La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Posts Tagged ‘Buona scuola’

Senza parole…

Posted by comitatonogelmini su 2 marzo 2016

Mandela

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A proposito di test e valutazioni…

Posted by comitatonogelmini su 12 settembre 2014

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12 settembre 2014

Il direttore della Barrowford Primary School, una scuola elementare nel Lancashire, una contea dell’Inghilterra, ha scritto una lettera a tutti i suoi alunni e la mamma di uno di loro ha deciso di pubblicarla su Twitter dato il profondo valore delle parole ricevute.

Questa è la traduzione della lettera:

Caro Charlie Owen,

ti allego i risultati del tuo Test KS2 di fine anno. Siamo molto orgogliosi dell’enorme impegno che hai dimostrato e durante questa settimana faticosa hai fatto del tuo meglio.

Tuttavia siamo anche preoccupati di come questi test non sempre valutino quello che vi rende speciali ed unici. Le persone che creano questi test e che li correggono non vi conoscononon come vi conoscono i vostri insegnanti, non come spero di conoscervi io, e certamente non come vi conoscono le vostre famiglie. Loro non sanno che molti di voi parlano due lingue. Loro non sanno che suonate uno strumento musicale o che danzate o che dipingete. Loro non sanno che i vostri amici contano su di voi o che la vostra risata fa brillare i giorni più anonimi. Loro non sanno che scrivete poesie o canzoni, che praticate sport, che sognate sul futuro o che a volte vi prendete cura del vostro fratellino o sorellina dopo la scuola. Loro non sanno che avete viaggiato in un luogo meraviglioso o che conoscete il modo di raccontare storie fantastiche o che vi piace trascorrere il tempo con persone speciali, in famiglia o tra gli amici. Loro non sanno che siete affidabili, gentili e premurosi e che ogni giorno fate davvero del vostro meglio…

I punteggi vi diranno qualcosa ma non vi diranno tutto.

Quindi, gioite dei vostri risultati e siatene orgogliosi, ma ricordate che ci sono molti modi di essere intelligenti.

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Il bricolage dei genitori per la scuola. Senso civico o sconfitta della politica?

Posted by comitatonogelmini su 27 aprile 2014

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di Silvia Ballestra
da Il Corriere della Sera
27 aprile 2014
L’autonomia degli istituti incoraggia la partecipazione delle famiglie, che diventano cruciali per il reperimento dei fondi cronicamente mancanti. Il rischio: alimentare l’inerzia di ministero e istituzioni

Da qualche anno, la scuola non è più solo quella dei bambini e degli insegnanti. Esiste anche una scuola dei genitori. I genitori sono spesso presenti (pure troppo, ci raccontano alcune cronache, ma questa è un’altra faccenda): vigilano, contribuiscono, partecipano. Spendono.

In un modo senza precedenti, infatti, in questi anni molti genitori italiani si sono abituati a dedicare tempo e denaro a quella che ritengono una opportunità centrale nella formazione dei figli. Un’istituzione che però, anno dopo anno, hanno visto smontare, impoverire, colpire con tagli ingiusti (e non staremo qui a ricordare che sin dalla materna, in alcune zone, fra cui la ricchissima Lombardia, tocca portarsi da casa sapone e carta igienica). Dal 1999, con l’istituzione dell’autonomia scolastica, padri e madri sono stati esplicitamente invitati ad affiancare insegnanti e dirigenti nell’impegno di ampliare l’offerta formativa di ogni singola scuola. Eccoli allora arrivare dopo l’orario scolastico per riunirsi, confrontarsi, concertarsi. Nella gestione ordinaria, i genitori vengono coinvolti nel reperimento dei fondi: se vogliono rafforzare le occasioni di apprendimento e renderle più varieuno specialista, una madrelingua, una serie di laboratori, per intendersi, o ancora materiale particolare, attività curricolari ed extracurricolari, corsi varidevono ingegnarsi per far arrivare i famosi «denari» che rimpinguino le casse. Fioriscono allora, ogni inizio anno, proposte, iniziative, gruppi e gruppetti: la commissione Cultura, la commissione Sport, la commissione Biblioteca e, last but not least, nelle scuole con il tempo pieno, la commissione Mensa.

Se l’ultima è una commissione di vigilanza e controllo, le altre si occupano, dunque, in soldoni, di fund raising o — è il caso della commissione Biblioteca — di erogazione di un servizio, il prestito libri, che pure prevederebbe competenze e impegno specifici. Ma va bene, ben vengano. Ben vengano genitori e nonni che si alternano al prestito libri, accogliendo bambini e ragazzi in ambienti curati e, a volte, da loro stessi ripristinati: muri ridipinti, libri ricatalogati, arredi scandinavi colorati e razionali acquistati con i suddetti fondi. E ben vengano anche tutte le attività che creano confronto e socializzazione. Ecco, allora, il teatro, la grande festa di Natale con i laboratori e la vendita torte, la corsa campestre che corona la fine d’anno con le batterie di classi che si sfidano al vortex (il lancio di un peso di gomma) e nel salto in lungo (lì si pagano iscrizione e divisa), la vendita grembiuli con il logo della scuola (scorrendo la mia rubrica del telefono ho trovato una misteriosa «Anna dei Grembiuli» e non capivo chi fosse: una nobile? una password? l’eroina di un libro?, poi mi sono ricordata che un grembiule sparisce o si sbrega solo e quando i grandi magazzini se ne sono già disfatti da un pezzo e, per fortuna, esistono le mamme dei grembiuli, che non si lasciano cogliere impreparate e te ne vendono uno in qualsiasi periodo dell’anno), le lotterie, le tombolate, il diario con gli sponsor, le feste, i mercatini e gli aperitivi.

