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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Posts Tagged ‘dignità’

Dignità…

Posted by comitatonogelmini su 28 maggio 2013

dignità

di Marina Boscaino
28 maggio 2013

La sempre più triste tornata Invalsi è finita, ma non dobbiamo smettere di parlarne. Il 10 maggio il maestro Flavio (alle primarie i bambini li chiamano così, senza cognome; in realtà Flavio Maracchia, insegnante della Crispi di Roma) ha suggerito una pratica interessante per sbarrare la strada ai test Invalsi: l’obiezione di coscienza.

Provo a raccontarne la storia, anche per ricordare come nella nostra scuola spesso sonnolenta, pavida e acquiescente esistano ancora individui capaci di reagire e rischiare in prima persona per sostenere un principio.

Il maestro Flavio il 10 non ha somministrato le prove di matematica alla sua classe, la VA, e ha inviato alla dirigenza un testo, corredato da un impianto normativo di tutto rispetto, che riporto di seguito, perché a tanti farebbe bene leggere o ri-leggere certe cose (il Testo Unico sulla scuola, dlgsl 297/94 art. 395, Funzione docente; dlgsl 59/04, art. 5 Capo III. Finalità della scuola primaria; Dpr 104/85, Premessa generale Caratteri e fini della scuola e valutazione). Il testo è questo:

Il sistema di valutazione Invalsi non funziona.

Nel migliore dei casi è frutto di un nonsense pedagogico, un equivoco, o semplicemente il risultato ultimo di un’ingenuità didattica.

Nel peggiore dei casi è invece il maldestro tentativo di un appiattimento formativo, il documento certificato di un decadimento culturale, una blasfemía.

Ma non è questa la circostanza opportuna per una sua confutazione.

Questo è soltanto il momento per una doverosa obiezione di coscienza. Una opposizione netta. Una forma di resistenza, coerente con il faticoso lavoro quotidiano di docente della scuola primaria, nel carrozzone malconcio della scuola italiana.

La nostra memoria storica è ricca di persone qualunque contraddistintesi per il solo fatto di essere rimasti fedeli a un ideale. Uomini e donne che nel risorgimento, poi nel periodo delle due guerre mondiali, nelle lotte per i diritti civili condotte fino ai nostri giorni, hanno trovato il coraggio di dire un semplice NO. Capaci di coerenza anche quando la loro professione di fede ha significato scelte scomode e comportato finanche la loro sciagura.

A scuola li celebriamo spesso portandoli come esempio ai nostri studenti. Che credibilità avremmo allora come maestri se chinassimo la testa davanti a quanto consideriamo ingiusto e offensivo?

Adesso tocca a noi. E non potrebbe essere altrimenti. Guai al popolo la cui scuola smettesse di essere luogo primigenio e culla di princípi e ideali.

Venerdì 17 maggio, dopo il collegio dei Docenti, il maestro Flavio ha ricevuto dalla dirigente una lettera che configura l’inizio di un procedimento disciplinare per “omissione svolgimento atti dovuti inerenti alla funzione docente (art. 493 Dlgsl 297/94)”. Nella lettera della dirigente si legge che “la somministrazione delle Prove Invalsi è obbligatoria ai sensi dell’art. 51 del DL 5/2012, che prevede che la rilevazione degli apprendimenti costituisce parte integrante dell’attività ordinaria di istituto” e che “tale attività è stata deliberata dal Collegio dei Docenti del 03/09/2012 ed inserita nel Piano Annuale delle Attività” Alla richiesta del maestro Flavio di avere in mano la delibera del collegio dei docenti, gli viene prodotta copia del verbale del collegio di settembre (durante il quale quella delibera avrebbe dovuto essere assunta), che non fa alcuna menzione degli Invalsi. Inoltre: la circolare che scandiva la somministrazione delle prove nei giorni in cui la scuola primaria vi ha partecipato (7 e 10 maggio) si riferisce ad una presunta obbligatorietà della somministrazione stessa da parte dei docenti, in virtù dell’art. 51 del DL 5/12 sopra citato. In realtà, senza un’apposita delibera del collegio dei docenti non esiste alcun vincolo in tal senso.

