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Riforma della scuola,Vertecchi: «Don Milani non avrebbe avuto premi»

Posted by comitatonogelmini su 7 settembre 2014

saponette

di Francesco Margiocco
da Il secolo XIX
7 settembre 2014

Queste linee guida sono figlie di chi parla della scuola come parlerebbe di una fabbrica di saponette

La riforma che nel nome della meritocrazia promette di rivoluzionare le carriere degli insegnanti, e di sottoporle a periodici controlli della qualità, cita più volte nelle sue 136 pagine quattro grandi personalità del passato. Don Milani, don Bosco, Loris Malaguzzi e Maria Montessori. «Tutti e quattro, se fossero stati controllati come vuole il governo, ne sarebbero usciti con le ossa rotte». Benedetto Vertecchi, pedagogista sperimentale alla Sapienza, esperto di politica scolastica, una vita dedicata al tema della valutazione, è severo nei confronti della “Buona Scuola”, il libro d’intenti presentato a Palazzo Chigi due giorni fa.

Gli “scatti di competenza”, previsti da Renzi, e che dovrebbero premiare il merito, rischiano dunque di aiutare i peggiori?

«Certamente non aiuteranno i migliori. Questo perché si affida la valutazione a rigidi parametri dettati dal ministero. La storia dovrebbe insegnarci qualcosa. La Montessori, la personalità più nota al mondo di tutto il Novecento nel campo educativo, è stata osteggiata in Italia prima e durante il fascismo, che la costrinse a fuggire in Olanda. Malaguzzi, l’inventore degli asili di Reggio Emilia, definiti da Newsweek le scuole migliori del mondo, era un funzionario comune. Se fosse stato un funzionario ministeriale non lo avrebbero lasciato lavorare. Quanto a don Milani e don Bosco, erano entrambi sgraditi alle autorità, che spedirono il primo su quell’eremo che era Barbiana, e che mal digerivano la passione del secondo per gli emarginati».

D’accordo, ma oggi nel resto del mondo valutare gli insegnanti non è la norma?

«Il resto del mondo è un’entità variopinta, ma prendiamo la realtà a noi più vicina, la Francia. Lì gli insegnanti devono affrontare, a intervalli regolari, degli esami. In pratica, studiano tutta la vita. Chi supera l’esame progredisce nella carriera. Lo stipendio all’inizio si attesta su livelli simili a quello dei nostri insegnanti, dopo 20-25 anni di carriera è una volta e mezzo il nostro, a fine carriera, se uno ha superato tutti gli esami, è pari a quello di un docente universitario».

Qual è il modello cui il governo dovrebbe ispirarsi?

«La scuola a tempo totale della Finlandia, tempo totale perché impegna gli studenti mattino, pomeriggio e, chi lo desidera, anche la sera. Una storia cominciata negli anni Novanta, quando la Finlandia aveva un tasso di suicidio, tra gli adolescenti, altissimo. I giovani, di famiglie mediamente benestanti, uscivano di scuola, si rifugiavano nei bar, bevevano e, nei casi estremi, si ammazzavano. La scuola ha reagito con una rivoluzione. Sono partiti dalle lezioni di cucina, che insegnano a lavorare insieme e a coordinarsi. Sono passati al teatro, alla coltivazione dell’orto, ai laboratori di falegnameria e meccanica. E la cosa ha funzionato. Oggi le scuole finlandesi sono ai vertici delle classifiche Ocse dei livelli di apprendimento degli alunni».

C’è traccia di tutto questo nelle 136 pagine della “Buona Scuola”?

«Non direi».

E che giudizio dà, complessivamente, di queste linee guida?

«Sono figlie di chi parla della scuola come parlerebbe di una fabbrica di saponette. Tutto viene letto in un’ottica produttivistica, e la valutazione degli insegnanti ne è l’esempio più clamoroso. Una valutazione che di oggettivo ha poco perché può essere condizionata da simpatie, clientele, discriminazioni. Una falsa soluzione che può venire in mente soltanto a chi la scuola non la conosce».

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