Questo alle elementari. Passando alle medie, l’attività del comitato genitori — l’organo che organizza, struttura, presiede e anima tutte queste iniziative — comincia a perdere un po’ di giri: i genitori non accompagnano più i figli a scuola e dunque non si incrociano più tanto, si fatica a raggiungere quelli che lavorano, ci si fa vedere solo alle assemblee di classe (forse) e si è comunque un po’ tutti più stanchi, e anche attempati, e ci si limita a organizzare — con servizio d’ordine e sound-system, però — le feste per i teenager che nelle grandi città hanno pochi spazi e possibilità.


Bello, in fondo. Un segno di partecipazione e interesse nella cosa pubblica diretto, operoso, dinamico, che coinvolge nell’istruzione anche con l’esempio stesso: se la scuola è di tutti, così lo sarà ancora di più. Cresce il senso civico, si dà un esempio ai figli di tutti (pure di quelli che non possono esserci, o di quelli che se ne fregano), si vigila, si aiuta. Si è solidali, si provvede. E però. E però c’è il rischio che dal fare si passi allo strafare. Che dalla partecipazione si passi alla rassegnazione («o lo facciamo noi o non lo farà nessuno» è una frase ricattatoria che ho sentito spesso: ricattatoria non da parte dei genitori ma da parte di istituzioni silenti). Perché dalla (ancorché febbrile) ordinaria attività di commissione, nei casi eccezionali tocca rimboccarsi le maniche. Ed ecco i genitori che si improvvisano nel finesettimana imbianchini, carpentieri, idraulici, falegnametti bricoleur e si ingegnano a ripristinare infissi, rinfrescare muri scorticati, rimontare manopole di rubinetti, e così via.

Le foto di queste «incursioni» le abbiamo viste qualche volta sui giornali, o in qualche speciale delle trasmissioni di inchiesta: se da un lato fioccano gli elogi per lo spirito di iniziativa, dall’altro ci si rende tutti conto che si tratta di una sconfitta. La sconfitta delle istituzioni che dovrebbero occuparsene: lo stato disastrato in cui versano tanti edifici pubblici, vecchi, sfasciati, pericolosi (ahimè, anche qui le cronache sono drammatiche), lasciati andare per mancanza di fondi e a volte proprio incuria, è noto. Il problema dell’edilizia scolastica, un buon argomento da campagna elettorale. Il confronto con le scuole di altri Stati europei, pietoso e umiliante.

Qui il discorso sulla «scuola dei genitori» diventa ambiguo, scivoloso, contraddittorio. Una sera ho sentito in tv lo sceneggiatore de La grande bellezza complimentarsi con se stesso, orgoglioso di aver portato a scuola «tre computer vecchi». Ma i nostri bambini, ho pensato, non hanno diritto a computer nuovi, veloci? Non sono loro i «nativi digitali»? E la scuola che cos’è, una discarica dove smaltire qualche vecchio cassone con lo schermo catodico? E la burocrazia: una volta che in classe di mio figlio si è rotto il cavo della Lim (la tanto sbandierata Lavagna interattiva multimediale) è di nuovo partita la cordata dei genitori. «Una manciata di euro e i ragazzi avranno di nuovo il collegamento, ché ora che aspettiamo le delibere, i soldi del ministero e il resto, l’anno sarà bello che finito!». Ma — ho ribattuto — non è giusto. La prossima volta compreremo i banchi, le sedie». Risultato: il cavo è stato comprato da noi.

La questione però rimane: interessante il coinvolgimento dei genitori. Ma che non diventi un alibi per demandare, appoggiarsi, tagliare ulteriormente. I genitori vigilino, siano presenti, partecipino, ma non suppliscano. Anzi, pretendano che dirigenti scolastici, ministero e governi vari ritornino a fare il loro dovere in termini di spese e investimenti. Che militanza, forza, presenza di tutti si trasformino in stimolo e progresso. E non nel contrario.

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Semplicemente?

Posted by comitatonogelmini su 12 marzo 2014

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di Claudia Fanti
12 marzo 2014

Ministro Giannini: «La valutazione è utile se viene considerata come strumento di governo con l’introduzione di operazioni premiali e di penalizzazione altrimenti è solo un esercizio stilistico come tanti altri», ha ammonito, «ed è da mettere in atto dopo aver sentito tutte le componenti della scuola per arrivare a distinguere chi lavora tanto da chi fa semplicemente il suo dovere».” (ItaliaOggi 11/03”014)

Semplicemente!

Che avverbio semplice, facile, quasi dolce nel suo significato di facilmente comprensibile, liscio come l’olio…ma scivolosissimo!

