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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Posts Tagged ‘discriminazione’

Quei bambini maleducati

Posted by comitatonogelmini su 17 ottobre 2013

linguaccia-bambino

di Renato Foschi
da Il manifesto
17 ottobre 2013

Le prove Invalsi, applicate per valutare il funzionamento delle scuole, non hanno nulla di scientifico, sia per il metodo che per i contenuti. Sono altri i criteri del «buon apprendere». Per esempio, mescolare nelle classi alunni con diverse abilità e con un background culturale differente.

 

Uno dei risvolti più inquietanti della politica monetaristica riguarda senza dubbio l’uso della valutazione per ridurre gli «sprechi» nella pubblica amministrazione e nel welfare. In Italia si sono organizzati enormi processi valutativi diretti da istituzioni create ad hoc per testare le nostre strutture educative con la convinzione che questi settori abbiano bisogno di essere riorganizzati perché troppo costosi e inefficienti. Negli ultimi mesi in Italia è cresciuta così una specie di «bolla» valutativa. Una bolla aristotelica che spesso scambia il dito per la luna.
La polemica di questi mesi sulle prove dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi) è indubbiamente un tema di attualità. Le prove Invalsi che misurano, in primo luogo, i contenuti relativi a materie scolastiche, in particolare italiano e matematica, iniziano nella seconda elementare e, per follow up successivi, intendono testare le generazioni degli studenti italiani, senza discriminare a livello individuale. Tali prove servirebbero «alle singole istituzioni scolastiche – per l’analisi della situazione al fine di mettere a punto eventuali strategie di miglioramento – e al Ministero dell’istruzione per operare investimenti e scelte politiche» (testo tratto da un volantino Invalsi).


Classi «babeliche»


È di questi giorni una notizia lanciata dal Corriere della Sera con un articolo di Andrea Ichino dal titolo Scuola operazione verità. Per ogni straniero in aula gli italiani calano nei test e da Radio 24 nel cui sito si ascolta un’intervista ad Ichino per cui «la multietnicità nella scuola è una ricchezza, ma è inutile negare che, quando si inserisce nelle elementari un bambino che non parla italiano, l’insegnante deve distogliere le attenzioni dal programma normale per occuparsi del nuovo arrivo. È ovvio che questo abbia degli effetti negativi sul buon funzionamento della classe».

