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La scuola sta pagando dazio, ma noi lo avevamo previsto

Posted by comitatonogelmini su 10 luglio 2014

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di Lucio Ficara
da La Tecnica della Scuola
10 luglio 2014

Era facile prevedere che dopo le elezioni europee il Governo avrebbe dato il via alla “riforma” della scuola. Temi ed obiettivi sono pressochè identici a quelli che aveva in mente il premier Mario Monti già nel 2011.

È antipatico dirlo e soprattutto ricordarlo, ma in un articolo del 17 marzo scorso noi avevamo previsto che, dopo le elezioni europee, la scuola avrebbe pagato dazio. Non c’era bisogno del fenomeno Reggi, solerte sottosegretario all’istruzione, per comprendere quale sarebbero state le intenzioni del governo Renzi  sulla scuola pubblica italiana, all’indomani della vittoria alle elezioni europee.
Forse non siamo stati creduti, quando affermavamo che le vere scelte politiche sulla scuola sarebbero avvenute dopo le elezioni, per evitare che dalle urne potesse arrivare qualche sgradita sorpresa. Questo fa stare male tutti quegli insegnanti elettori del PD che hanno creduto in buona fede ad una politica governativa in cui si poneva, almeno a parole, la scuola e i suoi docenti al centro dell’agenda politica. Purtroppo la verità è amara e l’ora in cui la scuola è chiamata a pagare dazio è giunta. Prima delle elezioni sentivamo esimi esponenti del PD dire: “La scuola è una priorità ed è necessario restituire valore sociale ai docenti”, oggi si parla insistentemente di taglio di un anno di scuola (presumibilmente il taglio riguarderà le scuole secondarie di secondo grado), di flessibilità dell’orario degli insegnanti fino alle 36 ore di servizio settimanale, di riordino degli organi collegiali sulla falsariga di quanto disposto dal decreto Aprea-Ghizzoni.
Eppure noi, in tempi non sospetti, avevamo alimentato qualche dubio su quello che sarebbe toccato al nostro sistema scolastico. Il sospetto era che il rottamatore fiorentino, dopo le temute elezioni di maggio, avrebbe tentato  di rottamare la scuola pubblica, avviando quelle riforme che né Monti e né Berlusconi erano riusciti a fare.
Avevamo anche annunciato quali sarebbero stati i temi che avrebbero riguardato le riforme sulla scuola. Abbiamo detto che si sarebbe tentato di introdurre la valutazione meritocratica dei docenti, la formazione obbligatoria degli insegnanti, la super autonomia scolastica in capo ad una sola persona (il DS), la riduzione di un anno dell’istruzione secondaria di secondo grado, la riforma degli organi collegiali e per concludere la flessibilità degli orari di servizio degli insegnanti.
Quanto da noi pronosticato è stato puntualmente confermato in questi giorni dalle continue dichiarazioni, a mezzo stampa, del sottosegretario all’istruzione Reggi. Non siamo né delle “cassandre” né tantomeno dei “maghi”, ma è la naturale conseguenza politica di avere voluto scegliere come successore di Maria Chiara Carrozza, al Miur, la senatrice di Scelta Civica Stefania Giannini.
Bisognava aspettarselo che si sarebbe arrivati a questo punto, e forse qualcuno inaspettatamente è anche contento di queste riforme. La cosa che sta creando disappunto in molti insegnanti è che questa riforma ha il sapore di un vero e proprio taglio di spesa, fatta dal partito democratico, sulle spalle di famiglie, studenti e soprattutto insegnanti. Forse per il disappunto crescente di moltissimi insegnanti, stiamo assistendo ad un ridicolo gioco delle parti, di chi prima rilascia un’intervista su Repubblica  spiegando , con estrema puntualità, in cosa consiste il decreto di riforma della scuola, e poi  in un secondo momento dice che il giornale “La Repubblica” ha travisato il senso dell’intervista. Tutti hanno capito tutto, noi lo avevamo capito già nel  marzo scorso.

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Le raccomandazioni UE sull’Invalsi, diktat o barzellette?

Posted by comitatonogelmini su 8 giugno 2014

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di Vincenzo Pascuzzi
8 giugno 2014

Premessa. Le raccomandazioni della Commissione europea.

Forse conviene leggere l’intero documento (clicca qui ) della Commissione Ue prima o in aggiunta agli articoli di commento allo stesso. Questi sono sì più brevi e sintetici ma – a volte – costituiscono commenti e interpretazioni orientate e anche distorte di quanto ha effettivamente scritto la Commissione. La tempestività potrebbe anche essere fretta ispirata dalla considerazione “chi mena prima mena due volte”.

