la rappresentatività degli organi collegiali. E’ una crisi di partecipazione che non riguarda solo la scuola, e dalla quale non si può prescindere per un ragionamento sulla riforma. La partecipazione non si crea attraverso una legge, ma una legge può limitarla e depotenziarla. E’ questo il caso della proposta in discussione.
Da questo punto di vista è davvero singolare (per usare un eufemismo) che una legge sulla partecipazione al governo della scuola venga elaborata in gran segreto. E qui torniamo all’on. Coscia, che cerca di confutare questa constatazione oggettiva con argomentazioni estremamente deboli. In primo luogo tiene a sottolineare che “il testo della 953 è il risultato di un confronto con le associazioni durato tre anni”. Quali associazioni? Coscia non lo dice, ma ci viene in soccorso Roman. Oltre alla Cgil, risulta che siano state ascoltate: le Associazioni delle scuole autonome di Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Piemonte, Sicilia, Lombardia, l’Associazione dei dirigenti delle scuole autonome e libere, il Movimento studentesco padano (!), il Movimento studenti di Azione cattolica, l’Associazione italiana genitori, l’Associazione italiana maestri cattolici, l’Associazione nazionale dirigenti scolastici, l’Associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola, il Coordinamento genitori democratici. Davvero si può pensare che queste siano realtà rappresentative di tutto il mondo della scuola? Coscia e il suo partito si rendono conto che non c’è traccia delle associazioni e dei movimenti per la scuola pubblica attivi sul territorio nazionale da dieci anni a questa parte? Ma guardiamo anche le date: si tratta di audizioni che risalgono al 2009, quindi sono riferite alla proposta Aprea. L’on. Coscia rivendica che la commissione ha varato “un nuovo testo, completamente diverso dal precedente”: non sente allora il bisogno di convocare nuove audizioni? Forse il nuovo testo non è così differente dal precedente da giustificarle? Sta di fatto che tutto è avvenuto in gran fretta e in gran segreto, con la calendarizzazione di fasi decisive nel mese di agosto!
L’on. Coscia cerca di difendersi dalle accuse sostenendo che “il lavoro legislativo del Parlamento funziona anche attribuendo alle commissioni la funzione legislativa, fa parte del sistema democratico istituzionale”. Lo sapevamo già, ma si tratta di un aspetto disciplinato dal regolamento della Camera (art. 92), secondo il quale questa possibilità è limitata a “questioni che non hanno speciale rilevanza di ordine generale”. La legge che definisce il sistema di governo della scuola può essere definita “priva di rilevanza generale”? No, evidentemente. Questa proposta di legge non doveva e non poteva essere assegnata alla commissione in sede legislativa. Lo ammette anche Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, che in un articolo su “l’Unità” ha affermato: “la proposta di legge sull’autogoverno e la rappresentanza delle scuole autonome è questione di «speciale rilevanza generale» che meriterebbe per la sua approvazione la discussione in Aula. Ma essendo noto che, nonostante il cambio di governo, i numeri in Parlamento non sono diversi da quelli usciti dalle urne, forse val la pena non mettere a repentaglio i risultati raggiunti in commissione”. In sostanza, la norma è stata aggirata in nome di una discutibile tattica politica, una tattica che testimonia le grandi ambiguità del Pd, incapace di giustificare il suo abbraccio letale con il PdL per mandare in porto una legge devastante come quella proposta da Valentina Aprea, che ora rischia di vedere la luce grazie all’appoggio dei suoi antichi avversari.

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