Allora signora ministro, forse non ha ben letto la situazione pur avendo studiato tanto dal giorno del suo insediamento: proviamo a ricordare a noi (che abbiamo la memoria corta e siamo intorpiditi fino al silenzio) e a lei (ma lei quasi quasi ha meno colpa di noi perché non c’era fra i banchi mentre le cosiddette riforme ci stendevano prone e supine!).

Vediamo di spiegare il suo “semplicemente” cosa sia oggi:

1. sostituirsi a vicenda nel caso delle assenze (sono state praticamente eliminate le compresenze)
2. avere cura di ogni bambino/a in classi che superano i 25 alunni/e anche in presenza di disagi di vario tipo
3. tenere i rapporti con le unità sanitarie locali (che non hanno risorse) per i numerosi casi “difficili” presenti nelle classi
4. avere un dialogo costante (anche nascosto, quindi non computabile in ore dichiarate per via di situazioni delicatissime in mano ai tribunali) con papà e mamme che vivono esistenze di complessa gestione
5. non dormire la notte per ricercare soluzioni studiando testi di psicologia, sociologia, ecc…per trovare risposte ai casi presenti in ogni classe e in aumento esponenziale, viste le condizioni di vita sempre più difficli delle relazioni parentali e della situazione economica
6. sostenere le proprie classi con spese personali per compensare carenza di materiali di facile consumo (i pc non li nomino neppure per non cadere nel ridicolo)
7. lavorare in aule senza aria e che non consentono spostamenti di banchi e sedie per via dello spazio insufficiente
8. preparare attività sempre diverse e creative in modo da non far calare la motivazione all’interno delle situazioni qui precedentemente descritte
9. a casa usare i propri strumenti tecnologici per fare fotocopie, stampare, ricercare, studiare (a scuola non si può: siamo in troppi con strumenti assolutamente insufficienti o inesistenti)
10. raggiungere il proprio posto di lavoro, anche lontano spendendo i propri soldi per trasporti e/o benzina
11. l’ammalarsi e pagarsi una tassa sulla propria malattia, magari una di quelle considerate “professionali”
12. permanere in servizio oltre i 60 anni esponendo se stesse all’umiliazione di non farcela e al contempo vedere i precari che stanno sacrificando la propria “semplice” vita “semplicemente” invisibile.

La 13^  descrizione la riservo per dirle che “il resistere” alle cosiddette riforme degli ultimi anni è stato ed è “un in più” al lavoro “semplice” che facciamo e che riteniamo assolutamente da premiare proprio per questo suo essere semplice e totalizzante. Si ricordi, signora ministro, che il nostro “semplice dovere” è prestare cura e attenzione ai singoli, e i singoli, se vogliamo fare “semplicemente” il nostro dovere, presuppongono una totale abnegazione che non può essere spesa in altro, pena l’abbassamento del livello di cura, e qui alludo al fatto che per i ministri degli ultimi anni è stato considerato un dovere fare altro dall’insegnare. Un errore che stanno pagando in particolare i ragazzi, i quali si sono trovati a subire un sistema sempre più diretto a verificare, misurare e testare, anziché ascoltare, studiare, ricercare, sostenere, conversare, dialogare, riflettere in modo significativo sulla vita.

…E …soltanto grazie a insegnanti resistenti della scuola statale spesso si sono salvate situazioni a rischio.

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Piovono medaglie

Posted by comitatonogelmini su 12 febbraio 2014

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di Nerina Vretenar
12 febbraio 2014

Si celebra con pubblicazioni e trasmissioni TV il Maestro Alberto Manzi, quello che, assieme a tanti maestri e maestre MCE, si rifiutava di dare i voti e scriveva su tutte le pagelle  dei suoi alunni  “Fa qual che può, quel che non può non fa”.

Intanto si viene a sapere di un progetto sostenuto dal Ministero che si chiama “Mimerito” consistente nella distribuzione di medaglie ai “migliori”.

Un articolo (vedi qui) su La Stampa riferisce che sono in  arrivo in ogni classe “40 distintivi metallici, smaltati e dal disegno accattivante. Ci sono gli Scudetti d’eccellenza riservati al rendimento scolastico, le Stelle di condotta d’oro e d’argento e i Brevetti di impegno personale come riconoscimento per la buona volontà e l’impegno… il kit  comprende anche i tabelloni da appendere in classe sui quali  per tutto l’anno vanno scritti i nomi degli alunni che hanno conquistato i premi…La cerimonia di  assegnazione dei premi avviene periodicamente, il distintivo viene indossato sul grembiule nelle  scuole primarie o appuntato sul diario nelle secondarie di primo grado.”

L’articolo riporta anche l’opinione dell’ideatore di Mimerito che sostiene che poiché oggi “si vive di status symbol del tutto slegati dal merito” lui intende, con questa iniziativa, “restituire un contenuto, un senso agli oggetti che amiamo avere ed esibire.”

Senza ripetere discorsi fatti mille volte sul dovere della scuola di base di includere tutti e tutte rispettando la dignità e la diversità di ciascuno (la povertà di pensiero che sta dietro la promessa pioggia di medaglie non lo merita) mi limito  a condividere una prima impressione.

Com’è vecchia e triste e povera e priva di attrattive  la scuola delle medaglie che quella proposta configura.