Tutto nasce da una ricerca pubblicata da M. Ballatore, M. Fort e dallo stesso A. Ichino, The Tower of Babel in the Classroom? Immigrants and Natives in Italian Schools (Torre di Babele in classe? Immigrati e italiani nelle scuole, qui è scaricabile il testo). Gli autori prendono le mosse dalla convinzione che la presenza di immigrati abbia un effetto sfavorevole sull’apprendimento. I loro modelli statistici vorrebbero, quindi, verificare questa ipotesi, tentando di controllare le altre variabili in gioco. Le analisi sono condotte mediante il database dell’Invalsi e mostrano i seguenti risultati fondamentali: in seconda elementare la presenza di immigrati in classe produce un peggioramento dei punteggi in italiano e in matematica rispettivamente del 12% e del 7%. Gli stessi dati rivelano, però, che in quinta elementare tali differenze svaniscono.
Nella ricerca gli autori, per giunta, «scoprono» che in Italia si formano classi e scuole a maggioranza di immigrati (sebbene il numero assoluto di immigrati nelle scuole sia una piccola percentuale). La situazione di tale sperequazione è definita da Ichino stesso come «sconcertante». Ma quale sarebbe la soluzione dei problemi evidenziati? Ichino sul Corriere prosegue «…molto meglio sarebbe costruire (le classi) senza ipocrisie sulla base delle informazioni disponibili riguardo alle caratteristiche degli studenti. Ma la soluzione peggiore, e davvero eticamente inaccettabile, è quella di concentrare insieme stranieri e italiani con background familiare meno favorevole».
In questa visione occorrerebbe maggiore autonomia di azione per risolvere il problema della integrazione degli immigrati i cui effetti «sarebbero» punteggi più bassi in seconda elementare, del 12% in italiano e del 7% in matematica.
La fonte primaria da cui si è sollevato questo polverone mediatico è in realtà un report di un Programma di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (Prin), finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) che, al momento, non è neppure un articolo accettato da una qualsiasi rivista scientifica internazionale con rigoroso peer review. Ma poco importa perché, anche nella letteratura internazionale, si trovano ricerche contestabili.
Nel nostro caso, tra l’altro, gli autori in una nota in prima pagina ringraziano Invalsi per avergli dato accesso «to the many sources of restricted data». Quale che sia la fonte, la scienza procede per continue confutazioni, occorre quindi in primo luogo che i database delle valutazioni delle agenzie governative siano sempre accessibili per consentire una verifica e una «confutazione» delle analisi da parte di terzi, al fine di un avanzamento veritiero delle nostre conoscenze su complessi fenomeni sociali.
Le nostre agenzie valutative, non rendendo trasparenti tutti i dati e assumendo posizioni scientificamente controverse, possono facilmente incorrere nell’errore di applicare policies post hoc sulla base di scarse evidenze empiriche; lo tsunami di proteste di ritorno sarebbe poi naturale. Un esempio sugli altri: l’uso del contemporary h-index, passato alla storia come indice di Katsaros, dal nome dell’ingegnere greco che lo ha inventato, scelto dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) per stimare la produzione scientifica nei concorsi. Tale indice non risulta seriamente applicato in altri Stati e la sua efficacia è solo oggetto di disputa su riviste specializzate in scientometria.
Tornando ai risultati della ricerca di Ballatore, Fort e Ichino, sorgono alcuni dubbi metodologici. Gli autori, come spesso accade nelle scienze sociali, scambiano delle correlazioni con delle cause e non dicono qual è l’effect size dei propri modelli statistici significativi. L’effect size è correntemente utilizzato in psicologia e in medicina per decidere se i fenomeni indagati, sebbene significativi, siano rilevanti. Per dirla in modo comprensibile, non si dovrebbero dettare terapie se non si superano robuste prove empiriche che ci tutelino dagli «scherzi del caso» dovuti ai questionari utilizzati, alla grandezza del campione, alla mancanza di ulteriori variabili misurate che moderano o mediano i fenomeni indagati, ecc. Secondo i dettami dell’Americal Psychological Association, gli effect size dovrebbero sempre essere riportati. Questa buona norma spesso viene saltata a piedi pari dagli economisti e dagli scienziati sociali che, tuttavia, hanno in animo di gestire intere popolazioni. Le significatività in seconda elementare, infatti, sembrano small e non stupisce che in quinta elementare non siano più riscontrabili. L’unico dato empirico con un grande effect size potrebbe esser quello relativo al fatto che nella scuola italiana si creano «concentrazioni» di immigrati in classi e/o scuole specifiche, in un processo oscuro che sfugge al controllo ministeriale.
Il differente utilizzo dei dati alla Invalsi fa tornare in mente la science war innescata dalle ricerche dello psicologo Richard Lynn, il quale sulla base dei dati Pisa (simili agli Invalsi ma per una scolaresca di età superiore) va sostenendo che, per cause genetiche, i popoli del mediterraneo e africani siano meno intelligenti di quelli del nord Europa.
Nel nostro caso non evocherò certamente il fantasma del razzismo e non accuserò nessuno, ma un altro tema, a mio avviso non meno importante, deve essere approfondito: la questione dell’uso del differenzialismo nei sistemi educativi. Tale tema ha riempito pagine e pagine di letteratura scientifica che – devo dire – pare essere ignota agli economisti e ai politici. Già dall’inizio del Novecento, le classi differenziali erano infatti pensate come possibilità «democratica» per fornire una educazione speciale ai bambini con differenti abilità mentali perché fisicamente o culturalmente svantaggiati. Gli psicologi ritenevano che mettendo insieme bambini del medesimo livello cognitivo si sarebbero potuti aiutare meglio, con una educazione speciale diretta solo ed esclusivamente a loro. L’accumularsi delle conoscenze sperimentali successive e della esperienza ha portato tuttavia a paradigmi educativi del tutto opposti. Le classi differenziali si trasformarono in luogo di maligna segregazione in cui gli handicap aumentavano. I ragazzi «difficili», quindi, peggioravano invece di migliorare. Le ragioni sono ricostruite in intere biblioteche di psicologia.
La questione è ripresa anche in un bel libro a cura di P. Adey e J. Dillon, Bad education. Debunking myths in education (Open University Press, 2012). In un capitolo dedicato alla formazione delle classi si evidenzia come sembri assolutamente razionale distribuire le risorse raggruppando i bambini secondo le differenti abilità cognitive e come la stampa di destra stigmatizzi la loro mescolanza a segnalare una educazione caratterizzata da bassi standard; ciononostante decenni di ricerca psicologica ha mostrato che raggruppare i bambini per differenti abilità porti sempre, inesorabilmente, ad accrescere le disuguaglianze.

Nessun ghetto


Un dato è certo, gli svantaggiati – per fascia economica o culturale o intellettiva – se allontanati dagli altri si ritroverebbero isolati e peggiorerebbero le proprie prestazioni perché da un canto più difficili da educare in gruppo e perché non avrebbero gli «altri compagni» come modello con cui interagire. I ragazzi più fortunati, d’altro canto, non avrebbero molto da perdere perché gli stessi dati non mostrano per loro particolari controindicazioni. Nelle classi «miste» si potrebbero, inoltre, sviluppare modelli di interazione migliorativa per tutti i partecipanti. Come abbiamo visto dalla stessa ricerca italiana i gap, se pure ci fossero stati in seconda elementare, si sarebbero chiusi in quinta.

