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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

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Le raccomandazioni UE sull’Invalsi, diktat o barzellette?

Posted by comitatonogelmini su 8 giugno 2014

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di Vincenzo Pascuzzi
8 giugno 2014

Premessa. Le raccomandazioni della Commissione europea.

Forse conviene leggere l’intero documento (clicca qui ) della Commissione Ue prima o in aggiunta agli articoli di commento allo stesso. Questi sono sì più brevi e sintetici ma – a volte – costituiscono commenti e interpretazioni orientate e anche distorte di quanto ha effettivamente scritto la Commissione. La tempestività potrebbe anche essere fretta ispirata dalla considerazione “chi mena prima mena due volte”.

Conviene anche cercare di avere una visione d’insieme del contesto in cui dette raccomandazioni si inseriscono come tessere di un puzzle più vasto.

Matteo Renzi, priorità e promesse cioè parole, parole, molte parole

Nel suo discorso programmatico alle Camere, Renzi ha enfatizzato l’importanza della scuola e ne ha riconosciuto la priorità nel programma di governo: “Noi pensiamo che non ci sia politica alcuna che non parta dalla centralità della scuola”.

Fatti però non se ne sono visti. Dei 3,7 miliardi di euro dichiarati per l’edilizia scolastica, ne risultano disponibili – al momento – solo 244 milioni per il biennio 2014-2015.

Giorni fa Il Censis, ha dichiarato che occorrono 13 miliardi e 110 anni per mettere in sicurezza tutte le scuole! Campa cavallo ….

Stefania Giannini e il Miur

Dopo l’insuccesso elettorale doppio (di Scelta Civica e suo personale) alle elezioni europee, ora appare come un ministro delegittimato e …. apolide politicamente. Potrebbe confluire al Pd di Renzi, oppure potrebbe dimettersi da ministro. Nei tre mesi 22 febbraio-22 maggio, parzialmente sovrapposti alla campagna elettorale, Giannini ha rilasciato ben 33 interviste, una ogni tre giorni, ma ora tace …. afona da 15 giorni. Nelle interviste ha parlato di tutto in termini generici cioè senza riferimenti concreti alle scadenze temporali, alle risorse economiche implicate, ai consensi, alle partecipazioni e alle sinergie necessarie, ma in evidente intesa e sintonia con il presidente Matteo Renzi.

Anna Maria Ajello e l’Invalsi

Presidente dell’Invalsi da appena tre mesi, finora è apparsa cauta, circospetta, riservata e laconica. Ha esordito, alla vigilia della tornata Invalsi 2014, con una lettera effimera ai docenti (nulla a studenti, famiglie, presidi!), poi intervistata da La Stampa ha avvisato o azzardato: “Basta trabocchetti: dal prossimo anno cambierà il test Invalsi”, qualcuno non ha gradito, si è risentito – pare – ed è stato tranquillizzato con scuse scritte. L’altro giorno, a un convegno Cisl, Ajello ha esternato disponibilità al confronto, ha segnalato la limitatezza dell’organico dell’istituto da lei presieduto, ha auspicato che Invalsi si affranchi dalla “sindrome del fortino”, causatagli “dall’arroccamento venutosi a determinare nei confronti degli agenti critici”. La sensazione, o l’ipotesi è che il nuovo Presidente si stia muovendo in una struttura caratterizzata da forte inerzia e viscosità, poco disposta a mettersi in discussione, con componenti ostili e nostalgiche del passato.

Voltare pagina

“Non sarebbe il caso allora, anche alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi e del clima che c’è in molte scuole rispetto all’INVALSI, di voltar pagina e cominciare a scriverne una nuova? C’è una nuova Presidente: persona preparata e attenta, estranea alla precedente gestione, ma comunque giustamente convinta che di misurazione e valutazione la scuola e l’insieme del sistema formativo hanno bisogno; e consapevole che il lavoro svolto dall’Istituto  in questi anni non è di quelli che si possa buttare alle ortiche ….”, suggerisce opportunamente Antonio Valentino su pavonerisorse.it.

Un Invalsi non più solitario e monocratico.

È quello che chiedono sindacati, scuole, docenti. L’Invalsi “deve coinvolgere le scuole”. Per creare un valido Snv bisogna costruirlo assieme: “ci vuole condivisione” sottolinea Francesco Scrima (Cisl Scuola). Mentre Domenico Pantaleo (Flc Cgil) propone di sospendere i test Invasi per il tempo necessario e “aprire una discussione per definire un efficace sistema di valutazione”

Lo slogan “L’Europa ce lo chiede”

“L’ultimo dei trucchi da abbandonare è contrabbandare scelte vecchie e cattive dietro lo slogan “l’Europa ce lo chiede”. Non esistono normative europee cogenti in materia. Siamo noi, davanti alla nostra dissestata istruzione, a dover fare scelte responsabili e adeguate alla formazione di generazioni solide e culturalmente preparate, capaci di mantenere questo paese in una posizione avanzata”. Così puntualizzava Giorgio Israel pochi giorni fa sul suo blog.

La raccomandazione Ue sulle scuola

Conviene riportarla per intero, è la n. 6, che dice: “rendere operativo il sistema nazionale per la valutazione degli istituti scolastici per migliorare i risultati della scuola e, di conseguenza, ridurre i tassi di abbandono scolastico; accrescere l’apprendimento basato sul lavoro negli istituti per l’istruzione e la formazione professionale del ciclo secondario superiore e rafforzare l’orientamento professione nel ciclo terziario; istituire un registro nazionale delle qualifiche per garantire un ampio riconoscimento delle competenze; assicurare che i finanziamenti pubblici premino in modo più congruo la qualità dell’istruzione superiore e della ricerca; “

Sulle prime due righe si è sbizzarrita la fantasia dei commentatori, forse interessati, forse tendenziosi, chissà? Hanno quasi scritto che la Ue avrebbe imposto e con urgenza al Miur di accelerare a tavoletta su valutazione, merito-meritocrazia, test Invalsi (così come sono, non c’è tempo!), pagelle ai docenti e ai presidi. Tutte cose che, esaminando con calma le due righe, non risultano. È possibile che i nostalgici affezionati all’Invalsi ante-Ajello intendano sfruttare la raccomandazione Ue per scansare e travolgere le critiche emerse e così continuare ad operare come prima, senza mettere in discussione nulla?

Le due righe citate contengono salti logici e ingenuità. Un Snv operativo non è altro che diagnostica parziale, non costituisce anche terapia. Gli abbandoni scolastici al 18% circa sono ben noti da anni, non hanno bisogno di essere ri-diagnosticati dal Snv. A meno che ci sia qualcuno con un retro pensiero ignobile e idiota sulla diffusa oziosità, fannullaggine e incapacità dei docenti, da curare a suon di frustate, gogna, punizioni, anche licenziamenti.

Così scrive l’attivissima Marcella Raiola su facebook: “Alla base di cose come l’INVALSI, il preside-padrone, la privatizzazione etc. c’è l’assiomatica idea che solo con la minaccia del bastone il lavoratore faccia il suo dovere, che la “coscienziosità” sia solo la concrezione della paura di morir di fame, che solo avendo un padrone che minacci e digrigni i denti e un servo su cui sfogare la frustrazione si possa “rendere” ….”.