Triste perché somiglia troppo a una pista grigia e spoglia in cui si corre tutti nella stessa direzione come in  un girone infernale.

Triste perché ci sono i primi e gli ultimi che spesso restano tali per sempre, perché l’allenamento non può modificare sostanzialmente la muscolatura di cui ciascuno è dotato.

Triste perché molti non si appassioneranno mai a gareggiare per una misera medaglia e altri si sentiranno a disagio pensando che ogni medaglia vinta è una medaglia sottratta al vicino.

Triste perché  chi inciampa e cade rimane fuori gioco e chi corre per la medaglia non può fermarsi a soccorrere chi inciampa  e cade.

Senza spendere parole su cos’è la scuola per noi (perché l’abbiamo spiegato mille volte e perché la povera  proposta delle medaglie al merito non merita una risposta articolata) direi solo che la scuola che cerchiamo di fare vorremmo somigliasse non a una pista ma a un grande giardino.

Un giardino in cui  si può andare in tante direzioni.

Un giardino in cui ognuno/a può muoversi e esplorare secondo il  suo ritmo, correre ma anche camminare e saltare, e fermarsi e arrampicarsi.

Un giardino da esplorare per il  piacere di esplorare, in tanti modi diversi, in cui correre  per il piacere di correre, anche insieme, fianco a fianco.

Un giardino  in cui chi non ce la fa a camminare viene sorretto e aiutato, in cui l’impresa di uno è festeggiata da tutti e la nuova scoperta di ognuno messa a disposizione degli altri.

Senza bisogno di medaglie.

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Volta la carta e la scuola riparte

Posted by comitatonogelmini su 13 gennaio 2014

redenari

“Su, ascoltatela”, oltre che una raccomandazione, è l’anagramma di Scuola Statale… 

Comunque anagrammiate, buona lettura!

di Mauro Presini
da Like@RollingStone
13 gennaio 2014

Volta la carta è una ballata tradizionale che il cantautore Fabrizio De Andrè ha provato ad adattare e ad orchestrare (in Rimini, 1978).
La scuola riparte è uno slogan stagionale che il governo Letta ha provato ad inventare e a pubblicizzare (in Roma, 2013).
Volta la carta e la scuola riparte è una filastrocca contemporanea che ho provato ad assemblare e a scribacchiare (in Ferrara, 2014).
Un esempio di surrealismo popolare è la definizione che Massimo Bubola, collaboratore di De André, ha provato a dare della canzone di Fabrizio.
Io prenderei a prestito la stessa definizione per attribuirla anche allo slogan di Enrico.
La filastrocca che segue può essere letta o cantata sulle note di “Volta la carta”; non sono pratico di accordi ma credo si possa musicare inFA di più anche se poi ti DO di meno.

C’è un governo di intese allargate 
dona milioni alle scuole private,
a noi toglie ma non restituisce
volta la carta, ci sono le bisce.
Centouno bisce che stanno nascoste
volta la carta ma non trovi risposte.

Nella scuola, cammini, trascini anche se non ci riesci più 
docente, bidello od impiegato, a te nessuno considera più
docente, bidello od impiegato, a te nessuno considera più.
Quando ognuno fa la sua parte
volta la carta “la scuola riparte”,
“riparte”, è un modo di dire
volta la carta, c’è da investire.
A investire ci vuol del coraggio 
un po’ di più che in un atterraggio.
I precari, alle sei di mattina, sono già pronti e si tirano su
l’assunzione gli hanno promessa, volta la carta e non c’è più 
l’assunzione gli hanno promessa, volta la carta ma non c’è più.

Non tormentarti con i perché
ecco tieni un bel tablet per te,
per te che non fai molte domande
volta la carta, la scuola si espande.
Si espande se si dematerializza
Volta la carta c’è chi normalizza.
Il personale, messo in cantina che piange, che grida anche laggiù
se il questionario è la medicina vuol dir che non ascoltano proprio più
se il questionario è la medicina vuol dir che non ascoltano neanche più.
C’è meritocrazia su questa carrozza
attenti però questa cosa ci strozza,
ci strozza se non c’è l’uguaglianza
volta la carta, ho già mal di panza.
Mal di panza ché non siamo zerbini
riescono a pensarli questi bambini?
Il Ministro cinguetta leggero, si veste di buono, parla da Fazio 
chiama le leggi “La scuola riparte”, volta la carta e per noi non c’è spazio
chiama le leggi “La scuola riparte”, son sempre quelli che pagano il dazio.

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Anche sui test Invalsi, la parola ai docenti

Posted by comitatonogelmini su 11 dicembre 2013

matematica-assassina

di Marina Boscaino
da micromega
11 dicembre 2013

Qualche giorno fa, durante un incontro sulle Lavagna interattive multimediali, tenuto da un bravo formatore di una casa editrice seria (ma sulla formazione a cura delle case editrici ci sarebbe da scrivere un trattato, sia per il probabile conflitto di interessi tra proposta metodologica e proposta di mercato sia per la scarsa credibilità professionale di un progetto di aggiornamento che scelga di ricorrere a risorse di questo genere), mi è capitato di ascoltare questa frase, proferita con assoluta nonchalance: “Perché voi sapete che dal prossimo anno i test Invalsi saranno obbligatori anche al V anno delle superiori e all’Esame di Stato”.