Dai dati Invalsi non possiamo poi capire se lo scambio interculturale abbia prodotto o meno un incremento di altre caratteristiche (socializzazione, apertura mentale, ecc…). Per giunta, come evidenziato dagli stessi dati Pisa sembra probabile che l’arricchimento culturale in classi miste fornisca al singolo individuo maggiori possibilità di riuscita accademica.
Ciò detto, un dato su tutti dovrebbe far riflettere. Un numero di studi mostra che formare classi in cui interagiscono bambini differenti porta i più problematici a manifestare minori comportamenti a rischio. È questo il grande tema dell’apprendimento cognitivo ed emotivo mediante il confronto con i pari, proprio con quelle «differenze» che si vorrebbero forse confinare.

 

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Test ingresso licei, dalla scuola pubblica della Costituzione a quella a numero chiuso

Posted by comitatonogelmini su 21 marzo 2013

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di Marina Boscaino
da Il Fatto Quotidiano
21 marzo 2013
Fa riflettere, e molto, la questione dell’accesso alle scuole superiori attraverso test di ingresso somministrati ai ragazzi di III media da parte di alcune scuole.

 

Parliamoci chiaro. Dipende da cosa vogliamo e da cosa intendiamo per scuola dello Stato. Le alternative sono due: il modello costituzionale, inclusivo, quello determinato dal suggestivo esordio dell’art. 34 (“La scuola è aperta a tutti”). La scuola dei “capaci e meritevoli” che, benché privi di mezzi, devono essere messi nelle condizioni, nella scuola della Repubblica, che se ne assume il dovere, di esprimere il meglio di sé, di arrivare ai massimi livelli. La scuola del principio di uguaglianza, quella che rimuove gli ostacoli di natura socio-economica, che emancipa, rende più liberi, perché più colti e dunque consapevoli. Oppure, al contrario, la scuola della meritocrazia, quella della competizione tra istituti (chi ha più alunni, chi ha gli studenti migliori), quella che fotografa, immobilizzandoli, appartenenze e destini sociali. Quella dell’offerta a domanda individuale, quella di serie A, contrapposta a quelle di serie B, C… Insomma, quella indifferente all’interesse generale.

Si tratta di una scelta di campo; della decisione, o meno, di imboccare una via senza uscita, annunciata, ormai, da ripetuti tentativi più o meno espliciti di sottrarre alla scuola il suo Dna costituzionale: l’occhieggiare sempre meno velato a modelli anglosassoni di scuola market oriented.

E poi ci sono altre valutazioni. Ragazzi di 13-14 anni, in età di obbligo scolastico, costretti ad affrontare test di ingresso per accedere a quella scuola che, fino a prova contraria, è ancora parte del percorso di istruzione obbligatoria previsto dal nostro ordinamento. Uno spartiacque definitivo, in un’età che – non bisogna essere Piaget per capirlo – è di piena evoluzione. C’è da scommettere che risulteranno vincenti i nati bene. Che accederanno alle scuole più elitarie, adesso più che mai, le quali potranno a loro volta pubblicizzare sui siti l’eccellenza dei loro iscritti. E così la già gravissima confluenza dei figli di un dio minore in percorsi non licealinei professionali si registra il massimo di diversamente abili, di migranti, di disagio sociale ed economicosarà confermata anche dalla selezione (in)naturale rappresentata da test sostenuti per accaparrarsi un posto nella scuola più prestigiosa. Dove – similes cum similibus – si troveranno, ancor più di quanto accade oggi, i pargoli predestinati di famiglie in cerca di precoci accreditamenti e blasoni culturali. Accolti in scuole in cui i consigli di Istituto abbiano deciso di sostituire i più democratici, ma certamente meno esclusivi, criteri con cui in genere si respingono le domande in esubero (il sorteggio o la residenza ad esempio) con i test. Sono lontani anni luce gli anni in cui la convivenza tra il figlio del dottore e quello dell’impiegato o del portinaio era considerata un valore sociale, morale e politico.

Dalla scuola della Costituzione a quella della pre-selezione: il declino definitivo di un’istituzione pensata per assolvere una funzione opposta. L’autonomia degli istituti scolastici può consentire una simile deriva classista? Può la funzione “orientativa” della scuola media essere sostituita da regole “fai da te”, volte alla scrematura su base sociale e meritocratica? Voci di corridoio dal Miur e un “cinguettio” di Rossi Doria fanno pensare di no. Attendiamo (e pretendiamo) denunce, stigmatizzazioni e sconfessioni ben più veementi da parte di chi ha e avrà facoltà e responsabilità di intervenire sulla vicenda.

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223 milioni di finanziamenti per le scuole non statali

Posted by comitatonogelmini su 17 novembre 2012

di Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova
17 novembre 2012

Scuole non statali finanziate con 223 milioni per il 2013, mentre si cancella la norma contenuta nel testo governativo della legge di stabilità che inseriva, per il mantenimento della parità, un tetto minimo di alunni per classe.