Conviene anche cercare di avere una visione d’insieme del contesto in cui dette raccomandazioni si inseriscono come tessere di un puzzle più vasto.

Matteo Renzi, priorità e promesse cioè parole, parole, molte parole

Nel suo discorso programmatico alle Camere, Renzi ha enfatizzato l’importanza della scuola e ne ha riconosciuto la priorità nel programma di governo: “Noi pensiamo che non ci sia politica alcuna che non parta dalla centralità della scuola”.

Fatti però non se ne sono visti. Dei 3,7 miliardi di euro dichiarati per l’edilizia scolastica, ne risultano disponibili – al momento – solo 244 milioni per il biennio 2014-2015.

Giorni fa Il Censis, ha dichiarato che occorrono 13 miliardi e 110 anni per mettere in sicurezza tutte le scuole! Campa cavallo ….

Stefania Giannini e il Miur

Dopo l’insuccesso elettorale doppio (di Scelta Civica e suo personale) alle elezioni europee, ora appare come un ministro delegittimato e …. apolide politicamente. Potrebbe confluire al Pd di Renzi, oppure potrebbe dimettersi da ministro. Nei tre mesi 22 febbraio-22 maggio, parzialmente sovrapposti alla campagna elettorale, Giannini ha rilasciato ben 33 interviste, una ogni tre giorni, ma ora tace …. afona da 15 giorni. Nelle interviste ha parlato di tutto in termini generici cioè senza riferimenti concreti alle scadenze temporali, alle risorse economiche implicate, ai consensi, alle partecipazioni e alle sinergie necessarie, ma in evidente intesa e sintonia con il presidente Matteo Renzi.

Anna Maria Ajello e l’Invalsi

Presidente dell’Invalsi da appena tre mesi, finora è apparsa cauta, circospetta, riservata e laconica. Ha esordito, alla vigilia della tornata Invalsi 2014, con una lettera effimera ai docenti (nulla a studenti, famiglie, presidi!), poi intervistata da La Stampa ha avvisato o azzardato: “Basta trabocchetti: dal prossimo anno cambierà il test Invalsi”, qualcuno non ha gradito, si è risentito – pare – ed è stato tranquillizzato con scuse scritte. L’altro giorno, a un convegno Cisl, Ajello ha esternato disponibilità al confronto, ha segnalato la limitatezza dell’organico dell’istituto da lei presieduto, ha auspicato che Invalsi si affranchi dalla “sindrome del fortino”, causatagli “dall’arroccamento venutosi a determinare nei confronti degli agenti critici”. La sensazione, o l’ipotesi è che il nuovo Presidente si stia muovendo in una struttura caratterizzata da forte inerzia e viscosità, poco disposta a mettersi in discussione, con componenti ostili e nostalgiche del passato.

Voltare pagina

“Non sarebbe il caso allora, anche alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi e del clima che c’è in molte scuole rispetto all’INVALSI, di voltar pagina e cominciare a scriverne una nuova? C’è una nuova Presidente: persona preparata e attenta, estranea alla precedente gestione, ma comunque giustamente convinta che di misurazione e valutazione la scuola e l’insieme del sistema formativo hanno bisogno; e consapevole che il lavoro svolto dall’Istituto  in questi anni non è di quelli che si possa buttare alle ortiche ….”, suggerisce opportunamente Antonio Valentino su pavonerisorse.it.

Un Invalsi non più solitario e monocratico.

È quello che chiedono sindacati, scuole, docenti. L’Invalsi “deve coinvolgere le scuole”. Per creare un valido Snv bisogna costruirlo assieme: “ci vuole condivisione” sottolinea Francesco Scrima (Cisl Scuola). Mentre Domenico Pantaleo (Flc Cgil) propone di sospendere i test Invasi per il tempo necessario e “aprire una discussione per definire un efficace sistema di valutazione”

Lo slogan “L’Europa ce lo chiede”

“L’ultimo dei trucchi da abbandonare è contrabbandare scelte vecchie e cattive dietro lo slogan “l’Europa ce lo chiede”. Non esistono normative europee cogenti in materia. Siamo noi, davanti alla nostra dissestata istruzione, a dover fare scelte responsabili e adeguate alla formazione di generazioni solide e culturalmente preparate, capaci di mantenere questo paese in una posizione avanzata”. Così puntualizzava Giorgio Israel pochi giorni fa sul suo blog.