Non ho potuto fare a meno di intervenire. E di sottolineare che l’ipotesi che ciò avvenga è stata ventilata in una lettera (ora, come potete constatare cliccando sul link, scomparsa) che l’Invalsi ha indirizzato ai Dirigenti scolastici a metà di novembre. E di rimarcare – dato che c’ero – come tutti i prodigi tecnologici che venivano presentati da lui come da alcuni che lo avevano preceduto, testi digitali da usare, appunto, con la Lim, contenessero un apparato di esercizi ben nutrito, quasi interamente propedeutico ai test Invalsi. In altre parole: ci siamo fatti dettare l’agendasenza una normativa di riferimentoconsentendo il lento inserimento nella pratica didattica (di cui non avremmo dovuto essere noi gli esperti?) di elementi che lentamente e implacabilmente hanno plasmato lo stile pedagogico di molti di noi, il modo di lavorare, la determinazione delle prove di verifica. A poco a poco, applicando pseudo-provvedimenti con il contagocce, ma costantemente, si riesce a “forgiare” il Pensiero Unico: così è stato per il neoliberismo e le sue infinite deviazioni, ormai accolte diffusamente; così per l’idea che parole come “comunista” fossero portatrici di per sé di tumori mefitici; così – ma è uno dei tanti esempi – molte misure inaccettabili sono entrate nella nostra vita e, con essa, nei nostri istituti, mimetizzate dall’idea di una modernità sempre positiva e vincente. In un Paese come il nostro, caratterizzato da una tradizione pedagogica illuminata, si tratta di una vergogna, di cui siamo tutti responsabili.

Da noi è possibile pensare che un’affermazione – per di più contenuta in una “lettera”- determini la norma cui doversi attenere. La stessa cosa è accaduta con i Bisogni Educativi Speciali. Sono bastate una direttiva ed una circolare a far sì che in molte scuole si procedesse all’esecuzione acritica, propiziata dall’intransigente volontà di molti dirigenti di essere più realisti del re.

Ma di prescrittivo non esiste nulla. Come per i BES, la cosiddetta normativa Invalsi è fluttuante ed incerta. Uso e consuetudine hanno indirizzato le nostre azioni, facendoci perdere senso critico e coscienza professionale. Ma, soprattutto, esercizio della cittadinanza.

Prendiamo l’Invalsi, di cui tra pochi mesi si celebrerà la triste consuetudine, caratterizzata da obbedienza a capo chino da parte di molti e da opposizione da parte di pochi. Esclusi rari casi, le prove Invalsi paiono essere per tutti affare che inizia al principio di maggio e finisce con la loro conclusione, al punto che la norma sull’istituzione del Sistema Nazionale di Valutazione è passata nell’indifferenza generale lo scorso luglio, senza che la comunità educativa e scolastica quasi se ne accorgesse. Non esistono norme precise che vincolino a svolgere i test Invalsi. Nel 2011, dopo una lettera (sic!) inviata agli istituti scolastici dall’allora presidente Invalsi, Roberto Cipollone, in cui si sottolineava l’obbligatorietà delle prove, si pronunciò l’avvocato dello Stato Paolucci, che affermò che le scuole non dovevano per forza essere sede delle prove e ne determinò l’incompetenza rispetto alla materia, poiché nessuna legge affidava loro questa competenza. Intervenne così l’art. 51 del dl 5/ 2012 che prevede, al secondo comma: “Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria d’istituto, alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti degli studenti, di cui all’articolo 1, comma 5, del decreto-legge 7 settembre 2007, n. 147, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 ottobre 2007, n. 176”. Si chiama decreto-legge “semplificazione”, ed effettivamente ha tanto semplificato la fatica che il governo avrebbe dovuto fare se fosse arrivato a spiegare e far accettare alla scuola questa norma con pratiche di ascolto e di dialogo con le componenti coinvolte. A proposito dell’art. 51 del dl 5/12 l’avvocato Mauceri (Per la scuola della Repubblica) chiarisce: “Si tratta di una disposizione formulata in modo ambiguo, ma che certamente non afferma l’obbligatorietà dei docenti a svolgere tale specifica attività a prescindere dalle delibere dei Collegi, né, tanto meno, l’obbligo di questi ultimi di deliberarle. Poiché l’anno scorso era stato a lungo dibattuto proprio di vincoli e la questione si è riproposta anche quest’anno, se il legislatore avesse voluto stabilire l’obbligatorietà delle prove Invalsi, avrebbe potuto affermarla esplicitamente. Il legislatore si è invece limitato a qualificare dette prove come attività ordinaria di istituto; si tratta in sostanza di una norma attributiva di una competenza alle istituzioni scolastiche; il problema dell’obbligatorietà della partecipazione dei docenti a dette prove non è quindi risolto da tale disposizione”. Il dl 5/12 corregge, casomai, il vulnus segnalato da Paolucci. Ciò non toglie cheper rendere l’Invalsi vincolanteoccorra una delibera del Collegio dei docenti, chenella dimensione della volontà collettiva su temi di competenza esclusiva contempera il principio della libertà di insegnamento, costituzionalmente determinato. È ancora nelle nostre mani, dunque, la scelta: anche nella necessità di animare la discussione sugli Invalsi non in maggio, quando tutto è già definito; ma in settembre, quando si votano le attività nei collegi dei docenti.