Inoltre, la somma prevista sarà esterna rispetto al Patto di Stabilità, il che permetterà di sbloccare immediatamente i fondi. Simonetta Rubinato del Pd ha così commentato: “I relatori hanno accolto il mio suggerimento di far escludere questa somma dal patto di stabilità, trovando copertura nel fondo per la compensazione degli effetti finanziari, rendendola così effettivamente erogabile. E il governo è stato battuto. Una battaglia vinta a favore delle famiglie e in particolare della rete delle scuole paritarie che fa risparmiare allo Stato ogni anno, solo in Veneto, 500 milioni di euro”.

Scriviamo numerosi per complimentarci con l’on. Rubinato….

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Così viene umiliata l’istruzione pubblica

Posted by comitatonogelmini su 5 luglio 2012

di Nadia Urbinati
da La Repubblica
5 luglio 2012

Il piano di tagli agli sprechi messo in cantiere dal governo Monti prevede alla voce scuola una ingiustificata partita di giro che toglie 200 milioni di euro alle istituzioni pubbliche per darli a quelle private. Con una motivazione che ha dell’ironico se non fosse per una logica rovesciata che fa rizzare i capelli in testa anche ai calvi. Leggiamo che si tolgono risorse pubbliche alle università statali al fine di “ottimizzare l’allocazione delle risorse” e “migliorare la qualità” dell’offerta educativa. Stornare risorse dal pubblico renderà la scuola più virtuosa. Ma perché la virtù del dimagrimento non dovrebbe valere anche per il settore privato? Perché solo nella già martoriata scuola pubblica i tagli dovrebbero tradursi in efficienza?
Lo stillicidio delle risorse all’istruzione pubblica e alla ricerca va avanti imperterrito da più di dieci anni, indipendentemente dal colore dei governi e dallo stato dei conti pubblici. Il paradosso, che suona irrisione a questo punto della nostra storia nazionale, la quale documenta di una disoccupazione giovanile che veleggia verso il 40%, è che l’apertura di credito alle scuole private è andata di pari passo all’umiliazione di quelle pubbliche, ottime scuole peggiorate progressivamente quasi a voler creare artificialmente, e con i soldi dei contribuenti, un mercato per il servizio privato educativo che non c’era.
A partire dalla legge 62/2000, concepita come attuazione dell’Art. 33 della Costituzione, le scuole private dell’infanzia, quelle primarie e quelle secondarie possono chiedere la parità ed entrare a far parte del sistema di istruzione nazionale. Ottenere la parità (rispetto al valore del titolo di studio rilasciato) non equivale per ciò stesso a ricevere denaro pubblico. Eppure l’interpretazione della Costituzione che ha fatto breccia alla fine della cosiddetta Prima Repubblica ha imboccato la strada della revisione della concezione del pubblico, un aggettivo esteso anche a tutta l’offerta educativa riconosciuta come “paritaria”. Ciò ha aperto i cordoni della borsa pubblica alle scuole private, che in Italia sono quasi tutte cattoliche e che ricevono denaro dallo Stato sotto forma di sussidi diretti, di finanziamenti di progetti finalizzati, e di contributi alle famiglie come “buoni scuola”. I politici cattolici (trasversali a tutti i partiti) hanno giustificato questa interpretazione della parità con una lettura del 3° comma dell’Art.33 che è discutibile. Il comma dispone che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Ma dice anche che “la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. Tuttavia il trattamento “scolastico equipollente” pertiene alla qualità educativa e formativa, un bene che spetta alla scuola privata mettere sul mercato, senza “oneri per lo Stato”. L’Articolo 33 potrebbe essere interpretato in maniera diversa.
Nel 1950, uno dei padri fondatori della nostra Costituzione, Piero Calamandrei proponeva una interpretazione ben diversa. E lo faceva mentre elucidava le astuzie e le strategie che potevano essere usate per distruggere la scuola della Repubblica. Le sue parole sembrano scritte ora: “L’operazione si fa in tre modi: (1) rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico… Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione… Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito”.
Con il volgere dei decenni i timori di Calamandrei sono diventati realtà e a questo ha contribuito il mutamento nei rapporti di forza tra cattolici e laici con la crisi dei partiti tradizionali. Questo squilibrio di potere pesa come un macigno se neppure un governo tecnico riesce a evitare di farsi tanto politico da discriminare le scuole pubbliche e privilegiare quelle private quando si tratta di dare o togliere finanziamenti. E questa politicità a senso unico rende questo provvedimento ancora più ingiusto.

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Le ore di sostegno non possono essere ridotte

Posted by comitatonogelmini su 5 luglio 2012

 

da TuttoScuola
5 luglio 2012

Le ore di sostegno definite dal PEI non si toccano. Così stabilisce una sentenza del T.A.R. Toscana, la n. 763/2012, sottolineando il diritto soggettivo dell’alunno disabile a ricevere gli interventi definiti all’interno del P.E.I. senza alcuna riduzione.