Proviamo a mettere in ordine le cose. Anche perché il caos artatamente creato rispetto alla normativa Invalsi ha consentito ai soliti dirigenti più realisti del re di sostenere ipotesi insostenibili e commettere arbitri inaccettabili. Non è vero che il DL 5/12, in cui l’articolo sull’Invalsi va a cadere quasi casualmente (dopo la lunga vicenda normativa, farraginosa e ingarbugliata, culminata con il pronunciamento nel 2011 dell’avv. dello Stato Paolucci, che affermava la non obbligatorietà per le scuole di essere sede degli Invalsi e determinò l’incompetenza delle scuole rispetto alla materia, poiché nessuna legge affidava loro questa competenza), ne determini l’obbligatorietà. A proposito dell’art. 51 del DL 5/12 l’avvocato Mauceri (Per la scuola della Repubblica) chiarisce:Si tratta di una disposizione formulata in modo ambiguo, ma che certamente non afferma l’obbligatorietà dei docenti a svolgere tale specifica attività a prescindere dalle delibere dei Collegi, né, tanto meno, l’obbligo dei collegi dei docenti di deliberarle. Poiché l’anno scorso era stato a lungo dibattuto proprio di obbligatorietà e la questione si è riproposta anche quest’anno, se il legislatore avesse voluto stabilire l’obbligatorietà delle prove INVALSI, avrebbe potuto affermarla esplicitamente. Il legislatore si è invece limitato a qualificare dette prove come attività ordinaria di istituto; si tratta in sostanza di una norma attributiva di una competenza alle istituzioni scolastiche; il problema dell’obbligatorietà della partecipazione dei docenti a dette prove non è quindi risolto da tale disposizione”. Il DL 5/12 corregge, casomai, il vulnus segnalato da Paolucci. Ciò non toglie che – per rendere l’Invalsi obbligatorio – occorra una delibera del collegio dei docenti, chenella dimensione della volontà collettiva su temi di competenza esclusivacontempera il principio della libertà di insegnamento, costituzionalmente determinato.

Mercoledì prossimo il maestro Flavio è convocato dalla dirigente per il contraddittorio. La sanzione più grave in cui potrebbe incorrere sono 10 giorni di sospensione dello stipendio; Flavio è comunque tranquillo e determinato, per niente spaventato; propenso ad esporsi perché il caso venga conosciuto e difeso.

Mi è sembrato utile raccontare una storia di dignità e convinzione (pedagogica, culturale, democratica), checomunque vada a finirecostituisce un monito per tutti noi, troppo spesso inconsapevoli di quelli che sono realmente diritti e doveri.

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Lettera aperta dei lavoratori Fiat Mirafiori agli studenti

Posted by comitatonogelmini su 5 gennaio 2011

Dai lavoratori Fiat Mirafiori, agli studenti e alle studentesse dell’Università e a tutto il mondo della formazione

4 gennaio 2011

 

Viviamo in un periodo in cui il ceto politico e la classe dominante, anche attraverso un uso cinico della crisi economica, stanno ulteriormente peggiorando le condizioni di vita, di studio e di lavoro di tutti i settori più deboli della società.

Vorremmo farvi partecipi della nostra condizione.

Noi operai della Fiat circa trent’anni fa ambivamo e sceglievamo di entrare a lavorare in fabbrica con la prospettiva di un, seppur basso ma sicuro, salario mensile che ci consentisse un futuro dignitoso per noi e per la nostra famiglia: questa piccola sicurezza ci ha concesso, nel tempo, di poterci permettere il consumo di beni materiali in cambio del nostro lavoro fisico.

Alle prime autovetture comprate a rate, andava a sommarsi il mutuo della casa e magari la rata del prestito per sostenere lo studio dei nostri figli, per assicurargli, illudendoci, un futuro migliore del nostro.

Per anni abbiamo continuato ad ingurgitare e defecare beni materiali, producendo humus che concimava la pianta del sistema capitalistico. In fabbrica parlavamo (e magari qualcuno stupidamente investiva) di azioni, di borsa, di bolle di mercato…ed intanto quotidianamente i lavoratori morivano sui luoghi di lavoro.

Ora in fabbrica si usa come arma psicologica la cassa integrazione, in questo modo non guadagni, non spendi e quindi non sei nessuno, non esisti.