È questo uno dei motivi per cui non possiamo assolutamente distrarci rispetto alle recenti e passate incursioni dei governi sulla democrazia scolastica e sulle prerogative degli organi collegiali.

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la SCUOLA in CARCERE, il CARCERE nella SCUOLA – CONVEGNO di aggiornamento INTERREGIONALE

Posted by comitatonogelmini su 14 ottobre 2013

carcere scuola

di CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
14 ottobre 2013

CONVEGNO di aggiornamento INTERREGIONALE

la SCUOLA in CARCERE, il CARCERE nella SCUOLA

lunedì 28 ottobre 2013 ore 9.00 – 13.30

Aula Magna ITSCT Einaudi-Gramsci Via D. Canestrini, 78/1  Padova
 autobus n°5 [15 min. da FF.SS.] – autobus n°16 [15 min. da Prato della Valle] – parcheggio interno

Relazioni

Anna Grazia Stammati Presidente CESP, esperta nel CT del MIUR e insegnante nel carcere di Rebibbia, Roma

L’educazione e la formazione in carcere nel nuovo ordinamento scolastico

Renzo Trevisin  Coordinatore scuole carcerarie di Treviso – progetto assistito CPIA

L’esperienza didattica al Minorile e la sperimentazione CPIA al carcere Circondariale di Treviso

Michela Zamper e Paolo Mario Piva Insegnanti nel carcere Penale di Padova

Sviluppo, problematiche e criticità dell’esperienza didattica in carcere dell’ITC Gramsci a 15 anni dal suo avvio

Ornella Favero Direttore della rivista dal carcere Ristretti Orizzonti e del progetto “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”

Un progetto di confronto tra scuole e carcere che aiuta a fare prevenzione

 Interventi di ex detenuti studenti

dibattito/confronto

Presenta il dibattito Carlo Salmaso – CESP di Padova

Coordina Patrizia Fiorenzato – insegnante nel carcere Penale di Padova

IL CESP è riconosciuto dal MIUR come ENTE FORMATORE (D.M. 25/07/2006 prot. 869)

La partecipazione rientra nelle giornate di permesso per aggiornamento ai sensi dell’art. 64 del CCNL 29/11/2007

Verrà rilasciato l’idoneo attestato di frequenza ai sensi della normativa vigente

L’ iscrizione si effettua all’apertura del convegno, per adesioni preliminari:

CESP via Cavallotti 2 – 35100 PADOVA – FAX 0498824273 – EMAIL : info@cesp-pd.it

 

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Articolo 34, la scuola pubblica non c’è più

Posted by comitatonogelmini su 12 ottobre 2013

34
di Giuseppe Caliceti
da Il manifesto
12 ottobre 2013

Né gratuita, né laica, né inclusiva. Oggi la nostra istruzione obbligatoria da fiore all’occhiello è finita a fondo classifica

100 euro l’anno a studente pari a 1 miliardo di euro, più altri 3-4 raccolti con le lotterie. Sono i “fondi neri” pagati dalle famiglie, una voce del bilancio senza la quale tutto salterebbe.

Vorrei soffermarmi sull’articolo 34 della Costituzione, oggi in piazza, a Roma, grazie all’appello “Costituzione, la via maestra” di Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky. Può infatti capitare che un articolo della Costituzione resti intatto, ma cambi l’oggetto di cui parla: la scuola pubblica italiana.

Recita l’art.34 che «la scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso». E’ un principio strettamente legato all’art.3, specie quando afferma che «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Ora la notizia è questa: da anni in Italia la scuola di cui parla la nostra Costituzione non esiste più. Si potrebbero fare tanti esempi per confermare questa tesi. Ne faccio tre.

1) La gratuità . Sono sempre di più i genitori che pitturano le aule delle scuole. All’inizio mi faceva piacere, adesso mi mettono tristezza. Perché l’eccezione è diventata regola. Una cosa è la collaborazione dei genitori all’interno di un progetto educativo, un’altra dover cronicamente supplire alle mancanze di uno Stato. Una scuola primaria come quella italiana – che fino al 2008 era, per qualità, la prima in Europa e la quinta al mondo – non è stata considerata dai politici motivo di orgoglio, ma d’imbarazzo. Ed è stata progressivamente smantellata, trasfigurata, violentata, mentre si sono sempre più incentivate le scuole private. E tuttavia anche i genitori degli studenti delle scuole pubbliche ormai pagano tutto: corsi pomeridiani, attività sportive, giornalini d’istituto, recite teatrali, gite, viaggi d’istruzione, corsi di lingua straniera, carta igienica, materiale di cancelleria, toner, carta per le fotocopie, detersivi per mantenere puliti gli ambienti scolastici. Per ogni studente la cifra media sborsata può essere stimata intorno ai 100 euro l’anno. Totale: un miliardo di euro. Più altri tre o quattro miliardi circa che i genitori raccolgono alle feste di fine anno scolastico con lotterie, tombole, ristorazione e altro: i cosiddetti fondi neri della scuola di cui nessuno deve sapere e nessuno parla. Senza la voce di bilancio “contributo delle famiglie” e il lavoro volontario dei genitori degli studenti, la scuola pubblica, in Italia, da tempo non esisterebbe più.