Nei mesi scorsi i familiari di un alunno disabile della scuola dell’infanzia in Toscana, dopo aver visto decurtate le ore di sostegno previste nel Piano Educativo Individualizzato (P.E.I.) per il loro figliolo, si era rivolta alla magistratura amministrativa, come è già accaduto in altri casi analoghi.

La novità sta piuttosto nel fatto che la sentenza obbliga l’Amministrazione scolastica al rispetto e al mantenimento delle ore di sostegno così come previsto dal P.E.I.

Recita in un passaggio la sentenza:

“Può quindi anche essere giustificata una riduzione delle ore di sostegno se ragionevolmente motivata. Una volta formato il piano educativo individualizzato, allora la pretesa all’integrazione in capo all’alunno diversamente abile assume concretezza di diritto soggettivo e si specifica nella fruizione degli interventi ivi rappresentati, e correlativamente nasce un’obbligazione in capo alle Amministrazioni competenti a renderli”.

Il ricorso presentato dalla famiglia è stato pertanto considerato fondato, in quanto la riduzione delle ore di sostegno decisa dall’Amministrazione scolastica è stata dettata esclusivamente da necessità di bilancio, dando, di fatto, maggior peso al Piano educativo individualizzato rispetto ad altre esigenze. Il Piano educativo individualizzato, secondo il Tar Toscana, “rappresenta le reali necessità di sostegno per i singoli alunni e in tali limiti è accertabile il diritto a fruire del sostegno scolastico. Le Amministrazioni intimate sono quindi condannate, per quanto di rispettiva competenza, ad erogare all’alunno ricorrente le ore di sostegno stabilite nel suo piano educativo individualizzato”.

Scarica qui il testo della sentenza

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Il diritto allo studio è di tutti, anche dei No Tav

Posted by comitatonogelmini su 27 giugno 2012

di Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova
27 giugno 2012

La vicenda di Zeno Rocca, indagato nell’inchiesta No TAV avviata dalla Procura della Repubblica di Torino, è veramente emblematica della ostinata negazione dei diritti fondamentali cui un giovane di 20 anni, studente al primo anno di Giurisprudenza, indagato perché accusato di aver lanciato un sasso nei confronti delle forze dell’ordine il 3 luglio 2011 in Val di Susa, è stato sottoposto.

Zeno, arrestato il 26 gennaio scorso, si è prima ritrovato in isolamento carcerario, e, nonostante gli sforzi compiuti da genitori e amici per fargli arrivare in fretta i libri per studiare, ha dovuto attendere 10 giorni per poterne toccare uno, nella sua cella isolata.

Da quando gli è stata poi concessa la misura meno afflittiva degli arresti domiciliari, si è sottoposto al rito delle domande al Giudice per potersi recare all’Università a fare gli esami; ha chiesto l’autorizzazione a frequentare le lezioni, che gli è stato negato, in quanto “ bisogno non vitale (il diritto all’istruzione, affermato con forza dalla Costituzione, ad avviso del magistrato torinese, non lo è); ha dovuto, per ogni singola prova d’esame, documentare iscrizione all’appello, e, nel caso di mancato superamento della prova, documentare persino la bocciatura precedente per potersi recare a rifarlo. Si è visto impartire istruzioni precise, dovendo avvisare i CC dell’uscita di casa in partenza e del rientro a casa al ritorno. Si è attenuto scrupolosamente ad ogni singola prescrizione.

Ora, il GIP di Torino, alla sua ultima richiesta di potersi recare all’Università a fare un esame, ha rigettato, senza una parola in più, l’istanza. Il provvedimento è “NO, si rigetta”, punto, senza alcuna possibilità di ridiscussione in merito. Il Giudice ritiene così e basta. L’esame è il 5 luglio, ed il 6 luglio (con udienze fissate sino al 21) si aprirà a Torino l’udienza preliminare del procedimento in cui Zeno è indagato, con numerosi altri.

Questa aperta violazione dei principi fondamentali che improntano il nostro ordinamento (la garanzia del diritto allo studioconcesso anche ai detenuti “definitivi”, l’obbligo di motivazione dei provvedimenti, tanto più di quelli che incidono sulla libertà personale delle persone), purtroppo non potrà essere rimossa in tempo utile a consentire a Zeno di presentarsi all’esame, causa i tempi della procedura di ricorso.

Per questo facciamo appello a tutti i cittadini indignati dalla negazione di principi fondamentali irrinunciabili, ai docenti, ai ricercatori e a tutto il personale dell’Università, agli studenti, alle personalità della cultura e dell’informazione, alle associazioni, a chi si occupa di diritto e di diritti perché con noi invitino il Presidente del Tribunale di Torino ed il Dirigente dell’Ufficio GIP del Tribunale di Torino ad attivarsi per la revoca del provvedimento negativo e per consentire a Zeno Rocca di studiare e di recarsi a sostenere l’esame all’Università di Padova il 5 luglio prossimo.

