La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Cosa fa il procurement se ci manca l’hardware?

Posted by comitatonogelmini su 4 novembre 2013

marziano3
di Giuseppe Caliceti
da Il manifesto
4 novembre 2013
Un attimo, un attimo. Andiamo con ordine. Dunque, in un’intervista al Corriere delle Comunicazioni, in edicola dal 28 ottobre, la ministra Carrozza espone come vorrebbe digitalizzare la scuola e far intervenire i privati al suo interno. Trasformando cioè la scuola pubblica in un affare privato. Come già si paventava nel famoso ddl Aprea. «Si mettano in campo azioni di procurement avanzato che coinvolga anche i privati, grandi o piccoli che siano, interessati ad investire nella scuola. L’ecosistema dell’innovazione scolastica che ho in mente non fa solo innovazione di prodotto ma anche di fund raising». Già, c’è anche il fund raising. Che cavolo è? Ci risiamo con la moda delle parole inglesi per parlare di scuola pubblica e italiana.
Open source. Start up italiane. E-book. Tablet. Sofware. Player. Fund raising. Wi-fi. Wooowww! Ecco la scuola del futuro!, verrebbe da dire. Peccato che intanto si taglino docenti e fondi a ripetizione. E dopo la sfilza di parole in inglese, il ministro dichiari tranquillamente che lo Stato non pagherà altre infrastrutture per la digitalizzazione degli istituti scolastici. E allora come si fa a entrare in pompa magna nel futuro? Risposta ovvia: occorre che siano i privati a investire nella scuola pubblica italiana. Ah, ecco. Così tutto diventa chiaro. Chiarissimo. Le parole in inglese servono come canti di sirena per attirare privati che comprino una scuola pubblica in svendita. Già. Così capita che il ministero stanzi 15 milioni di euro sul wifi. Una bella cosa, a dirla così. Peccato che tutto il resto sia a carico dei Comuni già in bolletta. Che spesso hanno già difficoltà nella manutenzione ordinaria degli edifici scolastici, per altro spesso non in regola.
Non importa. E così, dopo il rinvio degli e-book, si continua a parlare di registro elettronico, si fanno corsi di aggiornamento per i docenti. Non c’è la carta igienica nelle scuole? I bambini si puliscano con la carta dei registri virtuali! Insomma, quanto fumo negli occhi! E tutto per nascondere le ataviche lacune della nostra scuola. Si guarda al futuro solo per paura di guardare al presente. Un giochino vecchio come il mondo che i docenti italiani conoscono a memoria.
Basta. Non abbiamo una Rete abbastanza grande da supportare tutti i tablet, pc, telefonini, registri elettronici, lavagne Lim accese nella scuola. Ci manca proprio l’hardware: gli edifici scolastici. Eppure continuano a riempirci le orecchie con i favolosi e miracolosi rimedi della tecnologia del futuro che arriverà e dovrebbe risolvere ogni problema. Ti viene da dire: ma intanto mettete in sicurezza gli edifici scolastici. Manco la metà, li abbiamo a posto. Invece no, ristrutturare è roba da poveri di cuore.
Meglio invocare il lessico di un radioso futuro tecnologico a costo zero che non esiste, se non pagato da privati non certo disinteressati. O convocare collegi docenti per convincerli a votare la costituzione dei Gli (Gruppi di lavoro per l’integrazione) e dei i Pai (Piani annuali per l’inclusività) con i Bes (Bisogni educativi speciali), con l’unico intento reale di ridurre il sostegno scolastico ai disabili e aumentare il carico di lavoro dei docenti italiani già sottopagati e col contratto fermo dai tempi della pietra. I Bes sono stati inseriti in una direttiva ministeriale e in successive circolari che, notoriamente, non sono fonte del diritto. Però a scuola in questi mesi non si parla d’altro. Come accaduto con l’Invalsi, si cerca di imporre ai docenti attività che non sono obbligatorie, fuori contratto.
I docenti italiani capiscono solo una cosa: che chi governa la scuola pubblica non è proprio «connesso» con la realtà scolastica e i suoi problemi di oggi.
 
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