2) Laicità . Parlare della laicità della scuola in Italia fa un po’ ridere, perciò parlerò della meritocrazia. Anche a scuola. Oggi dichiararsi contro il merito sembra quasi un’eresia. Specie in Italia, il paese delle raccomandazioni. Per insegnare religione cattolica nella scuola pubblica – dove a pagare i docenti è lo Stato – oggi è infatti decisivo non solo il parere del vescovo, ma anche quello del parroco. Non basta più il corso che organizzano le diocesi per abilitare i docenti all’insegnamento della religione cattolica. E’ richiesta anche una certificazione da parte del parroco di “buona condotta morale”. Una sorta di patente di buon cattolico. Una raccomandazione. Tanti italiani sono a favore del merito e della meritocrazia perché leggono in queste parole – sbagliando per ignoranza – il contrario di parole come favoritismo e clientelismo. In realtà merito e meritocrazia sono le idee più semplici e primitive per confluire, anche da chi proviene dalla cosiddetta sinistra, verso politiche aristocratiche, antidemocratiche, di destra. Orientate cioè verso individualismi spesso privi di senso di responsabilità e di solidarietà. La meritocrazia è puro veleno antidemocratico. Il contrario di merito e meritocrazia non sono favoritismo o le parole – merito, meritocrazia – sono oggi utilizzate per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha?

3) L’inclusività . C’è una legge. Prevede che se in classe c’è uno studente disabile non si possano avere più di 20 alunni. Ma se la famiglia non la conosce e non minaccia il dirigente scolastico di rivolgersi ad avvocati, è disattesa. Per giudicare l’efficienza del sistema scolastico ci si affida alle crocette dei famigerati Test Invalsi, da cui gli studenti disabili sono esclusi. Per paura che rovinino la media nazionale, si finge che non esistano. E dire che prima del 2008 eravamo studiati in tutto il mondo per quello che facevano a scuola con questi ragazzi. Eravamo non solo un esempio di civiltà, ma di contenimento economico dei costi: perché è provato che investire nella loro inclusione scolastica è un vantaggio anche economico. Sono circa 204mila gli alunni e gli studenti disabili nella scuola italiana, il 4% del totale degli studenti. Più della metà, 81 mila, frequentano la scuola primaria, altri 63 mila studiano nelle scuole medie. Uno su cinque (il 19,8%) ha un handicap grave e ha bisogno di essere aiutato nel mangiare o per spostarsi e andare in bagno. Il 7,8% non riesce a fare nessuna di queste tre cose. Alunni che richiedono un’assistenza costante. E la scuola, sfigurata dai tagli al bilancio e al personale, non riesce più a darla. Con il taglio della spesa pubblica si è ridotto il numero delle ore di sostegno e dalle 22 settimanali previste se si arriva a 11 è già tanto. Quando non c’è il docente di sostegno, spesso il bambino è lasciato in solitudine nella classe. Seguito a fatica dagli insegnanti di “posto comune” che non hanno una preparazione specifica. Gli insegnanti di sostegno, con gli spezzoni di ore, sono costretti a dividersi in scuole diverse. Corrono da una parte all’altra. Le amministrazioni locali più virtuose fanno da tappabuchi allo Stato affidando i disabili a educatori di cooperative sociali senza preparazione specifica. A 6 euro all’ora. Promuovendo per primi una forma di aziendalizzazione della scuola al ribasso. Un errore. Così capita spesso che i genitori debbano riportare a casa il figlio prima della fine delle lezioni per non lasciarlo solo. Perché non solo non gli è garantito il diritto allo studio, ma neppure un’assistenza e una sicurezza adeguate. Alla protesta delle mamme degli alunni e degli studenti disabili non si è unita l’indignazione e la solidarietà di altre madri, famiglie, istituzioni. Ognuno pensa ai propri figli e così i figli di tutti ci rimettono. Per questo propongo a Cgil, Arci e alle altre associazioni che promuovono la manifestazione, ma anche a tutte quelle con cui anni fa lanciammo proprio qui da Reggio la campagna per il diritto di cittadinanza “L’Italia sono anch’io”, una nuova campagna: per migliorare l’integrazione scolastica e l’inclusione degli studenti disabili nella nostra scuola. Perché non si può dire che un bambino disabile costa allo stato 25 volte di più di uno cosiddetto normale e cacciarlo dalla scuola pubblica cavandosela così. Né che non possa essere accolto in una scuola privata perché altrimenti salta il bilancio. Né che per accoglierlo i genitori degli altri bambini debbano fare una colletta. Ho in mente un titolo: Studenti disabili: un’eccellenza italiana.

 

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Dal maestro edenico di Malala al maestro dannato da Invalsi

Posted by comitatonogelmini su 9 ottobre 2013

valutazione

di Vincenzo Pascuzzi
9 ottobre 2013

Malala Yousafzai  è  nota per essere stata ferita dai talebani nel 2011, quando aveva 14 anniper la sua attività a favore dell’istruzione scolastica per le donne pachistane.