Le omissioni della Ue

Stando alla raccomandazione n. 6 , sembrerebbe che a Bruxelles si occupano di pagliuzze e trascurano le travi! L’unico, prioritario, urgente, vitale problema della nostra scuola è forse il Snv e con esso l’Invalsi? Non esistono altri problemi, magari più gravosi? Nulla ha da raccomandarci l’Ue riguardo a: sicurezza ed idoneità degli edifici scolastici, affollamento delle classi, precariato storico endemico, retribuzioni dei docenti TUTTI, insufficienza delle attività di recupero didattico, numero chiuso in alcune facoltà, consistenza dei fuori-corso e degli abbandoni universitari, istruzione long-life degli adulti, consistenza e durata del contenzioso scolastico, elefantiasi burocratica, conoscenza inadeguata delle lingue straniere, percentuale di Pil nazionale destinato all’istruzione, ecc.?

Peraltro, nessuna raccomandazione  europea riguarda temi dibattuti e sollevati ultimamente dal Miur, quali l’anticipo a 5 anni e il c.d. liceo breve di soli 4 anni, con il diploma a 18 anni, bla, bla, bla. Ora il diploma è a 19 anni sulla carta; ma, oltre al 18% di dispersi, abbiamo un 22% che ripete almeno un anno e poi circa il 40% dei diplomati riconosce di aver sbagliato indirizzo scolastico.

Chi ha suggerito alla Ue?

Più che il dubbio, appare il fondato sospetto che il Consiglio d’Europa abbia scritto le sue Raccomandazioni sotto dettatura dei vari governi nazionali in carica. Per l’Italia, il neonato governo Renzi e, in particolare, per la scuola proprio il ministro Giannini.

Vediamo l’impronta o l’eco del Miur e dell’Invalsi ante-Ajello  nelle due righe già citate: “rendere operativo il sistema nazionale per la valutazione degli istituti scolastici per migliorare i risultati della scuola e, di conseguenza, ridurre i tassi di abbandono scolastico”.

La stessa impronta o eco si può scorgere nella considerazione (nemmeno raccomandazione!) n. 14 nella parte cui specifica: “L’insegnamento è una professione caratterizzata da un percorso di carriera unico e attualmente da prospettive limitate di sviluppo professionale”.

Le Raccomandazioni Ue combaciano con il DEF – Documento di Economia e Finanza – presentato all’inizio di aprile da Matteo Renzi al Consiglio dei Ministri.

Insomma, le Raccomandazioni potrebbero essere qualcosa di simile a un remake della lettera di Trichet-Draghi al Governo italiano del 5 agosto 2011.

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Valutazione esterna e di sistema. Perché l’Invalsi è tutto da rifare

Posted by comitatonogelmini su 25 novembre 2013

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di Vincenzo Pascuzzi
da Lapoesiaelospirito
25 novembre 2013

Mettiamo subito le mani avanti. Nei confronti della valutazione esterna, non esiste né una contrarietà preconcetta e pregiudiziale, né tanto meno paura. Questo perché chi critica le prove Invalsi se lo sente spesso rinfacciare. “Chi ha paura della valutazione nelle scuole?” titolava Paolo Sestito qualche mese fa (lavoce.info – 12.2.2013). Nessuno ha paura di una valutazione esterna seria, ma si contestano sia la validità e l’utilità dei test a scelta multipla – o quiz a crocette – finora usati dall’Invalsi, sia le modalità operative dell’Istituto di Villa Falconieri.

È però anche vero che “… la scuola per anni è vissuta senza valutazione ed ha funzionato benissimo. Avevamo una scuola elementare d’eccellenza e il suo [di Profumo] predecessore Gelmini l’ha rovinata cancellando i moduli e le compresenze” come osserva il d.s. Eugenio Tipaldi (“La mania di valutazione” – tecnicadellascuola.it – 6.3.2013). Perciò bisognerà monitorare i costi e il rapporto costi-benefici.

Veniamo al titolo, alla valutazione esterna e all’Invalsi da rifare, cioè da reinventare, riprogettare, ricostruire dalle fondamenta.

Anche il nome va cambiato: l’acronimo attuale, che appare logorato e irritante, va sostituito per una questione di immagine. Però niente Invalsi 2.0, infatti non si tratta di un upgrade, ma di una modifica più profonda e sostanziale. Serve un nome del tutto nuovo, diverso: potremmo chiamarlo, chessò… “Valentina“. Anzi, poiché di Istituti di valutazione ce ne dovrebbero essere almeno due – come viene proposto di seguito – potremmo chiamarli uno “Valentina” e l’altro “Francesco”.

L’Invalsi, ora autoreferenziale, autoritario, dispotico, poco trasparente, dovrebbe essere utilmente sostituito da almeno due enti rilevatori, indipendenti fra loro oltre che dal Miur, e che operino separatamente per consentire il confronto e la verifica dei loro risultati. Un po’ come gli Istituti demoscopici che sono più di uno e che effettuano sondaggi di vario tipo.

Finora l’Invalsi ha infiltrato gradualmente il sistema istruzione con una strategia precisa e identificabile. Dapprima le timide prove campionarie, poi divenute censuarie e imposte per legge, fino all’incestuoso ingresso nella valutazione di terza media. Le progressive sperimentazioni dall’esito positivo scontato in partenza. Altra modalità ricorrente: gli annunci effettuati un anno prima per attività messe a regime l’anno successivo, in modo da spiazzare sia le possibilità di confronto che le proteste. Con questi passi lenti, cauti e felpati, l’Invalsi conta di conquistare anche l’esame di maturità a partire dall’a.s. 2014-2015.

Più che all’edera, l’Invalsi può essere paragonato al… ficus strangolatore australiano (v. ficus watkinsiana).

L’attuale approccio fiscale, inquisitorio, da redde rationem, quasi l’Invalsi fosse uno sbirro o un gendarme, va sostituito da un approccio amichevole, fraterno, collaborativo. Non più prove imposte, coatte, censuarie, all’unisono cioè nelle stesse date e in orario scolastico, ma ricominciare con prove campionarie e con il consenso dei docenti e degli alunni interessati. E prove per tutte le materie e che facciano riferimento agli argomenti svolti e alle valutazioni interne dai docenti. Mai più solo quiz a crocette!

Prove da effettuare con le sole risorse assegnate all’istituto rilevatore e non con le odiose servitù gratuite imposte alle scuole e che i d.s. scaricano disinvoltamente sui docenti. Prove i cui risultati possano essere riferiti a livelli di sufficienza-insufficienza, in sostituzione dei poco significativi riferimenti ai valori medi. Niente più confronti, né riferimenti – folkloristici e da tifoseria calcistica – fra province, regioni, nord, sud, centro, nord-est, isole. Deve essere chiaro che non è in atto nessun campionato fra scuole o regioni, non c’è nessuna classifica da scalare, nessun orgoglio campanilistico da difendere, nessuna gogna da assegnare!

Tanto meno gli Invalsi possono rappresentare la “formula per cacciare i docenti incapaci“ come ha equivocato ingenuamente un preside modenese. Dalla misurazione degli apprendimenti non si può passare semplicisticamente a giudicare, valutare, premiare o punire i singoli insegnanti. Non sussiste epistemologicamente un tale criterio di causa-effetto.

Bisogna strappare e gettar via questo assurdo copione, accantonare il rituale pseudo-agonistico con inclusi i politici che tifano per le loro città o regioni!

Cosa c’è da cambiare, oltre la denominazione e le prove. Vediamo alcuni aspetti rilevanti.

Deve essere superata la endemica situazione di commissariamento dei vertici dell’Istituto, va ridotto il precariato cronico (anche 15 anni) dei collaboratori, non è opportuno il ri-utilizzo di dirigenti pensionati del Miur.

Miur e ministro devono definire, meglio concordare con gli interessati coinvolti, dei precisi protocolli di comportamento relativi a dette prove di valutazione esterne, non si possono lasciare questioni sospese rimettendole all’iniziativa, alla discrezione interpretativa, comportamentale e caratteriale dei presidi. Se dovessero sorgere contrasti o incomprensioni tra preside e docenti, non possono essere rimessi al giudizio del preside stesso, che avrebbe il duplice ruolo di parte in causa e giudice monocratico di se stesso!