La raccomandazione Ue sulle scuola

Conviene riportarla per intero, è la n. 6, che dice: “rendere operativo il sistema nazionale per la valutazione degli istituti scolastici per migliorare i risultati della scuola e, di conseguenza, ridurre i tassi di abbandono scolastico; accrescere l’apprendimento basato sul lavoro negli istituti per l’istruzione e la formazione professionale del ciclo secondario superiore e rafforzare l’orientamento professione nel ciclo terziario; istituire un registro nazionale delle qualifiche per garantire un ampio riconoscimento delle competenze; assicurare che i finanziamenti pubblici premino in modo più congruo la qualità dell’istruzione superiore e della ricerca; “

Sulle prime due righe si è sbizzarrita la fantasia dei commentatori, forse interessati, forse tendenziosi, chissà? Hanno quasi scritto che la Ue avrebbe imposto e con urgenza al Miur di accelerare a tavoletta su valutazione, merito-meritocrazia, test Invalsi (così come sono, non c’è tempo!), pagelle ai docenti e ai presidi. Tutte cose che, esaminando con calma le due righe, non risultano. È possibile che i nostalgici affezionati all’Invalsi ante-Ajello intendano sfruttare la raccomandazione Ue per scansare e travolgere le critiche emerse e così continuare ad operare come prima, senza mettere in discussione nulla?

Le due righe citate contengono salti logici e ingenuità. Un Snv operativo non è altro che diagnostica parziale, non costituisce anche terapia. Gli abbandoni scolastici al 18% circa sono ben noti da anni, non hanno bisogno di essere ri-diagnosticati dal Snv. A meno che ci sia qualcuno con un retro pensiero ignobile e idiota sulla diffusa oziosità, fannullaggine e incapacità dei docenti, da curare a suon di frustate, gogna, punizioni, anche licenziamenti.

Così scrive l’attivissima Marcella Raiola su facebook: “Alla base di cose come l’INVALSI, il preside-padrone, la privatizzazione etc. c’è l’assiomatica idea che solo con la minaccia del bastone il lavoratore faccia il suo dovere, che la “coscienziosità” sia solo la concrezione della paura di morir di fame, che solo avendo un padrone che minacci e digrigni i denti e un servo su cui sfogare la frustrazione si possa “rendere” ….”.

Le omissioni della Ue

Stando alla raccomandazione n. 6 , sembrerebbe che a Bruxelles si occupano di pagliuzze e trascurano le travi! L’unico, prioritario, urgente, vitale problema della nostra scuola è forse il Snv e con esso l’Invalsi? Non esistono altri problemi, magari più gravosi? Nulla ha da raccomandarci l’Ue riguardo a: sicurezza ed idoneità degli edifici scolastici, affollamento delle classi, precariato storico endemico, retribuzioni dei docenti TUTTI, insufficienza delle attività di recupero didattico, numero chiuso in alcune facoltà, consistenza dei fuori-corso e degli abbandoni universitari, istruzione long-life degli adulti, consistenza e durata del contenzioso scolastico, elefantiasi burocratica, conoscenza inadeguata delle lingue straniere, percentuale di Pil nazionale destinato all’istruzione, ecc.?

Peraltro, nessuna raccomandazione  europea riguarda temi dibattuti e sollevati ultimamente dal Miur, quali l’anticipo a 5 anni e il c.d. liceo breve di soli 4 anni, con il diploma a 18 anni, bla, bla, bla. Ora il diploma è a 19 anni sulla carta; ma, oltre al 18% di dispersi, abbiamo un 22% che ripete almeno un anno e poi circa il 40% dei diplomati riconosce di aver sbagliato indirizzo scolastico.

Chi ha suggerito alla Ue?

Più che il dubbio, appare il fondato sospetto che il Consiglio d’Europa abbia scritto le sue Raccomandazioni sotto dettatura dei vari governi nazionali in carica. Per l’Italia, il neonato governo Renzi e, in particolare, per la scuola proprio il ministro Giannini.

Vediamo l’impronta o l’eco del Miur e dell’Invalsi ante-Ajello  nelle due righe già citate: “rendere operativo il sistema nazionale per la valutazione degli istituti scolastici per migliorare i risultati della scuola e, di conseguenza, ridurre i tassi di abbandono scolastico”.