Il sistema capitalistico vuole cancellare in un sol colpo il passato (i diritti e il reddito conquistati con lotte, con sacrifici e morte dai nostri padri) ed il futuro, cioè la possibilità di studio e di emancipazione per i nostri figli, in cambio di un presente sempre più improntato ad un consumismo immediato.

Questa condizione, sempre peggiorata negli ultimi decenni, ci porta a pensare che non è più possibile lottare individualmente o settorialmente; ci porta a credere che sia sempre più necessario costruire dei percorsi di unità.

Vogliamo essere uniti nelle lotte perché noi crediamo che così si possano migliorare le opportunità di chi studia e di chi lavora.

Uniti, perché il mondo del lavoro e quello scolastico vivono già una condizione precaria e gli interventi attuali volgono al loro peggioramento.

Uniti, perché gli studenti di oggi, domani entreranno in un mondo del lavoro precario e noi, come hanno fatto i nostri genitori, dobbiamo far si che la nostra lotta respinga i provvedimenti di chi vuole fare solo “cassa” sulle vite dei più deboli.

Oggi studenti e operai insieme possono creare un ponte, dove il mondo della formazione e la classe operaia e lavoratrice si uniscano per proporre un dialogo e un’unità per respingere gli attacchi di una società in cui solo una piccola parte decide per tutti.

Per noi è importante uscire dalla fabbrica.

Siamo convinti che sia necessario che tutte le realtà che oggi sono colpite in modo trasversale dai governi e dalle classi dominanti, debbano trovare un primo momento di confronto, di conoscenza, di discussione che porti a rafforzare le lotte di tutti e a mettere in campo una forza adeguata per poter tornare a migliorare le nostre condizioni di vita.

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La ministra Gelmini non perde occasione per confermare la sua cultura autoritaria

Posted by comitatonogelmini su 25 agosto 2010

Comunicato stampa di Domenico Pantaleo, Segretario generale Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL
dal sito FLC Cgil Scuola
25 agosto 2010
 

La ministra Gelmini si schiera con Marchionne nel negare il rispetto della sentenza dei giudici di reintegro dei lavoratori della Sata di Melfi ingiustamente licenziati. Si diletta perfino a confutare la sentenza, sposando in pieno la teoria di Marchionne, sconfessata dal Giudice, sul fatto che i lavoratori avrebbero bloccato i macchinari e fermato la produzione.

La titolare del dicastero dell’Istruzione, invece, farebbe bene a compiere una seria autocritica sulle politiche di vera e propria demolizione della scuola pubblica, sul licenziamento di migliaia di precari, sul non rispetto della Costituzione che garantisce a tutti il diritto di apprendimento.

Evidentemente la Gelmini pensa di essere in uno Stato dove è possibile negare regole e diritti. Esattamente quello che sta avvenendo in tutti i comparti della conoscenza, che stiamo contrastando con le tante iniziative di mobilitazione che intensificheremo fin dai primi giorni di Settembre.

Forse la Ministra Gelmini ha nostalgia per il passato, quando venivano negati diritti fondamentali e non esisteva la scuola di massa, ma sappia che non consentiremo di tornare a quei tempi. La FLC CGIL sostiene le ragioni dei lavoratori FIAT per il rispetto della propria dignità e dei propri diritti. Siamo al fianco della Fiom nella lotta contro la schiavizzazione del lavoro e contro la cancellazione del contratto di lavoro.

La FLC CGIL difenderà la scuola e l’università pubblica, l’autonomia degli enti di ricerca pubblica, le persone che compiono il proprio dovere, i precari e le conquiste contrattuali. Siamo interessati a discutere di valorizzazione professionale, ma questo giusto obiettivo come si concilia con il blocco dei contratti e l’assenza di risorse? Come si concilia la valorizzazione professionale con una manovra finanziaria giocata tutta contro il lavoro pubblico?

Se la Ministra Gelmini pensa di cancellare gli scatti di d’anzianità, destinando quelle risorse ad una meritocrazia con parametri decisi da lei, troverà la nostra ferma opposizione: significherebbe tagliare gli stipendi a tutti per dare a pochi! È curioso che mentre si discute di come garantire il mantenimento degli scatti di anzianità tagliati dalla manovra finanziaria, già si pensi di cancellarli alla fine del triennio!