La valutazione esterna poi non deve essere ristretta e confinata ai soli risultati del rapporto insegnamento-apprendimento ma deve comprendere anche le condizioni in cui detto rapporto viene effettuato: consistenza numerica delle classi (v. classi-pollaio), dotazioni della scuola (edifici, strutture, …), quanti docenti di ruolo e quanti precari, ed altri ancora.

La valutazione esterna deve riguardare ed esprimersi anche su tutto il sistema scuola, sulla sua organizzazione gerarchica, burocratica e procedurale sia centrale che periferica valutandone l’efficacia e i costi, compresi quelli sopportati da studenti, famiglie e personale scolastico. Bisognerebbe individuare pochi, semplici e significativi parametri indicatori del livello di organizzazione e burocrazia. Questi potrebbero riguardare:

a) il numero di addetti alle funzioni burocratiche (cioè coloro che non risulltano coinvolti direttamente nell’interazione didattica);

b) il loro costo complessivo e quello unitario medio;

c) la normativa già esistente o prodotta (quante circolari);

d) il tempo e il numero di passaggi e autorizzazioni occorrenti per completare una certa procedura significativa.

Un esempio attuale è costituito dall’accorpamento di alcuni USR: Veneto e Friuli; Marche e Umbria; Abruzzo e Molise; Puglia e Basilicata. Quanto pensa di risparmiare lo Stato? È stato valutato il costo del trasferimento in un’unica sede? È stato anche valutato il maggior costo (in spostamenti e tempo) a carico di chi deve svolgere pratiche presso un USR più lontano? Si può escludere che a fronte di un risparmio teorico di 100 euro per il Miur, poi non ci sia una maggiore spesa complessiva 200 euro a carico degli italiani? Insomma il risparmio ipotizzato sulla carta verrà monitorato periodicamente e in seguito confermato, o smentito, da parametri significativi, oppure no?

——-

P.S. Un cenno a recenti vicende ministeriali e governative. Solo pochi giorni fa (15 novembre), la scuola è stata come investita da un vento siberiano, gelido e atroce. La notizia di “una legge delega – presentata da Carrozza al CdM l’8 nov. – che, bypassando il dibattito parlamentare e il confronto con i sindacati, punterebbe a riformare radicalmente il mondo della scuola e il rapporto di lavoro dei docenti“.

Si è subito diffuso l’allarme, poi sono venute decise le reazioni e le prese di posizione. Il ministro Carrozza, da Shanghai, ha dovuto fare marcia indietro e smentire. Così:

“Miur: Disegno di legge delega, testo che circola è superato. A seguito delle notizie di stampa sul Disegno di legge delega in materia di Istruzione, Università e Ricerca, il Ministero precisa che il testo a cui si fa riferimento è da ritenersi del tutto superato” (18 novembre).

La trappola, scoperta in tempo, non è scattata! Ma il testo della legge delega è stato solo superato e non ritirato. Ne verrà proposto uno diverso ancora come legge delega oppure proseguirà come ddl normale come ha dichiarato il sottosegretario Gianluca Galletti (21 nov.)?

 

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L’autonomia diventa arbitrio

Posted by comitatonogelmini su 20 marzo 2013

arbitrio

di Marco Bascetta
da Il Manifesto
20 marzo 2013

Che i tagli alla scuola e all’educazione non fossero necessità economica ma politica, non una misura di risparmio ma di controllo della mobilità sociale, non principio di razionalità ma ideologia, è ormai un fatto. Cosicché quando di fronte al rovinoso crollo delle iscrizioni universitarie si manifestano allarmi e preoccupazioni, l’ipocrisia dilagante impedisce di rivelare che si tratta di un risultato voluto, di governo in governo e di riforma in riforma.

Una volta ridotto lo spazio e le risorse destinate all’istruzione, una volta dichiaratala capitale del singolo e non patrimonio comune, l’intera discussione si disloca sul terreno dei criteri di selezione e sulla stucchevole retorica della meritocrazia. Laddove l’ultimo velo della spending review cade lasciando libero il campo alla più spudorata ideologia oligarchica.

Era nell’ordine delle cose che filtri e barriere, esclusioni e respingimenti scendessero progressivamente di grado. Dai mastodontici concorsi pubblici alle facoltà universitarie e ora dalle facoltà universitarie alle scuole medie con i primi tentativi di istituire il numero chiuso per l’accesso alla scuola superiore in pochi casi che rischiano però pericolosamente di moltiplicarsi. Il grimaldello che consente di forzare i compiti costituzionali della scuola pubblica e la libertà di scelta dei singoli si chiama autonomia scolastica. Espressione che sta ad indicare, nella realtà dei fatti, non già la partecipazione della cittadinanza alla gestione della scuola ma l’arbitrio dei dirigenti scolastici e delle burocrazie locali. Dopo avere assistito alla stagione dei sindaci-sceriffi, quelli che di punto in bianco mettevano fuori legge panini e gelati, rimuovevano le panchine dai parchi per allontanare i senza casa, stabilivano graduatorie razziali e deliranti per l’accesso a sostegni e servizi, o proibivano i castelli di sabbia sulla spiaggia, stiamo entrando nel tempo dei presidi-sceriffi che, una volta stabilito l'”eccesso” di iscrizioni, stabiliranno i criteri e gli strumenti di valutazione secondo i quali scolari tredicenni verranno giudicati meritevoli di accedere alla loro scuola superiore: «Faremo come all’università, prova d’ammissione e numero chiuso» dichiara orgogliosa la preside di un istituto tecnico di Mantova ( ne riferisce ieri un articolo di Corrado Zunino su La Repubblica). Il fatto che il fenomeno sia ancora sporadico e assolutamente circoscritto non ne sminuisce il significato né il suo collocarsi entro una tendenza e un quadro che si fa sempre più chiaro e circostanziato. I tagli di stato tracciano i contorni di una scuola elitaria e selettiva, incoraggiano i giovani, e ora anche i giovanissimi, ad abbassare le pretese, scegliere la via dell’umiltà, rendersi “utili” a basso costo, mentre l'”autonomia” dei valvassori e dei valvassini stabilisce il dazio disciplinare e “meritocratico” per accedere ai propri istituti, ciascuno secondo il proprio estro e il proprio arbitrio, tutti invocando uno stato di necessità determinato dall’alto e probabilmente addirittura ben accetto. I presidi-sceriffi e i loro consigli di istituto non si limiteranno, infatti, a sorvegliare l’ingresso: i test serviranno loro anche come “strumento per la formazione delle classi”. Di che cosa si tratta? Geni con i geni, mediocri con i mediocri? Discriminazioni “scientificamente” fondate? Che sappiamo, in alcuni casi, aver coperto e mascherato perfino pregiudizi razziali.

Fino a quando il motto “non c’è posto per tutti” ( per tutti gli studenti, per tutte le scuole, per tutte le università) continuerà a dominare su ogni ambito come una legge di natura, qualsiasi arbitrio si sentirà legittimato e inattaccabile, la costosa e potente casta dei valutatori, dall’Anvur ai signori degli Invalsi, dalle baronie universitarie ai presidi delle superiori non cesserà di crescere e prosperare. Sempre meno istituzione formativa, sempre più organo giudiziario.

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Cosa fare per una scuola autonoma e democratica

Posted by comitatonogelmini su 16 marzo 2013

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di Marina Boscaino e Corrado Mauceri
da Globalist.it
16 marzo 2013
A proposito del Dpr sulla valutazione: non possiamo limitarci a guardare il dito e non la luna. Ora la scuola è in mano solo al Ministro. I partiti si sveglino.