Per sottoscrivere questo appello manda una mail a:  

comitato.nogelmini@gmail.com

indicando nome e cognome, professione, città

L’appello e i primi firmatari su globalproject.info

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Non si boccia un bambino di sei anni

Posted by comitatonogelmini su 23 giugno 2012

di Giuseppe Caliceti
da L’Unità
23 giugno 2012

Bocciati due volte. A sei anni. È accaduto a Pontremoli, in Toscana ed è una vicenda incredibile che sta suscitando accese polemiche. I genitori hanno protestato per quella decisione durissima. Il ministero ha invitato i docenti a ripensarci. Il consiglio di classe si è riunito di nuovo. Niente da fare: ancora bocciati. Ricordate quando l’ex Ministro Maria Stella Gelmini era felice perché i bocciati aumentavano? È il clima di oggi. Fomentato da continui richiami al merito, all’individualismo, al classismo. Più c’è severità, più la scuola sarebbe di qualità. È così? No. Non c’è niente di più triste che degli adulti possano fare a un bambino di sei anni che bocciarlo. Soprattutto che possano farlo all’inizio di un processo di apprendimento. È come sparare sulla Croce Rossa. Dichiarare il proprio fallimento di adulti e di istituzione scolastica primaria. Occorre essere chiari: o al centro della valutazione sta il programma o l’alunno, con le sue individuali capacità, i sui individuali tempi e modi di apprendimento, la sua storia individuale. E bocciare a sei anni significa mortificare gli sforzi fatti e veramente conosciuti solo dagli alunni e pregiudicare il loro atteggiamento nei confronti delle proprie capacità e possibilità. È un atto di frustrazione docente e di assoluta mancanza di responsabilità istituzionale. È il risultato di errate e miopi politiche scolastiche che stanno cambiano il Dna della nostra scuola. Dove ai docenti si chiede più di misurare che di insegnare vedi le prove Invalsi e il ritorno ai voti in decimali. Eppure oggi, anche a scuola, c’è chi, con disinvoltura, scambia diritti e giustizia per lassismo. E ritiene addirittura che bocciare un seienne sia un atto di coraggio. Chi sono poi questi piccoli smidollati che meritano di ripetere l’anno? Guardiamoli: sono tre stranieri e due italiani, di cui un disabile. Perché si boccia sempre con più disinvoltura i figli di stranieri, anche se nati in Italia, dei figli degli italiani? E cosa significa bocciare un bambino disabile? Non aveva forse un piano di lavoro individualizzato? O il docente ha sbagliato a farlo? E come si può affermare, come fa il dirigente scolastico di Pontremoli, che non abbia influito su queste bocciature l’inserimento di questi studenti in classi di quasi 30 alunni? In un istituto comprensivo a Reggio Emilia, la zona dove insegno, ci sono tra gli altri due bambini disabili. Uno, straniero, con una famiglia «balorda» alle spalle, è inserito in una classe di 26 bambini. Il secondo, in una classe di 20. Un caso? No, perché c’è una legge che prevede che, se in classe c’è un disabile, non si possano avere più di 20 alunni. Eppure se la famiglia interessata non conosce la norma e non minaccia il dirigente di rivolgersi agli avvocati, essa viene spesso disattesa. Dalla scuola pubblica siamo già passati alla scuola privata familiare? Insomma, invece di parlare continuamente solo di merito e poi arrivare a bocciare bambini di sei anni stranieri e disabili dovremmo occuparci di altro. Siamo sicuri, infatti, che la nostra scuola pubblica oggi sia veramente equa? Dia cioè veramente pari opportunità ai diversi bambini in egual misura? E soprattutto: siamo sicuri che sia davvero la scuola di cui parla la nostra Costituzione? I casi come quello di Pontremoli ci dicono che non è affatto così.  

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Senza oneri per lo Stato

Posted by comitatonogelmini su 6 aprile 2012

 

 
di Marina Boscaino
6 aprile 2012
da MicroMega

La libertà di scelta nel settore educativo è uno dei cavalli di battaglia di Formigoni. Il quale stanzia 50 milioni in buoni scuola per favorirla, venendo incontro – tra le altre – alle richieste dell’Associazione Genitori Scuole Cattoliche (A.Ge.S.C.), che tanto male economicamente non deve stare: continua a stampare opuscoli e ideare studi per dimostrare la bislacca ipotesi che le scuole paritarie sono chiara fonte di risparmio per lo Stato. Omettendo che tale risparmio costituisce un aggravio per il cittadino. E che non tutti hanno la disponibilità di sostenerlo. E non tutti hanno la volontà di sottrarre i figli alla cultura del pluralismo, del libero pensiero, del pensiero divergente, che certamente, pur se non sempre garantiti, troverebbero più naturalmente espressione nella scuola dello Stato. Bazzecole, dunque: parlo solo di diritti e di stato sociale. Profumo auspica un programma ampio, che “superi gli steccati tra scuola statale e non, perché concorrono entrambe al bene comune”. Tali steccati, oltre a quei piccoli dettagli di cui si diceva, significano laicità, libertà di insegnamento, inclusione. Conoscete la quota di alunni disabili nelle paritarie? Lo 0,8% dell’intera popolazione, contro il 2,2% della statale. Alla faccia della carità cristiana, visto che le scuole cattoliche in Italia sono 9371: i 2/3 delle scuole paritarie.