La storiella dei sindacati moderati e radicali non ha alcun senso perché la vera differenza è tra autonomia e subalternità.

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Napolitano alla Fiat: «Su Melfi rimettersi alla decisione dei giudici»

Posted by comitatonogelmini su 25 agosto 2010

Il Capo dello Stato sui tre operai licenziati e poi reintegrati: «Auspico che il grave episodio sia superato»
da Il Corriere della Sera
25 agosto 2010

«Bisogna rimettersi all’autorità giudiziaria». È questa la posizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sulla vicenda dei tre operai licenziati a Melfi, reintegrati dal giudice ma ai quali la Fiat non ha permesso di riprendere il lavoro (pur garantendo l’ingresso in fabbrica). Il Capo dello Stato, nella lettera di risposta ai tre lavoratori (qui sul sito del Quirinale), esprime «vivissimo auspicio – che spero sia ascoltato anche dalla dirigenza della FIAT – che questo grave episodio possa essere superato, nell’attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria, e in modo da creare le condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell’attività della maggiore azienda manufatturiera italiana e dell’evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale».

LA LETTERA DEI TRE OPERAI – Il Capo dello Stato ha dunque deciso di rispondere personalmente alla lettera inviata dai tre operai della Fiat. «Ci rivolgiamo a Lei, Presidente, perchè richiami i protagonisti di questa vicenda al rispetto delle leggi – avevano scritto Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli – per farci sentire lavoratori, uomini e padri». I tre operai si erano rivolti a Napolitano «perché nel suo ruolo di massima carica dello Stato sia da garanzia del rispetto della democrazia, della Costituzione e dello Stato di diritto in modo da ripristinare e garantire il libero esercizio dei diritti sindacali nonché dei diritti costituzionalmente riconosciuti a tutti, all’interno dello stabilimento Fiat Sata di Melfi». «Ci rivolgiamo a Lei, quale massima carica dello Stato e supremo garante della Costituzione – avevano scritto ancora Barozzino, Lamorte e Pignatelli – per sottoporre alla sua attenzione una vicenda, la cui eco da diversi giorni ha raggiunto tutti gli organi della stampa nazionale, che non lede soltanto i nostri diritti di cittadini e di lavoratori ma colpisce direttamente i diritti collettivi e generali degli operai e dello stesso sindacato a cui siamo iscritti». «Signor Presidente – scrivono i tre operai – per sentirci uomini e non parassiti di questa società vogliamo guadagnarci il pane come ogni padre di famiglia e non percepire la retribuzione senza lavorare. Questo non è mai stato un nostro costume, nè come semplici operai nè come delegati sindacali aziendali, avendo sempre svolto con diligenza e professionalità il nostro lavoro. La decisione della Fiat Sata di non reintegrarci nel nostro posto di lavoro è una palese violazione dell’articolo 28 della legge 300 del 1970 e della norma penale da esso richiamata. In uno Stato di diritto non dovrebbe essere neppure consentito di dichiarare a tutti (stampa compresa) di voler disattendere un provvedimento legalmente impartito dall’autorità giudiziaria con ciò mostrando disprezzo per la Costituzione e per le leggi civili e penali del nostro ordinamento giuridico».

LA RISPOSTA DI NAPOLITANO– Non si è fatta attendere la risposta di Napolitano: «Cari Barozzino, Lamorte e Pignatelli, ho letto con attenzione la lettera che avete voluto indirizzarmi e non posso che esprimere il mio profondo rammarico per la tensione creatasi alla FIAT SATA di Melfi in relazione ai licenziamenti che vi hanno colpito e, successivamente, alla mancata vostra reintegrazione nel posto di lavoro sulla base della decisione del Tribunale di Melfi». «Anche per quest’ultimo sviluppo della vicenda – ricorda il Capo dello Stato – è chiamata a intervenire, su esplicita richiesta vostra e dei vostri legali, l’Autorità Giudiziaria: e ad essa non posso che rimettermi anch’io, proprio per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto a cui voi vi richiamate. Comprendo molto bene come consideriate lesivo della vostra dignità “percepire la retribuzione senza lavorare“. Il mio vivissimo auspicio – che spero sia ascoltato anche dalla dirigenza della FIAT – è che questo grave episodio possa essere superato, nell’attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria, e in modo da creare le condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell’attività della maggiore azienda manifatturiera italiana e dell’evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale».