Come ogni anno, puntuale come l’influenza, si ripete la protesta relativa alle prove Invalsi e sulla etero valutazione ministeriale sulla scuola; dopo la protesta, che tradizionalmente produce scarsi risultati concreti, si aspetta l’anno seguente. Intediamoci: esistono docenti costantemente mobilitati sul tema; ma la maggior parte ha risvegli tardivi. Quest’anno il disagio primaverile della scuola si è arricchito di un ulteriore elemento: il decreto sulla valutazione di prossima emanazione da parte di un Governo dimissionario che dovrebbe limitarsi all’ordinaria amministrazione. È perché il governo del “professori” considera la valutazione della scuola adempimento “privo di rilevanza”?

Crediamo sia necessario inquadrare il problema delle valutazioni ministeriali più a fondo ed in termini più radicali. Ecco alcune osservazioni:

1. In primo luogo, non è tollerabile che l’Esecutivo e sostanzialmente il Ministro continui non solo a governare la scuola, ma a darsi esso stesso le regole con cui governare la scuola: il Ministro se la suona e se la canta.

Ai tempi in cui dominava la Dc, ma c’era un’opposizione (il Pci), le regole sul governo della scuola erano almeno approvate dal Parlamento; le originarie normative sugli organismi precursori dell’Invalsi (Irsae – Centro Europeo dell’Educazione) erano disciplinate con Dpr, che però non erano regolamenti, ma “decreti delegati”, emanati dal Governo su delega del Parlamento che stabiliva “principi e criteri”; e modificabili con legge del Parlamento.

Ora, invece, in omaggio alla “governabilità” (canto delle sirene che affascina trasversalmente centro-destra e centro-sinistra), il Parlamento “delegifica”, cioè trasferisce il proprio potere normativo al Governo o, in taluni casi, direttamente al Ministro competente.

Il Dpr sulla valutazione è figlio di questa logica, ormai talmente radicata da non trovare opposizione né messa in discussione.

Il Parlamento non ha alcuna voce in capitolo, tanto è vero che – nel caso del Dpr valutazione, che è un decreto emanato dal governo – non è stato nemmeno acquisito il parere della Camera dei Deputati. Tanto è inutile.

2. La Costituzione afferma, come è noto, il principio della libertà di insegnamento. Tale principio è incompatibile con una forma di verifica dell’attività di ciascun docente, scuola e dell’intero sistema scolastico? Certo che no, purchè la verifica sia svolta senza alcun effetto diretto o indiretto, di condizionamento dell’autonomia professionale del personale docente e più in generale della libertà di insegnamento del sistema scolastico nel suo complesso.

Esistono e sono state elaborate (anche in questi anni di “mancato dialogo” sul tema, dal momento che i governi sono andati avanti imperturbabili, nonostante critiche e resistenze), ostinate e inascoltate forme di valutazione e/o di autovalutazione, volte a verificare l’attività didattica e i risultati conseguiti, che non rischiano di trasformarsi in forme di condizionamento, ma che, viceversa, esaltano l’autonomia professionale di ciascun docente e la partecipazione collegiale. Il problema di fondo non è quindi la valutazione. Ma chi valuta, come e con quali finalità.

Il dpr prevede senza dubbio che la valutazione è affidata ad un organismo di emanazione ministeriale, nonostante sia definito indipendente: l’indipendenza, però, non dipende dalla definizione normativa, ma del modo con cui si è nominati e dalle garanzie di autonomia nello svolgimento dell’attività; oppure a funzionari ministeriali (ancorchè esperti e non amministrativi) come gli ispettori tecnici, che comunque dipendono dal Ministro; ogni garanzia di imparzialità della valutazione è ontologicamente negata.

Se poi si considerano le modalità e le finalità previste nello stesso DPR, è evidente che si tratta di una forma pesante e subdola di condizionamento e di limitazione della libertà di insegnamento, che piegherà modalità e pratiche didattiche al raggiungimento dell’obiettivo: dalla creazione di cittadini consapevoli a risolutori di quiz.

Che fare?

Anzitutto prendere coscienza che, finchè la scuola è governata dal Ministro che, grazie anche al regolamento n.275/99 sull’autonomia (tanto conclamata), ha poteri di indirizzo culturale e quindi di verifica, tutti questi provvedimenti sono conseguenti.

Non si può continuare a guardare il dito e non la luna. E’ lo stesso errore di valutazione fatto sul Pdl 953, ex Aprea, e sul governo democratico della scuola; e sull’autonomia in generale: come può il governo essere democratico e la scuola autonoma, se il Cnpi (l’organo che dovrebbe garantire la libertà di insegnamento) è presieduto dal ministro? La garanzia di un’effettiva libertà di insegnamento si realizza solo con una gestione democratica della scuola; però se Pd, Sel e M5S (che ormai è considerato il “nuovo” della politica italiana) realmente vogliono dare un segnale concreto, possono non solo limitarsi a dichiarare il loro dissenso sull’emanando Dpr, ma impegnarsi sin da ora per ritirarlo.

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Sistema Nazionale di Valutazione: l’Invalsi sale in cattedra a distruggere la qualità della Scuola Pubblica

Posted by comitatonogelmini su 9 marzo 2013

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di Cobas della Scuola e CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
9 marzo 2013
APPROVATO IL Sistema Nazionale di Valutazione: COLPO DI MANO DEL GOVERNO MONTI!

Sembrava impossibile che trovassero il coraggio politico di varare un provvedimento così importante con un governo inesistente. E invece il governo Monti l’8 marzo 2013 ha dato vita al SVN (Sistema Nazionale di Valutazione), un sistema mai discusso all’interno delle scuole e anzi bocciato da moltissimi collegi docenti quando fu proposto sotto forma di sperimentazione; anche il Consiglio di Stato aveva dato un parere fortemente critico, così come aveva fatto il CNPI. E invece la casta è andata avanti incurante dell’opinione della società civile ed ha partorito uno strumento coercitivo che diventerà centrale nella vita delle scuole italiane, piegandole alla logica della scuola azienda. Una logica della Qualità Totale (TQM), come se la scuola fosse una fabbrica Toyota, che viene imposta a docenti, studenti e genitori senza che sia stata posta la domanda centrale: QUALI ELEMENTI RENDONO UNA SCUOLA “MIGLIORE”? Solo dopo aver risposto a questa complessa domanda si può procedere ad individuare gli strumenti atti a misurare quegli elementi (sempre che essi si configurino come misurabili). E invece il regolamento appena approvato niente dice in merito a questa domanda preliminare e fondante, mettendo in mano all’INVALSI l’individuazione dei criteri valoriali che orienteranno l’azione quotidiana delle nostre scuole.

COSA PREVEDE IL PROVVEDIMENTO

1)      “Autovalutazione”: la scuola si “autovaluta” sulla base dei risultati dei quiz INVALSI (ridicoli e del tutto eterodiretti), dei parametri strutturali forniti dal MIUR e, se vuole, in base ad altri indicatori scelti autonomamente (che tanto non conteranno nulla). Poi redige un rapporto su un modello in formato elettronico che arriverà direttamente dall’Invalsi ed elabora un piano di miglioramento. Perché hanno l’ipocrisia di chiamarla “AUTOvalutazione”? È l’Invalsi che valuta e insieme decide cosa valutare; è chiaro che le scuole correranno ad allinearsi ai parametri di qualità indicati, trascurando tutto ciò che non sarà oggetto di valutazione (ad es. la buona e semplice didattica). Ricordiamo che la legge di stabilità ha stabilito che dal prossimo anno i fondi alle scuole saranno quantificati in base ai risultati di qualità.