La stessa impronta o eco si può scorgere nella considerazione (nemmeno raccomandazione!) n. 14 nella parte cui specifica: “L’insegnamento è una professione caratterizzata da un percorso di carriera unico e attualmente da prospettive limitate di sviluppo professionale”.

Le Raccomandazioni Ue combaciano con il DEF – Documento di Economia e Finanza – presentato all’inizio di aprile da Matteo Renzi al Consiglio dei Ministri.

Insomma, le Raccomandazioni potrebbero essere qualcosa di simile a un remake della lettera di Trichet-Draghi al Governo italiano del 5 agosto 2011.

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La scelta…vaticana di Stefania Giannini

Posted by comitatonogelmini su 8 maggio 2014

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di Vincenzo Pascuzzi
8 maggio 2014

“Tutti a Roma con papa Francesco!”, questa è la parola d’ordine dell’adunata di massaper la scuolache la Chiesa italiana ha in programma per sabato 10 maggio in piazza San Pietro.

La mobilitazione di scuole, famiglie ed associazioni è già in corso e conta di portare nella Capitale centinaia di migliaia di personeinforma l’Agesc. Le scuole naturalmente sono quelle cattoliche, la loro mobilitazione è capillare e tempestiva, la partecipazione sarà compatta e massiccia: “già più di 150mila gli iscritti”.

Anche Stefania Giannini sarà in piazza. Lo  spiega a Famiglia Cristiana: «Ci sarò perché era da molti anni che in Italia non ci si mobilitava per la scuola, se non per protestare. Inoltre questo Papa, con i suoi gesti e le sue parole, ha la grande capacità di dare speranza e fiducia»

Ma, pensandoci bene,  la sua partecipazione al raduno sembra impropria e anomala. Non ha senso come ministro italiano in carica (cosa va a fare?), né a titolo individuale  (non ha “il dono della fede”, così ha detto).

Allora forse la ragione vera va cercata nella sua carica di segretario politico di Scelta Civica e nella candidatura alle Europee nella lista “Scelta Europea con Guy Verhofstadt”Con la prospettiva di un seggio a Strasburgo, l’incontro a piazza S. Pietro costituisce una preziosa occasione, certo non per un comizio, ma per una presenza significativa a fini di propaganda elettorale. In cambio Giannini avrà modo per ribadire i suoi orientamenti a favore delle scuole “paritetiche”pardonparitarie cattoliche, spacciate per scuole pubbliche, prospettando aperture per quanto riguarda i finanziamenti statali. Anche se, quasi sempre, le promesse e le assegnazioni di “priorità” vanno incontro a rapido e sicuro oblio.

Intervistata da Famiglia Cristiana, il ministro aveva detto: “Vanno superate vecchie incrostazioni ideologiche. Si tratta di scegliere con decisione il modello europeo, cioè la libertà di scelta educativa per le famiglie e gli studenti. Serve un modello integrato, dove un bene pubblico, come l`istruzione, può essere gestito da soggetti diversi. E lo Stato deve vigilare che questa gestione dia risultati validi”. Parole che risultano in sintonia con quelle del card. Angelo Scola: “una pluralità di modelli educativi che le istituzioni garantiscono fino alla dimensione economica”.

Fuor di metafora, le scuole cattoliche aspirano a essere finanziate al 100% dallo Stato, indirettamente e tramite il “buono scuola” alle famiglie. Buono scuola da allineare pian piano alle loro rette annuali. Il cui importo individuale arriva a circa 5.000 euro all’anno per studente. In totale fanno 6 miliardi di euro annui, cioè poco meno degli 8 miliardi tagliati alla scuola statale dal machete di Gelmini.

 

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Un «rammendo» già pieno di buchi

Posted by comitatonogelmini su 1 maggio 2014

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di Roberto Ciccarelli
da Il manifesto
 1 maggio 2014
Edilizia scolastica. I 3,7 miliardi promessi dal premier si sono ridotti a soli 244 milioni divisi tra il 2014 e il 2015

C’era una volta il decreto Irpef che aveva ispi­rato nobili con­si­de­ra­zioni sulla «com­pe­ti­ti­vità» e la «giu­sti­zia sociale». Dopo la pub­bli­ca­zione in Gaz­zetta Uffi­ciale delle sue norme con coper­ture più che bal­le­rine, gli otto­mila sin­daci che hanno scritto let­tere a Mat­teo Renzi, l’ex col­lega che ora siede a Palazzo Chigi, hanno capito che i 3,7 miliardi di euro pro­messi per «ram­men­dare» le scuole con il tocco del sena­tore a vita Renzo Piano si sono ridotti a 244 milioni divisi tra il 2014 e il 2015, 120 milioni circa all’anno.