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Mio padre, 35 anni alle presse. Senza perdere la dignità…

Posted by comitatonogelmini su 29 luglio 2010

Cosa c’entrano le presse con il mondo della scuola,direte voi..
C’entrano moltissimo e soprattutto c’entra la dignità…
da l’Unità
28 luglio 2010

Ero nato da poche ore e l’ho visto per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi tutti uguali imposti dal cottimo. L’ho visto felice, passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto quando, a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.

Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 Luglio 2010 su «La Stampa» di Torino ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore i «diritti dei lavoratori» diventavano «componenti non monetarie della retribuzione», la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile «garanzia della continuità delle occasioni di lavoro», ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del «tempo libero in cui spendere quei salari», ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17.30 e le 18.00 di Martedì 27 Luglio 2010). Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore perché non è correlato al denaro mi ha tolto l’aria.
Sono salito sull’auto, costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse per 35 anni in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità.

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Dignità

Posted by comitatonogelmini su 27 giugno 2010

di Paolo Limonta
25 giugno 2010
Milano, oggi.
Sette enormi cartelli hanno aperto oggi lo spezzone della FIOM nel  corteo che da Porta Venezia è arrivato in Piazza Duomo.
Sette lettere per comporre la parola DIGNITA’.
Perché è proprio per questo che dobbiamo continuare a lottare.
Perché nessuno possa pensare di poterci toglierci la DIGNITA’.
La DIGNITA’ dei lavoratori precari, in mobilità o in cassa integrazione che non sono comunque disposti a barattare lavoro in cambio di diritti.
La DIGNITA’ degli operai di Pomigliano che hanno resistito a un odioso ricatto.
La DIGNITA’ degli abitanti dell’Aquila che non si sono arresi al terremoto e neanche alle ipocrisie della coppia Bertolaso / Berlusconi.
La DIGNITA’ di tutti quelli che non chiudono gli occhi di fronte alle ingiustizie grandi e piccole e continuano a denunciarle.
La DIGNITA’ delle mamme e delle maestre sul tetto della scuola di Via Cesari e di tutti quelli che in questi due anni si sono opposti alla distruzione della scuola pubblica e continueranno a non tacere.
La DIGNITA’ di donne e uomini che, anche nelle piccole cose, non ci stanno ad accettare il degrado della società in cui viviamo e lo dicono apertamente con le parole e con l’agire quotidiano.
Ho atteso lo spezzone della FIOM in piazza Fontana con la mia maglietta con la scritta I LOVE SCUOLA PUBBLICA.
E loro, gli operai, in tantissimi mi hanno detto: “Bravi, non mollate, la difesa della scuola pubblica è troppo importante, per  noi e per i nostri figli !
No, non riusciranno a toglierci la DIGNITA’.
 

E’ dura, sarà dura, ma ce la faremo perché NOI NON CI STANCHEREMO. 
SI STANCHERANNO PRIMA LORO ! ! !

Un grandissimo abbraccio.

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Lettera del benefattore che paga la mensa ai bambini di Adro. Io non ci sto

Posted by comitatonogelmini su 13 aprile 2010

da ScuolaOggi
13 aprile 2010

 

 

Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli”. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica.

A scanso di equivoci, premetto che:
Non sono “comunista“. Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici dì tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.

Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.

Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.

I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.

Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo?
Che non mi vengano a portare considerazioni “miserevoli”. Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)

Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo?
Vorrei sentire i miei preti “urlare”, scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il “commercio”.

Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia.
So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”.

Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case.
Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) Venga dalle tasse del papa di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).

Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno?
Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto?
Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.

Il sonno della ragione genera mostri.

Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro.
Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.

E chi semina vento, raccoglie tempesta!

I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi?
E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso
. E’ anche per questo che non ci sto.

Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.

Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010.
Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.

Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varra la spesa.
Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.

Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie.
Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.

Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo.
Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.

Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.

Un cittadino di Adro

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