2)      Valutazione esterna: in base ai risultati forniti dai rapporti, si individueranno le scuole da sottoporre per prime alla “cura” (ma successivamente si estenderà a tutte le scuole): ci saranno visite dei nuclei di valutazione esterni costituiti da ispettori e “esperti” formati e selezionati dall’Invalsi; essi riformuleranno il piano di miglioramento a cui la scuola dovrà attenersi: di fatto viene annullata la libertà d’insegnamento.

3)      Azioni di miglioramento: entra in campo l’INDIRE che  supporta le scuole nella definizione dei piani di miglioramento attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, di progetti di “miglioramento della didattica”, di corsi di formazione in servizio per docenti, ATA e DS; il tutto potendo avvalersi anche di privati.

4)      Valutazione dei DS: anche i presidi, tramite gli USR, saranno sottoposti a valutazione.

E se la cura non funziona? Nessuno dice cosa succederà alla scuole che, nonostante la cura, non riusciranno a raggiungere gli standard previsti, ma la realtà degli USA ci dice che queste scuole vengono chiuse e i docenti licenziati (d’altra parte la legge Brunetta prevede il licenziamento dei dipendenti pubblici a fronte di performance ripetutamente negative). 

Parlano di innalzamento della qualità, mentre la drammatica realtà è che questo sistema di valutazione abbasserà rapidamente e con danni irreparabili la qualità della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata, come già accaduto nella scuola inglese e statunitense.

Una quantità enorme di risorse sarà ulteriormente dirottata nella burocrazia (già immaginiamo i moduli e i modelli da riempire) e sottratta al lavoro concreto della classe e della didattica, ma ancor più pericoloso sarà  il potere retroattivo dei piani di “miglioramento”: ci verrà chiesto di adeguare le nostre programmazioni e gran parte della nostra attività in base agli indicatori stabiliti dall’Invalsi, pena la “cura” a suon di ispettori e di corsi di “miglioramento”.

Il popolo della scuola deve saper rispondere con determinazione a quest’attacco: hanno messo a punto un ingranaggio che modificherà il nostro lavoro ed entrerà di forza dentro le nostre classi: vogliono imporci cosa insegnare e come insegnare. I docenti italiani devono saper reagire ed essere in prima fila nella difesa della qualità della scuola pubblica:

           solo un pubblico di qualità può bloccare la privatizzazione della scuola!

ABBIAMO UN’ARMA POTENTE CONTRO IL SNV: LO SCIOPERO CONTRO I QUIZ INVALSI

Se blocchiamo i quiz, facciamo fallire il loro principale strumento di misurazione

I Cobas hanno già indetto lo sciopero contro i quiz INVALSI secondo le seguenti

7 MAGGIO           ►   SCUOLA MATERNA + ELEMENTARE

                                                      14 MAGGIO            ►       SCUOLA MEDIA

                                                      16 MAGGIO                   SCUOLA SUPERIORE

Lo scorso anno il tribunale di Roma ha decretato attività antisindacale la sostituzione dei docenti che avevano aderito allo sciopero indetto dai COBAS nei giorni delle prove INVALSI.

La normativa non è cambiata e perciò è importante che scioperino i docenti in orario nelle classi coinvolte e/o i docenti individuati come somministratori. Proponiamo di istituire in ogni scuola una cassa di resistenza in modo da  sostenere economicamente i colleghi il cui sciopero risulterà utile a fermare la somministrazione.

SCIOPERA I GIORNI DEI QUIZ INVALSI e DIFENDI LA SCUOLA BENE COMUNE

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Il vergognoso decreto sulla valutazione

Posted by comitatonogelmini su 9 marzo 2013

 

vergogna

di Giuseppe Aragno
da Fuoriregistro
9 marzo 2013

Sì del Governo: arriva il nuovo sistema di valutazione di scuole e presidi, – titola il Sole24ore” con ineguagliabile improntitudine confindustriale. A sentire il giornale dei padroni, quindi, Il Governoquale governo di grazia?ha “acceso il semaforo verde definitivo” per un provvedimento inderogabile, anzi, così evidentemente urgente chedovremmo crederela scuola tutta era lì ad attenderlo con ansia. Un decreto necessario, perché, a quanto pare, se Profumo non l’avesse presentato, la scuola non avrebbe più saputo come andare avanti. A guidare il sistema ora sarà l’Invalsi, che dovrà rapidamente preoccuparsi di elaborare calendari di visite di valutatori esterni e definire con quale competenza s’è visto ormai da tempogli indicatori di efficienza a cui gli insegnanti e i loro dirigenti dovranno rispondere.
Per il Ministero, quindi, era l’Invalsi la vera e unica urgenza della scuola morente. Quell’Invalsi da cuisarà un caso?proviene il sottosegretario Elena Ugolini, che si è fatta in quattro perché il provvedimento giungesse all’approdo finale. A sentire lo “smobilitato” Profumo, sembrerebbe proprio così, perché, sostiene, senza un sistema nazionale di valutazione non si accede ai fondi strutturali europei della programmazione 2014-2020. In realtà c’era tutto il tempo perché provveddese il prossimo governo e non è difficile capirlo: la decisione di approvare il provvedimento non rappresenta solo l’ennesimo, inaccettabile colpo di mano, ma un vero e proprio ceffone alla scuola e alla pericolante Costituzione.
Senza entrare nel merito di una scelta rifiutata ormai apertamente persino dagli Usa, che pure l’aveva “esaltata” e adottata nonostante il motivato dissenso della scuola militante e di moltissimi esperti, la riforma ha il segno tipico dei metodi autoritari propri della peggiore destra. Non a caso per Elena Centemero, responsabile nazionale Scuola del PdL “l’approvazione del regolamento sulla valutazione, la cui impostazione era stata voluta dal governo Berlusconi, è senz’altro una buona notizia per chiunque abbia a cuore la qualità del sistema scolastico italiano.
La verità è molto più semplice e terribilmente più grave di quello che lascia intendere la stampa padronale: il Governo Monti, che non è nato da elezioni e non è caduto in Parlamento perché, quando si è ritenuto sfiduciato, è andato a dimettersi al Quirinale, ha concluso nella maniera più coerente e penosa, la sua vita costituzionalmente anomala. L’8 marzo del 2013 è una data da ricordare. Un Consiglio dei Ministri dimissionario e scaduto, infatti, guidato da un presidente del Consiglio mai eletto, tecnico e allo stesso tempo leader di un partito politico bocciato senza appello dagli elettori, ha ritenuto di procedere all’approvazione di un provvedimento che non aveva nessun carattere d’urgenza. E’ vero, le nuove Camere non sono state ancora convocate, ma questo non vuol dire che un organismo già “morto” come di fatto è il governo Monti, sia abilitato ad un “esercizio normale dei poteri“. E’ vero il contrario: il limite invalicabile della facoltà d’intervento del Governo è la “contingenza straordinaria“.
Questo Governo, nato fuori dalle Costituzione e seccamente liquidato con un drastico no degli elettori che lo hanno impietosamente stroncato assieme ai partiti che lo sostenevano, non mette limiti all’indecenza. Il Sistema di valutazione della scuola non presenta alcun carattere d’urgenza. Urgente è, se mai, la necessità di porre rimedio all’arroganza di Monti e dei suoi ministri e c’è da augurarsi che almeno stavolta Giorgio Napolitano si ricordi di essere al servizio della più volte ignorata “sovranità popolare.

