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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Della riforma del titolo V della costituzione e della necessità urgente di una sua revisione

Posted by comitatonogelmini su 9 ottobre 2012

di Anna Angelucci
Coordinamento Scuole Secondarie Roma
9 ottobre 2012

Cominciamo con un po’ di cronistoria:

nel 2001 il Parlamento italiano varò la modifica del Titolo V della Costituzione, relativo all’ordinamento territoriale della Repubblica. E’ opportuno ricordare che già la legge Bassanini (59/1997, “Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle Regioni ed enti locali, per la riforma dell’amministrazione e per la semplificazione amministrativa”) aveva costituito “un vero punto di svolta per la ristrutturazione territoriale a Costituzione invariata” (1).

La riforma costituzionale, realizzata dall’Ulivo sulla base di un testo approvato da maggioranza e opposizione nella Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema, non fu approvata dal quorum dei 2/3 del Senato, ovvero dalla sua maggioranza qualificata: ciò permise il referendum confermativo, in cui il 64,20 % dei votanti (ma solo il 34,10 % degli italiani si era recato alle urne) espresse parere positivo; la riforma, dunque, entrò in vigore l’8 novembre 2001.                 

Con questa legge di revisione si puntò a creare le basi e le condizioni essenziali per una futura trasformazione dell’Italia in una Repubblica federale (2) e la forte spinta al decentramento venne legittimata dai suoi promotori anche con il riferimento all’art. 5 della Costituzione, secondo cui la Repubblica, unica e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più alto decentramento amministrativo, adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento. Non è questa la sede per valutare gli effetti di una riforma costituzionale ampiamente e autorevolmente criticata (3), né per denunciare la degenerazione prodotta dal ‘combinato disposto’ tra il nuovo ordinamento policentrico della Repubblica e la metastasi della corruzione che ha rapidamente proliferato in questi nuovi centri di potere e di controllo delle risorse pubbliche.

I quotidiani di oggi ci informano che questo Governo intende proporre al Parlamento una nuova modifica del Titolo V della Costituzione, perché consapevole che ci sono competenze che sono esclusive dello Stato, tra cui l’istruzione. Autorevoli esponenti delle istituzioni hanno in più occasioni descritto in passato il rischio della vischiosa proliferazione burocratica puntualmente verificatasi, illustri costituzionalisti hanno paventato il pericolo di un’emergenza democratica, individuando nella competenza concorrente delle Regioni la causa di una lunga serie di conflitti disgregatori (4).

     Spiace constatare che solo il superamento della soglia di sopportabilità del furto della cosa pubblica e dei comportamenti esecrabili dei rappresentanti delle istituzioni generi oggi questa spinta alla ricodificazione di un ordinamento statuale. E spiace constatare che, mentre questa riflessione prende finalmente corpo, il Partito Democratico lavora all’approvazione di una legge sull’autonomia statutaria delle scuole, la 953, che porta a compimento “una linea strategica dell’azione del governo di centrosinistra” (5) totalmente fallimentare nella sua evidenza storica prima ancora che ideologica.

     Allora, vorrei approfittare della preziosa occasione per ricordare ancora una volta ai nostri decisori politici quello che, in tanti, oggi uniti nel coordinamento nazionale Per la Scuola della Costituzione, ribadiamo da anni: il novellato titolo V della Costituzione, che regionalizza l’istruzione, “rappresenta la rottura del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione italiana, la rottura del principio di solidarietà nazionale, la rottura del carattere unitario del nostro sistema scolastico, garanzia di pari opportunità e di pari dignità culturale e sociale per tutti i cittadini. Non si può accettare, né sotto il profilo giuridico, né sotto il profilo etico, che allo Stato resti, per ciò che riguarda la scuola, la legislazione esclusiva delle sole “norme generali sull’istruzione” e la sola “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117), quei diritti civili e sociali che, nella loro ricchezza, articolazione e complessità, è proprio la scuola, in primis, a insegnare ai bambini e agli adolescenti, perché il tema dei diritti civili e sociali è il cardine dell’insegnamento scolastico, è il pane quotidiano di chi parla ogni giorno ai propri studenti nelle proprie classi, è il terreno fertile su cui costruiamo la cultura, la consapevolezza, il pensiero critico dei nostri futuri concittadini italiani” (6).

Note:

(1) S. Marcazzan, La riforma del Titolo V della Costituzione: il nuovo ruolo delle Regioni nei rapporti con lo Stato e con l’Unione Europea, in Amministrazione in cammino, 2004

(2) “Ordinamento federale della Repubblica” Camera dei Deputati, XIII legislatura, atto n. 5830 del 18/3/1999 (progetto D’Alema – Amato)

(3) F. Imposimato, La riforma federalista e l’emergenza democratica, Il Ponte, settembre 2009

(4) Ibidem

(5) “La storia politica e parlamentare degli ultimi 20 anni ci dice che la legge sulla parità, la legge sull’autonomia e la modifica del Titolo V della Costituzione non costituiscono un incidente di percorso, bensì una linea strategica dell’azione di governo del centrosinistra”, G. Bachelet, discorso di apertura dei lavori del Forum istruzione del PD “Rilancio, governo e rappresentanza delle autonomie scolastiche”, Roma, 2011

(6) A. Angelucci, Titolo V della Costituzione, regionalizzazione, federalismo fiscale: un cortocircuito?, Napoli, 30 ottobre 2010, convegno “Scuola pubblica: quale futuro?”

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