Il decreto sulle liberalizzazioni da qualche giorno è legge. Le scuole paritarie, comprese quelle cattoliche, dovranno pagare la tassa sui fabbricati, l’ex Ici, ora Imu. Ai tempi della proposta la levata di scudi fu veemente, al di sopra di ogni ragionevole previsione, tanto che Monti ha dovuto precisare: “le scuole che operano con modalità non commerciali possono usufruire dell’esenzione”, scatenando un’entusiasta – e trasversale – ondata di consensi, anche tra i politici. I requisiti sono quelli già definiti dalla circolare 2/2009 del Ministero dell’Economia: attività scolastica “paritaria rispetto a quella statale”; accettazione degli alunni senza discriminazioni; avanzi reinvestiti in attività didattiche. Basta un giro in Rete per cogliere i rocamboleschi e allarmati salti mortali dei difensori delle scuole paritarie cattoliche (si parla di “servizio pubblico svolto dalle scuole paritarie, che garantiscono allo Stato un risparmio annuo di circa 6 mld di euro”, dal sito FOE, Compagnia delle Opere) per affermare il possesso del requisito “senza fini di lucro”, sancito dalla norma. Requisiti che – peraltro – sono controllabili solo dagli ispettori ministeriali, il cui numero è assolutamente irrisorio a fronte di quasi 14mila scuole paritarie. E allora: largo all’autocertificazione.

Non sono mancate divertenti stoccate tra paritarie confessionali e paritarie laiche: per questa volta la guerra (per altro non tra poveri) non riguarda protagonisti della scuola dello Stato. Sepiacci, per esempio, presidente dell’Associazione Nazionale Istituti non Statali di Educazione ed Istruzione, ha dichiarato senza mezzi termini: “Se il governo vuol fare un favore alle scuole cattoliche lo dica chiaro e tondo. Vorrei però ricordare che la Corte di Cassazione ha stabilito che l’attività scolastica, ancorché svolta dietro corrispettivo, è un’attività commerciale”. In Italia ci sono quasi 8mila istituti scolastici cattolici, la maggior parte (più di 6mila) scuole dell’infanzia; il resto è equamente diviso tra primaria e secondaria. Lo scorso anno sono state finanziate dallo Stato per un ammontare di 496 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti i contributi delle amministrazioni locali. I finanziamenti alla scuola paritaria sono rimasti sostanzialmente inalterati negli anni (non ancora conclusi, a quanto pare) della mannaia che si è invece abbattuta sulla scuola statale, che nel triennio 2008-11 ha subito il taglio di 140mila posti di lavoro. Ai finanziamenti per il funzionamento degli istituti va aggiunta la clamorosa anomalia italiana: è lo Stato a pagare i circa 26mila insegnanti di religione cattolica (materia non obbligatoria), nonostante essi siano reclutati (e rimossi) dalla Curia.

Il Comitato Scuola e Costituzione osserva: “le scuole cattoliche non hanno mai pagato l’Ici, da quando fu istituita, dal 1992. Un privilegio che è costato all’Italia l’apertura di una procedura di infrazione delle norme sulla libera concorrenza”. Il dubbio è che questa situazione non si sani. La scarsa possibilità di controllo e i preventivati tentativi di sfuggire al fisco, inserendo l’immobile nel patrimonio della congregazione religiosa di riferimento o passando la proprietà ad una cooperativa creata per l’occasione o ad una Onlus, fanno pensare – assieme alle resistenze insistite dei “politici” (particolarmente vibrate, tra le altre, quelle di Lupi, Pdl, e Casini, Udc) – che nulla sia destinato a cambiare.

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Lettera alle scuole sull’ora alternativa, “Avvenire” attacca l’Uaar