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L’Invalsi e il falso paragone con il colesterolo

Posted by comitatonogelmini su 16 febbraio 2012

di Vincenzo Pascuzzi
16 febbraio 2012

Partiamo dall’articolo di Matteo Acmé ”Nessuno mi può giudicare. Agli insegnanti non piacciono le verifiche. Ma la valutazione del lavoro può migliorare la scuola”  per fare alcune considerazioni e riflessioni.

Premessa. Già c’è stato chi ha paragonato i test Invalsi al metro della sarta  e chi al termometro. Ora c’è chi li paragona all’analisi del colesterolo: Roberto Ricci responsabile dell’Invalsi e Vanni Savazzi prima di lui. Ora il paragone è una figura retorica utile a chiarire un nuovo concetto o una nuova situazione riferendola a un termine di paragone simile e già noto. Però se si estendono le prerogative e l’utilità del paragone oltre all’azione chiarificatrice, cioè si cerca anche di trarre conclusioni da una situazione nota per applicarla all’altra nuova, è possibile facilmente cadere in errore, essere ingannati o ingannare altri. E, a volte, l’inganno non è casuale ma è intenzionale e voluto.

La pioggia nel pineto. Wikipedia.org come esempio di paragone cita versi di D’Annunzio: “e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre” (La pioggia nel pineto). Ciò va benissimo ed è pure poesia! Ma a nessuno salterebbe in mente di estendere oltre il paragone chiome-ginestre. Cioè, ad esempio, pettinare o fare lo sciampo ai rami giunchiformi delle ginestre, oppure cercare a primavera fiori gialli nelle chiome.

Il colesterolo. Leggiamo prima sul weblog di Vanni Savazzi: «Dal punto di vista strettamente materiale, contrastare un test sulle competenze di comprensione della lettura e sulle competenze logico-matematiche assomiglia un po’ alla paura di fare test del sangue per paura del colesterolo». Paragone che troviamo ripreso nell’articolo di Matteo Acmé: «Secondo Roberto Ricci (Responsabile SNV-Invalsi) è come per il colesterolo: “Non basta fare le analisi del sangue per guarire. Serve anche qualcuno che ci dica come fare. I test Invalsi sono le analisi, poi però serve il medico” . E per la cura ci vuole tempo». Se i test Invalsi fossero effettivamente come le analisi del colesterolo, i ragionamenti dei due autori filerebbero tranquilli portando alla conclusione da loro prospettata: uno screening di massa utile, necessario e obbligatorio. Ma non è così. Intanto, in quello che dice Ricci, ci sono delle evidenti imprecisioni e omissioni. Normalmente le analisi sono richieste dal medico (non lasciate all’iniziativa dal paziente o dall’analista), ed è lo stesso medico che poi le valuta e prescrive la eventuale terapia farmaceutica o altro. Ma il paragone test-colesterolo crolla completamente su un’osservazione più essenziale e anche più semplice: la seguente.

Quantificare la qualità?! La misura del colesterolo si può fare perché si tratta di una “quantità” esprimibile con un numero e riferita a un’unità di misura definita. Esistono tanti laboratori di analisi che in genere danno lo stesso risultato. Invece gli apprendimenti o le competenze (sia in assoluto che in riferimento a una situazione di partenza o a una condizione sociale) sono delle “qualità”, per di più complesse e difficili da definire. Di conseguenza i test Invalsi non possono essere né un termometro, né il metro della sarta e nemmeno la colesterolemia totale. I loro risultati non sono oggettivi e non sono riproducibili. Anche perché esiste un “solo” Invalsi autoreferenziale, con aspirazioni di onnipotenza, non valutabile né valutato da nessuno . La differenza tra “quantità” (misurabile) e “qualità” (non misurabile oggettivamente) è stata segnalata autorevolmente e ripetuta. Basta cercare in rete, ad esempio, gli articoli numerosi di Giorgio Israel. In uno di questi, l’autore nega a) che i test siano uno strumento come il termometro e b) che le “competenze” siano grandezza definibile oggettivamente: “il termometro non pretende affatto di misurare nella sua complessità e globalità le qualità di un oggetto, bensì soltanto una grandezza precisa: la temperatura. Che cosa misurano i test? Le competenze direbbe Ichino. E come può darsi in modo oggettivo una definizione oggettiva e comunemente accettata, almeno operativa, di competenze?”.

Italiano e matematica. I test Invalsi sono limitati a due sole materie italiano e matematica che all’incirca occupano il 20% dell’orario scolastico e al superiore hanno importanze e finalità diversificate fra i vari tipi di scuola. Le altre materie, che pure non sono meno importanti e costituiscono l’80% rimanente dell’orario, risulterebbero fuori dell’indagine ipotizzata “oggettiva”. Sarebbe come, proseguendo il paragone improprio dell’analisi del sangue, misurare appunto il colesterolo e ignorare glicemia, azotemia, albumina, ferritina, PSA; sono circa cento gli esami possibili.

L’approccio unilaterale e autoritario. Però chi si è invaghito o è interessato ai test Invalsi non sente ragioni, non considera le osservazioni contrarie e ripropone continuamente le sue tesi. Di recente, il decreto governativo sulla semplificazione ha potenziato (?!) l’Invalsi …. gratis (!!) scaricandone ambiguamente le funzioni operative sulle scuole e sugli insegnanti, con l’ovvia contrarietà di questi e la compiaciuta approvazione di altri. Di più, l’Invalsi avrebbe così perfezionato i suoi test da poter valutare il “valore aggiunto” e saper depurare i risultati dai “vantaggi sociali”. Tutto ciò con complessi algoritmi statistici e soprattutto …. autocertificato. Ovvie e fisiologiche le contrarietà e le prese di distanza .

Domande e ipotesi. Quali i motivi di tanta incomprensibile perseveranza o ostinazione? Forse solo malintesa coerenza per gli annunci dati in precedenza? Oppure il cercare facili diversivi o surrogati a più impegnative e costose ma vere azioni di potenziamento della scuola? O ancora stilare comunque classifiche di scuole e docenti per attribuire a chi sta nella parte bassa le responsabilità? E così accrescere, a danno dei docenti, il potere della burocrazia, della gerarchia e dei presidi? E classificando scuole e docenti, non si attenuerebbero le responsabilità degli studenti meno volenterosi rispetto allo studio? Questi non potrebbero sempre accampare a loro giustificazione la responsabilità della scuola o troppo scadente o troppo brava?

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L’anomalia italiana nella valutazione delle scuole

Posted by comitatonogelmini su 13 febbraio 2012

di Bruno Moretto
Comitato Scuola e Costituzione Bologna
13 febbraio 2012
Il rapporto Eurydice del 2009 evidenzia che solo l’Italia usa i test per valutare alunni, scuole, docenti e dirigenti e il metodo del valore aggiunto.

Di fronte all’opposizione di genitori e docenti all’introduzione obbligatoria di test nella nostra scuola si sente affermare con frequenza che “tutti i paesi europei si comportano in modo analogo”.
Tale tesi è facilmente confutabile. La Commissione europea ha commissionato a Eurydice un’analisi completa nel 2009 che è facilmente reperibile in rete a questo  link.