Poco meno del 10% rispetto alle mera­vi­glie pro­messe dal pre­si­dente del con­si­glio sul rilan­cio dell’edilizia sco­la­stica più sgan­ghe­rata e peri­co­losa al mondo. Renzi aveva preso alla let­tera l’esistenza di stan­zia­menti di com­pe­tenza pari all’incirca a 3 miliardi al punto da avere ini­ziato un pel­le­gri­nag­gio nelle scuole da nord a sud, il mer­co­ledì, annun­ciando la buona novella a stu­denti e inse­gnanti. Poi, con la sco­perta del patto di sta­bi­lità che al momento impe­di­sce la spesa per inve­sti­menti, e con la cre­scita degli incon­tri in agenda su altre riforme, Renzi ha can­cel­lato le visite set­ti­ma­nali lasciando alla mini­stra dell’Istruzione Gian­nini il com­pito di spie­gare per­ché le sue pro­messe non diven­tano realtà.

La realtà è stata spie­gata ieri da Gian­nini in un que­stion time alla Camera rispon­dendo a un’interrogazione di Sel. Una parte dei fondi neces­sari per avviare 1850 inter­venti di edi­li­zia sco­la­stica già can­tie­ra­bili pro­ven­gono dal Decreto del Fare del governo Letta: 150 milioni per il 2014 e 300 per il 2015, e il primo tri­me­stre a sca­lare del 2016. Riu­nendo le varie poste, men­tre ancora non si sa se, quali e quando par­ti­ranno i can­tieri, sono all’incirca 600 i milioni in attesa di essere spesi. La mini­stra aveva per­sino annun­ciato 10 mila can­tieri in estate da chiu­dere in autunno. Dal primo aprile, il giorno degli scherzi, avrebbe dovuto par­tire una «cabina di regia» a Palazzo Chigi per coor­di­nare comuni ed ex pro­vince e met­tere in sicu­rezza le scuole. Oggi, primo mag­gio, la cabina ha fatto la fine dei 3,7 miliardi: scom­parsa. Nel frat­tempo avanza l’ombra del com­mis­sa­rio alla spen­ding review Cot­ta­relli alla ricerca di 1,5 miliardi di tagli. Tra i com­parti nel mirino, l’edilizia scolastica.

Nella giran­dola di annunci e smen­tite, men­tre con­ti­nua la rimo­du­la­zione per­ma­nente delle poste in bilan­cio alla ricerca dell’equazione impos­si­bile, il decreto Irpef e poi le dichia­ra­zioni di Ste­fa­nia Gian­nini con­fer­mano che il 2014 e il 2015 saranno anni neris­simi per i lavori pub­blici. In linea con le pre­vi­sioni disa­strose che il governo ha fatto nel Def: dagli inve­sti­menti fissi pub­blici si per­de­ranno 1 miliardo e 400 milioni quest’anno, 900 nel 2015. Dal 2011 sono stati tagliati 4,8 miliardi. Il set­tore è allo stremo, con meno 700 mila occu­pati e sem­pre più pre­cari. E i soldi dispo­ni­bili per­met­te­ranno di met­tere in ordine tutt’al più i cor­tili e le aiuole delle scuole.

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Per favore, fateci capire

Posted by comitatonogelmini su 12 aprile 2014

PlusMinus di Francesco Di Lorenzo
da Fuori Registro
12 aprile 2014

È scoppiata mezza polemica tra il sottosegretario Delrio e il ministro Giannini.

Il primo dice che i tagli ci saranno anche nella scuola, la seconda dice di non saperne niente, anzi si stupisce che una notizia del genere non le sia stata comunicata.
Mentre aspettiamo che si mettano d’accordo, resta che alla lettura delle cifre del DEF (documento di economia e finanza), gli esperti dicono che nulla di buono è previsto per chi lavora nella scuola. Non ci sono soldi e continueranno a mancare, quindi il problema c’è.
Delrio parla di tagliare le incrostazioni, nel senso di eliminare gli sprechi e che i servizi non verranno toccati.

Ecco, allora basta sapere quali sono, per il governo, gli sprechi e quali sono i servizi.