Tre mesi fa la stessa Malala, 16enne, nel discorso al palazzo dell’ONU aveva affermato: “One child, one teacher, one book, one pen can change the world”. Intervistata nel 2008, a 11 anni, aveva dichiarato:  «I don’t mind if  I have to sit on the floor at school. All I want is education. And I’m afraid of no one».

Infatti, e riassumendo, due sono le cose indispensabili per apprendere: 1) la motivazione a farlo e 2) la scuola essenziale, cioè: il maestro, il libro, la penna. Si può anche rinunciare all’aula, al banco e sedersi sul pavimento. Esistono immagini fotografiche di scolaresche all’aperto, sedute a terra, con il solo maestro e magari una lavagna appoggiata all’albero.

Qualche riflessione sulla scuola ai suoi inizi o albori. La possiamo indicare con il termine “proto-scuola”. Allora immaginiamola così: ci sarà stato un maestro (o insegnante, o prof, o docente) e almeno uno scolaro (discente) o un piccolo gruppo anche di età diverse, un embrione della classe. La proto-scuola consisteva nel rapporto didattico o binomio docente-discente/i. Poteva anche non esserci un’aula come ambiente dedicato. Di sicuro non c’erano preside, bidelli, personale amministrativo: a tutto provvedeva il maestro. Di più: il maestro (essendo il primo, o uno dei primi) non aveva diploma formale né abilitazione all’insegnamento. Era doppiamente autodidatta: da solo aveva imparato quello che insegnava e da solo aveva dovuto imparare a insegnare. Non c’era calendario scolastico, né registro, né programmi o indicazioni ministeriali, non voti e pagelle, …. Ci sarà pure stata la valutazione ma doveva essere paterna, bonaria, regolatrice puntuale degli apprendimenti e della didattica, di cui costituiva quasi ombra o traccia. Doveva essere una situazione di armoniosa e continua sinergia, una situazione tipo Eden. (Chi ha insegnato al serale riuscirà più facilmente a immaginare e comprendere).

Questa edenica proto-scuola deve aver avuto successo crescente, si è affermata e si è espansa. Allora è sorta la necessità di un ambiente dedicato alle sue attività, di organizzazione, di amministrazione, di regole, di controllo, anche di gerarchia. Inizialmente l’organizzazione e tutto il resto (l’”intendance”) sosteneva positivamente, era di sicuro supporto al maestro e all’attività didattica.

Con il crescere della scuola (numero alunni) e dei contenuti della didattica (materie, discipline, orari) l’organizzazione-intendance è cresciuta ancora anche lei, fino a prendere il sopravvento, è divenuta più consistente e importante della didattica stessa ed ha finito per ridurla, sottometterla,  soffocarla, schiacciarla. Ora abbiamo che i presidi, che non insegnano più, sono appunto dirigenti mentre non lo è nessun docente. Al contrario, nell’ambito del SSN, molti medici, sono sì inquadrati come dirigenti ma continuano a svolgere la loro professione.   

L’organizzazione-intendance è in qualche modo consapevole dell’improprietà e dell’eccessiva invasività del suo ruolo. Ruolo che però intende mantenere e che prova a giustificare. Anche da qui è scaturita l’idea (la “pensata”) di far “misurare oggettivamente”  la didattica, cioè i risultati dell’insegnamento-apprendimento. Quantificare – e non importa come! – la qualità, connotarla con dei numeri consente o consentirebbe all’organizzazione-intendance di sottomettere definitivamente la didattica, renderla responsabile e colpevole di tutto ciò che non va, garantendo  a se stessa la possibilità di mantenere la prerogativa di decidere e di comandare senza doverne rispondere direttamente. In questa prospettiva, Miur, presidi e Invalsi si trovano in perfetta sintonia di interessi e di intenti,  collaborano, si spalleggiano fra loro.

Nel tempo, anche la valutazione ha subito cambiamenti: da discorsiva, veritiera e snella è diventata fiscale (almeno formalmente), è stata sottratta alla responsabilità del maestro con il voto di consiglio, si è dovuta adattare all’obbligo scolastico e alla scuola di massa diventando falsa e mendace almeno in parte.

È poi successo che la rappresentazione della didattica con i voti, le pagelle, le promozioni, i diplomi è diventata più importante della didattica stessa. Più che per apprendere, si va a scuola per ottenere la certificazione (promozione o diploma che sia) quasi che l’involucro, la confezione pregiata  faccia il contenuto. Poi – e siamo al 3° livello – è intervenuta, come già detto, la valutazione esterna o valutazione della valutazione (cioè Invalsi) presunta oggettiva con prove standardizzate coatte e insidacabili e con lo scopo appena appena nascosto di consolidare la supremazia dell’organizzazione-intendance.

Chi ha dubbi, è contrario, contesta e si espone, viene punito. Alcuni maestri che si sono rifiutati, non per capriccio ma con motivate ragioni, sono stati sbrigativamente sanzionati dai rispettivi presidi o d.s, nella duplice veste di giudici e parti in causa.

Così il maestro dall’Eden iniziale  è finito all’Inferno.

 

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