Finalità delle prove nazionali

Il rapporto per prima cosa suddivide i test in quattro categorie: quelli che servono per la certificazione delle competenze al termine di un ciclo di studi, quelli usati per monitorare gli istituti, quelli usati per monitorare il sistema educativo, quelli finalizzati ad individuare i bisogni di apprendimento degli studenti.
I primi sono utilizzati in circa metà dei paesi europei fra i quali: Danimarca. Germania, Finlandia, Italia.
I secondi sono utilizzati da pochi paesi: Inghilterra, Austria, Lettonia, Ungheria ed Italia. In tali paesi i test sono obbligatori per gli studenti.
I terzi sono utilizzati in quasi metà dei paesi. Questi paesi utilizzano una rilevazione a campione: Belgio, Irlanda, Spagna, Francia, Finlandia.
I quarti sono utilizzati in Danimarca, Francia, e pochi altri paesi.
Come afferma il rapporto: “I test nazionali spesso soddisfano varie finalità nell’ambito delle tre suddette categorie. Per esempio Estonia, Irlanda, Italia, Lettonia, Polonia e Portogallo affermano che i loro test certificativi verranno utilizzati anche per monitorare il sistema educativo. Altri paesi, quali Bulgaria, Italia e Slovenia, dichiarano che gli stessi test nazionali vengono utilizzati per finalità di monitoraggio sia a livello di istituto che di sistema.
Gli esperti della valutazione hanno ricordato che l’utilizzo di un singolo test per più finalità potrebbe essere inappropriato, in quanto ciascun obiettivo richiede tendenzialmente informazioni diverse.
In tali casi, è stato consigliato alle autorità educative di elencare le diverse finalità in ordine di importanza e di adattare la struttura del test conseguentemente .”

Obbligo di valutazione standardizzata per gli studenti e le scuole e quantità di test
La maggioranza dei paesi ha sia test obbligatori che a campione, alcuni li hanno facoltativi per gli studenti. La stragrande maggioranza dei test obbligatori ha lo scopo di certificare le competenze a fine ciclo. Il numero di test obbligatori è mediamente di 2. Paesi come la Francia e la Germania ne hanno uno solo, Finlandia, Austria, Belgio, Estonia e Olanda non ne hanno nessuno. Chi ne svolge di più è la Danimarca (10), seguita dall’Italia che ne prevede 6. Anche l’Inghilterra, paese dove sono nati li ha obbligatori solo al secondo e sesto anno scolastico.

Utilizzo dei test
Nella stragrande maggioranza dei paesi (Spagna, Francia, Germania, Austria, Polonia, Finlandia, Norvegia, ecc..) i test non sono utilizzati per la valutazione esterna né esiste alcuna raccomandazione o strumenti di supporto per l’utilizzo dei risultati nella valutazione interna.

Pubblicazione dei risultati dei test
Solo l’Inghilterra pubblica i risultati al fine di stabilire una graduatoria delle scuole, la maggior parte non pubblica nulla, alcuni paesi hanno previsto per legge che i risultati non debbano essere pubblicati.

Metodo del valore aggiunto

Solo l’Italia dichiara di voler utilizzar tale metodo per la valutazione delle scuole.

Conclusioni

Nel recente decreto approvato dal Consiglio dei Ministri sulle semplificazioni si prevede che “Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria d’istituto, alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti degli studenti..”
La direttiva Invalsi n. 88 del 3/10/11 cita che
Per l’Amministrazione scolastica il progressivo consolidamento delle rilevazioni sistematiche e periodiche sugli apprendimenti degli studenti costituirà insostituibile occasione per acquisire e disporre delle serie storiche dei dati sui livelli di apprendimento, che permetteranno di rilevarne l’andamento complessivo nel tempo. Tali informazioni rappresentano la necessaria base conoscitiva per orientare le politiche scolastiche e per definire le azioni di governo del sistema scolastico, con particolare riferimento allo sviluppo dell’autonomia e alla valutazione delle scuole, alla formazione del personale e al miglioramento della didattica.”.
La stessa ordina all’Invalsi “le rilevazioni nazionali sulle conoscenze e abilità degli studenti della seconda e quinta classe della scuola primaria, della prima e terza classe della scuola secondaria di I grado e della seconda e quinta classe della scuola secondaria di II grado”.
Questa impostazione, che ha prodotto le bacchettate della Commissione europea, deriva dalla proposta per l’Invalsi definita nel dicembre 2008 dai Proff. Checchi, Ichino, Vittadini, che hanno previsto l’introduzione di un’anagrafe scolastica nazionale:
“Al fine di passare dalla misurazione degli apprendimenti degli studenti alla valutazione delle singole istituzioni scolastiche, il secondo pilastro della nostra proposta è la predisposizione di un’Anagrafe Scolastica Nazionale che segua nel tempo tutti gli studenti consentendo di abbinare la loro performance alle caratteristiche delle scuole frequentate e degli insegnanti incontrati, nonché a dati di fonte amministrativa sulle caratteristiche demografiche ed economiche delle loro famiglie.” (vedi qui il testo integrale)
In tale prospettiva si colloca il progetto VALeS, presentato ufficialmente dal Ministro l’8 febbraio, che ha per obiettivo la valutazione delle scuole e dei dirigenti. Il cuore della valutazione è la misurazione degli apprendimenti degli studenti con calcolo del valore aggiunto contestuale. I risultati del processo di valutazione saranno pubblicati sul sito del MIUR.
Io ritengo, in sintonia con il rapporto Eurydice, che occorra fermare questa impostazione assurda che intende utilizzare alcune prove (Italiano e Matematica), per di più discutibili, per valutare contemporaneamente gli studenti, le scuole, gli insegnanti, i dirigenti e il sistema.
L’altra questione estremamente discutibile è l’utilizzo (solo in Italia) del metodo del valore aggiunto.

Un processo di valutazione delle scuole ha senso solo se è agganciato a un progetto politico di rilancio dell’istruzione pubblica in Italia.
In funzione delle finalità del nostro sistema scolastico ogni processo di valutazione esterna deve essere messo a disposizione delle scuole come uno dei tanti strumenti utili al miglioramento dell’azione didattica e deve essere finalizzato a favorire la crescita di momenti di autovalutazione.
L’Invalsi deve essere sottoposto al controllo di un soggetto autonomo dal Ministro di turno.

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Due o tre cose sul progetto VALeS

Posted by comitatonogelmini su 12 febbraio 2012

di Giorgio Tassinari
da InchiestaOnLine
12 febbraio 2012
 

Apprendiamo da fonti di stampa che l’8 febbraio il ministro Profumo ha presentato ufficialmente il sistema di valutazione VALeS (che in latino significa stammi bene!) con il quale “si offre alle istituzioni scolastiche ed ai dirigenti scolastici del primo e del secondo ciclo di partecipare alla definizione di un processo che lega la valutazione ad un processo di miglioramento” (dal sito del ministero).

L’adesione al progetto da parte delle scuole è per il momento ancora volontaria, ma tutti gli atti del ministero (sia Gelmini che Profumo) e i documenti di indirizzo generale vanno nella direzione di far diventare obbligatoria la somministrazione dei test. E del resto nel decreto semplificazioni il governo ha ricompreso le prove Invalsi nell’ambito dell’attività ordinaria delle scuole.

Il cuore del progetto VALeS e la principale novità rispetto all’approccio “tradizionale” dell’Invalsi sta nel fatto che gli apprendimenti saranno valutati con il metodo del “valore aggiunto”, che si pretende consenta di depurare i risultati dei test dalle condizioni al contorno. “I modelli di valore aggiunto consentono di confrontare le scuole a parità di condizioni (…) evitando che queste si avvantaggino – o siano penalizzate – da quanto non è sotto il loro diretto controllo” (sempre dal sito del ministero).

Ed è proprio questa proposizione che ci poniamo l’obiettivo di contestare in questa sede.

Come è noto, da molto tempo una larga corrente di scienziati sociali sta cercando di sviluppare strumenti per misurare su base quantitativa le performances degli insegnanti. Un approccio molto diffuso usa i risultati conseguiti dagli studenti negli anni passati per simulare i punteggi seguenti e successivamente sottrarre i punteggi simulati da quelli effettivamente conseguiti per stimare il “valore aggiunto” dell’insegnante.