Posted by comitatonogelmini su 30 gennaio 2012

di Roberto Grendene
dal sito UAAR
30 gennaio 2012

Con l’articolo di ieri sull’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), il quotidiano dei vescovi Avvenire attacca direttamente l’UAAR in merito alla lettera spedita nei giorni scorsi alle scuole, con l’accusa di creare “confusione”.
Attraverso il suo esperto Nicola Incampo, la CEI ammonisce le scuole a non seguire il suggerimento UAAR di consegnare in fase di iscrizione all’anno scolastico 2012/2013 il modello F, modello che informa e dà garanzie a genitori e studenti sulle alternative all’IRC, sostenendo che devono limitarsi a consegnare il modello E, relativo alla sola scelta  di frequentare o meno l’insegnamento religioso conforme alla dottrina della Chiesa cattolica. Non solo, la CEI arriva a sostenere che l’attività didattica alternativa all’IRC (cd. ora alternativa) non può nemmeno essere inserita nel Piano dell’Offerta Formativa (POF) delle scuole, come già i più attenti istituti scolastici fanno e come l’UAAR invitava a fare nella lettera presa di mira da Avvenire.
Curiosamente l’esperto CEI richiama il passo della legge 121/1985 che,  relativamente alla scelta di frequentare o meno l’IRC, stabilisce che non «possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione».
Premesso che forse è sfuggita all’esperto CEI la legge 281/1986, che stabilisce che entrambi i moduli “devono essere allegati alla domanda di iscrizione”, l’UAAR sostiene una posizione di chiara tutela del diritto all’istruzione e a alla libertà religiosa di alunni e famiglie: se non deve esserci discriminazione sulle conseguenze della scelta se frequentare o meno l’IRC, non è pensabile silenziare l’informazione e la garanzia delle alternative all’IRC e non è pensabile bandire le attività didattiche alternative alla religione cattolica dai POF.
Per la CEI queste informazioni e garanzie, se fornite dai dirigenti scolastici, genererebbero “confusione”. Un modo bizzarro di definire la possibilità di non essere costretti a frequentare l’IRC, frequenza basata proprio sul condizionamento e sulla mancanza di tutela e informazione da parte delle istituzioni.
L’UAAR ribadisce l’invito rivolto ai dirigenti scolastici italiani: informate e date garanzia a genitori e studenti sulle alternative alla religione cattolica, fornite il modello F in fase di iscrizione all’anno scolastico 2012/2013 e distribuitelo anche a chi già frequenta il vostro istituto perché possa liberamente scegliere per l’ora alternativa, inserite dettagliate informazioni sull’ora alternativa nei POF e fate in modo che fin dal primo giorno dell’anno scolastico 2012/2013 gli studenti dell’ora alternativa e dello studio assistito abbiamo un docente dedicato.

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Non esistono discriminazioni ragionevoli

Posted by comitatonogelmini su 27 gennaio 2012

da ReteScuole
17 gennaio 2012
Invitiamo tutti i Consigli di Circolo/Istituto a non definire nessun criterio di precedenza e a chiedere l’autorizzazione di tutte le classi a tempo pieno necessarie.

Nella Circolare Ministeriale n. 110 del 29 dicembre 2011 si legge:

Nella previsione di richieste di iscrizione in eccedenza, le scuole procedono alla definizione dei criteri di precedenza nella ammissione, mediante apposita delibera del consiglio di circolo/istituto, da rendere pubblica prima dell’acquisizione delle iscrizioni, con affissione all’albo e, ove possibile, con la pubblicazione sul sito web dell’istituzione scolastica.

Si rammenta, in proposito, che, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, i criteri di precedenza deliberati in ottemperanza delle norme vigenti, non sono soggetti ad autorizzazioni preventive. In ogni caso tali criteri debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali ad esempio quello della viciniorietà della residenza dell’alunno alla scuola.

Le scuole hanno l’obbligo di acquisire al protocollo le domande presentate e di comunicare, per iscritto, agli interessati il mancato accoglimento delle stesse. La comunicazione di non accoglimento, debitamente motivata in relazione ai criteri di cui sopra, deve essere effettuata con ogni possibile urgenza per consentire l’opzione verso altra scuola..”

Se non si fissa il limite che determina l’eccedenza, non si può dire quando si eccede oppure no.

Vediamo cosa prevede il DPR n. 81/09 a proposito di iscrizioni al tempo pieno:

Nelle scuole nelle quali si svolgono anche attività di tempo pieno, il numero complessivo delle classi è determinato sulla base del totale degli alunni iscritti. Successivamente si procede alla definizione del numero delle classi a tempo pieno sulla base delle richieste delle famiglie. Qualora il numero delle domande di tempo pieno ecceda la ricettività di posti/alunno delle classi da formare, spetta ai consigli di istituto l’indicazione dei criteri di ammissione.”

La legge prevede che i criteri debbano essere stabiliti dai Consigli di Circolo/Istituto dopo le iscrizioni, e non prima come si legge nella circolare, e solo nel caso in cui il numero di classi a tempo pieno richieste sia superiore a quello delle classi autorizzate.

Il MIUR non intende autorizzare tutte le classi a tempo pieno richieste, vuole evitare contestazioni e scaricare prima possibile sui Consigli di Circolo/Istituto la responsabilità di rifiutare le richieste eccedenti.

La circolare cerca di imporre quel che la legge non impone.

A noi non piace la circolare, ma non piace neppure la legge.

Qualsiasi criterio adottato per gestire gli “esuberi” non può che essere discriminatorio e privo di “ragionevolezza”.

Per questo invitiamo tutti i Consigli di Circolo/Istituto a non definire nessun criterio di precedenza e a chiedere l’autorizzazione di tutte le classi a tempo pieno necessarie.

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