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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

La scuola di classe della Giannini

Posted by comitatonogelmini su 2 aprile 2014

reverend

di Sandro Medici
da L’altra Europa con Tsipras
2 aprile 2014

Un po’ come tutti, anche la professoressa Stefania Giannini deve aver letto o quantomeno sfogliato la Lettera che don Lorenzo Milani pubblicò nel 1967. Eppure non sembrerebbe, a sentire le cose che si ripromette di realizzare attraverso il suo dicastero. La sua idea è quella di tornare esattamente laddove si sviluppò la critica dei ragazzi Barbiana: ripristinare la scuola di classe.

In un’audizione al Senato qualche giorno fa, la ministra dell’istruzione ha più o meno annunciato che da noi si dovrebbe fare come in Germania. Dove solo pochi giorni prima, incontrando Angela Merkel, un entusiasta Matteo Renzi si era dichiarato ammirato del modello formativo tedesco. In sostanza, il sistema scolastico italiano dovrebbe precocemente biforcarsi tra un indirizzo conoscitivo e una torsione applicativa. Lasciando intendere che la prima opzione possa approdare agli studi universitari, mentre la seconda debba accontentarsi di uno sbocco professionale. E così la scuola italiana finirebbe per selezionare i propri studenti tra chi può continuare a studiare e chi deve essere avviato al lavoro.

Così come, appunto, avviene in Germania. Dove tuttavia, diversamente che in Italia, l’apparato manifatturiero non sembra subire particolari contraccolpi dalla crisi economica, mantenendo una sua sostanziale integrità produttiva e dunque in grado di assorbire forza lavoro fresca. La stessa che nel nostro paese sarebbe destinata a infoltire la già voluminosa platea del precariato: in perfetta coerenza con le scellerate intenzioni del governo di liberalizzare ulteriormente i rapporti produttivi e dunque cronicizzare definitivamente la precarietà occupazionale.

Ma al di là delle conseguenze strutturali, l’idea di divaricare l’indirizzo formativo fin dalla fascia adolescenziale non è altro che scomporre la massa studentesca tra chi è destinato a ruoli sociali promettenti e chi a una condizione di subalternità. Chi servo e chi padrone, per usare la prosa schietta ed efficace di don Milani. Il quale don Milani non solo illuminò un’intera generazione di studenti sulla natura discriminatoria della scuola, ma ispirò quel formidabile movimento tra gli anni sessanta e settanta, che riuscì ad abbattere quel bieco diaframma che separava i saperi e le opportunità. Non ci furono più figli fortunati e figli sfortunati; la scuola tornò a essere di tutti, e tutti poterono studiare e affermarsi al di là del censo e delle origini.

Fu una splendida fiammata di civiltà perché ripristinò la funzione principale della scuola, che è quella di formare innanzitutto cittadini e cittadine, e poi professionisti, tecnici, operai, impiegati, lavoratori, ecc.

Nei decenni a venire ci si sono messi in tanti a spegnere quella fiammata. I più improbabili tra i ministri, la signora Gelmini su tutti, sono stati chiamati a quest’opera di soffiamento. E per ultima, Stefania Giannini, che pur essendo una professoressa quella vecchia Lettera evidentemente non l’ha mai capita. O l’ha semplicemente stracciata.

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