Se ci focalizzassimo unicamente sulle misure di tipo puntuale per la valutazione delle scuole e degli insegnanti non potremmo tener conto della qualità del percorso scolastico precedente degli alunni né dei fattori di tipo non scolastico che influenzano la loro performance. Questi fattori sono altamente correlati con le caratteristiche strutturali delle famiglie, quali il gruppo etnico o il reddito. Ne risulta che molta parte della variabilità nei punteggi medi delle scuole è causata da questa disuguaglianza nei “punti di partenza” che difficilmente può essere tenuta sotto controllo dagli insegnanti.

Ad esempio una ricerca negli Stati Uniti (Fryer e Levitt, 2004)[1] ha mostrato che all’inizio della  scuola dell’infanzia (Kindergarten) i bambini neri hanno punteggi del 25% più bassi di quelli bianchi. Le misurazioni basate sull’approccio del valore aggiunto permettono di superare in parte questo problema, e per questo motivo hanno avuto una forte diffusione, specialmente negli Stati Uniti (nella città di Los Angeles i nomi degli insegnanti appaiono sul sito web dell’amministrazione comunale insieme ai rispettivi punteggi di valore aggiunto).

Anche tra i fautori della valutazione, vi è comunque un intenso dibattito sui benefici effettivi che queste misure possono produrre sui processi educativi.

Chiariamo innanzitutto che l’impiego di test standardizzati per misurare le competenze degli studenti permette di osservare solo una frazione, probabilmente non la più importante, dell’outcome educativo degli insegnanti e delle scuole.

Ovviamente dovremmo anche essere sicuri che il test somministrato sia in grado (anche con la non piccola limitazione a cui abbiamo appena accennato) di misurare effettivamente i costrutti “qualità della scuola” e “qualità dell’insegnante”, il che è assai lontano dall’essere una certezza (Amrein Bearsdley, 2008[2]; Kupermintz, 2003[3], Garrison 2011[4] e la bibliografia ivi citata). Quest’ultimo autore sostiene che basarsi in modo fondamentale sui risultati dei test semplifica in modo eccessivo il costrutto “efficacia dell’insegnante”.

Né bisogna trascurare che occorre validare il metodo basato sui test con altre misurazioni della qualità dell’insegnamento ottenute in modo indipendente. Sotto questo profilo le evidenze disponibili, per quanto scarse, non sono molto rassicuranti (Harris e Sass, 2009[5]): uno studio che ha confrontato le misure del valore aggiunto degli insegnanti con le valutazioni dei presidi ha trovato correlazioni piuttosto basse (da 0,18 a 0,32). Anche Rothstein (2010[6]) mostra con uno studio basato su dati della North Carolina che le misure convenzionali di valore aggiunto sono tutt’al più assai debolmente collegate agli effetti di lungo periodo dell’educazione.

Il contributo delle misure di valore aggiunto al miglioramento della qualità dell’educazione dipende in buona parte dalle proprietà statistiche di queste misure, che sono ricavate dall’impiego di modelli statistici molto complessi ed afflitti da una notevole fragilità. In primo luogo distorsioni ed imprecisioni nella rilevazione del valore aggiunto del singolo studente possono condurre a classificare in modo errato un insegnante, il che pone profondi problemi etici e assai probabilmente causa risposte degli insegnanti agli incentivi diverse da quelle attese. Questi errori di rilevazione (imprecisioni ed errori di campionamento) sono presenti anche nelle misurazioni di tipo puntuale, ma vengono amplificati nel calcolo del “valore aggiunto” dal fatto che questo è basato sulla variazione nei punteggi ottenuti ai test da un anno all’altro. Di conseguenza le stime del valore aggiunto degli insegnanti sono instabili da un anno all’altro. Una ricerca statunitense (McCaffrey, Sass, Lockwood e Mihaly, 2009[7]) trova che la percentuale di insegnanti che viene classificata nel 5% più alto in due anni successivi varia dal 28 al 50%. Inoltre una quota compresa tra il 4 e il 15% degli insegnanti classificati nel 5% più alto passa addirittura nell’anno successivo al 5% più basso.[…] Leggi il seguito di questo post »

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Elogio della carta igienica

Posted by comitatonogelmini su 11 febbraio 2012

di Cosimo De Nitto
da FuoriRegistro
11 febbraio 2012

Se fossi un poeta, ma poeta non sono, potrei dedicare un’ode alla carta igienica per l’alta funzione sociale, civile e sanitaria che essa svolge. Mi rendo benissimo conto che trattare questo argomento fa inorridire di sdegno i palati, e gli odorati fini, che la vita la vedono sempre dall’alto dei massimi sistemi, dall’iperuranio delle idee, dei raffinati costrutti della mente e della scienza. Ma provate a pensare cosa succederebbe se non si avesse, all’occorrenza, un rotolo di carta igienica. Sarebbe tragicamente sconveniente e imbarazzante, mortificante della dignità dell’individuo.

La carta igienica non è sempre esistita, per circa trecentomila anni l’umanità ne ha fatto a meno provvedendo alle incombenze cui è destinata in varie forme e modi. La sua invenzione è relativamente recente, da noi è comparsa nel secondo dopoguerra.

La carta igienica è da elogiare per la sua specifica funzione, della quale le persone civili non riescono a fare a meno; quelle ancora più civili la utilizzano in combinazione con il bidet. La carta igienica è imprescindibile: se non ci fosse bisognerebbe inventarla, e se ci fosse stato un inventore bisognerebbe premiarlo col premio Nobel.
Eppure se ne parla sempre con la massima cautela, col sorrisetto scemo sulle labbra, guardandosi bene dal farlo in certi ambienti e circostanze, come se non fosse una delle pochissime cose che accomunano le persone di ogni razza, religione, ceto sociale e di ogni latitudine, longitudine e di ogni credo politico.

Quando penso che il precedente ministro dell’Istruzione Pubblica(?), quella dei neutrini per capirci, ha tagliato tanto le spese della scuola, anche quelle per i consumi di base tra le cui voci c’è la carta igienica, della quale le famiglie hanno spesso dovuto dotare i propri figli; quando penso ai soldi spesi dal precedente a dall’attuale ministro Profumo per progetti come “Valorizza”, VQS, VALeS, prove INVALSI ecc., mi chiedo: non è meglio prima restituire la scuola ad una funzionalità dignitosa, magari per assicurarle servizi sanitari (cessi) civili e un minimo di attrezzature e accessori, fra i quali la carta igienica, per renderli praticabili, senza scaricare sulle famiglie incombenze e costi che una scuola pubblica di Stato davrebbe sostenere?

Mi rendo conto di offendere la sensibilità e di provocare la suscettibilità di alcuni, forse di molti, con questo elogio della carta igienica. Per costoro, a parziale riparazione e ammenda, riporterò le parole di Maurizio Tiriticco (qui l’articolo completo) che con più classe e bon ton a proposito di VALeS così è espresso:
Vales! Un infuso di camomilla contro una broncopolmonite… che rischia di diventare cronica! Sono in molti a chiedermi cosa penso di Vales! Penso semplicemente che non puoi valutare lo stato di salute di un infermo di cui già sai di quali medicine necessita! Andiamo a valutare come e perché uno zoppo non potrà mai gareggiare per i cento metri? E gli diciamo anche che è bravo perché riesce a fare qualche passo? Illuderlo che tutto va ben, madama la marchesa? E perpetuare così il suo cattivo stato di salute? Per me è un perdere tempo e soldi! “. (qui tutto il materiale su VALeS)

Ottimo Maurizio! ma ogni tanto un pensierino alla carta igienica non fa male.

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