E magari farlo sapere anche al ministro dell’Istruzione, in modo da poter chiedere (a qualcuno, a questo punto), se i precari si trovano nell’una o nell’altra categoria; se le poche ore di laboratorio rimanenti sono spreco o servizio; se gli insegnanti di sostegno e gli assistenti si devono considerare utili o inutili.

E se ce lo spiega direttamente il presidente del consiglio, è ancora meglio, che lui lo sa fare molto bene, così finalmente anche noi capiremo qualcosa, magari in una sintesi presentata con delle slide.

No, perché qualcuno ha fatto notare che la stessa cosa era successa nel 2008 con il ministro Gelmini.

Anche lei all’inizio non sapeva niente dei tagli prepararti dal suo collega Tremonti, salvo poi diventare il più strenuo difensore del macello preparato da quel governo.

Un appello al ministro Giannini: tenga duro, non cambi idea, non diventi l’accompagnatrice silente di un coltello che gira in una piaga ormai prosciugata.

E comunque, si faccia dire qualcosa da quelli del suo esecutivo.

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La scuola di classe della Giannini

Posted by comitatonogelmini su 2 aprile 2014

reverend

di Sandro Medici
da L’altra Europa con Tsipras
2 aprile 2014

Un po’ come tutti, anche la professoressa Stefania Giannini deve aver letto o quantomeno sfogliato la Lettera che don Lorenzo Milani pubblicò nel 1967. Eppure non sembrerebbe, a sentire le cose che si ripromette di realizzare attraverso il suo dicastero. La sua idea è quella di tornare esattamente laddove si sviluppò la critica dei ragazzi Barbiana: ripristinare la scuola di classe.

In un’audizione al Senato qualche giorno fa, la ministra dell’istruzione ha più o meno annunciato che da noi si dovrebbe fare come in Germania. Dove solo pochi giorni prima, incontrando Angela Merkel, un entusiasta Matteo Renzi si era dichiarato ammirato del modello formativo tedesco. In sostanza, il sistema scolastico italiano dovrebbe precocemente biforcarsi tra un indirizzo conoscitivo e una torsione applicativa. Lasciando intendere che la prima opzione possa approdare agli studi universitari, mentre la seconda debba accontentarsi di uno sbocco professionale. E così la scuola italiana finirebbe per selezionare i propri studenti tra chi può continuare a studiare e chi deve essere avviato al lavoro.

Così come, appunto, avviene in Germania. Dove tuttavia, diversamente che in Italia, l’apparato manifatturiero non sembra subire particolari contraccolpi dalla crisi economica, mantenendo una sua sostanziale integrità produttiva e dunque in grado di assorbire forza lavoro fresca. La stessa che nel nostro paese sarebbe destinata a infoltire la già voluminosa platea del precariato: in perfetta coerenza con le scellerate intenzioni del governo di liberalizzare ulteriormente i rapporti produttivi e dunque cronicizzare definitivamente la precarietà occupazionale.

Ma al di là delle conseguenze strutturali, l’idea di divaricare l’indirizzo formativo fin dalla fascia adolescenziale non è altro che scomporre la massa studentesca tra chi è destinato a ruoli sociali promettenti e chi a una condizione di subalternità. Chi servo e chi padrone, per usare la prosa schietta ed efficace di don Milani. Il quale don Milani non solo illuminò un’intera generazione di studenti sulla natura discriminatoria della scuola, ma ispirò quel formidabile movimento tra gli anni sessanta e settanta, che riuscì ad abbattere quel bieco diaframma che separava i saperi e le opportunità. Non ci furono più figli fortunati e figli sfortunati; la scuola tornò a essere di tutti, e tutti poterono studiare e affermarsi al di là del censo e delle origini.

Fu una splendida fiammata di civiltà perché ripristinò la funzione principale della scuola, che è quella di formare innanzitutto cittadini e cittadine, e poi professionisti, tecnici, operai, impiegati, lavoratori, ecc.

Nei decenni a venire ci si sono messi in tanti a spegnere quella fiammata. I più improbabili tra i ministri, la signora Gelmini su tutti, sono stati chiamati a quest’opera di soffiamento. E per ultima, Stefania Giannini, che pur essendo una professoressa quella vecchia Lettera evidentemente non l’ha mai capita. O l’ha semplicemente stracciata.

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Scuole pubbliche paritarie, sussidiarietà ? Parole in libertà!

Posted by comitatonogelmini su 2 aprile 2014

Lushes

di Bruno Moretto
Comitato bolognese Scuola e Costituzione
2 aprile 2014

Dal momento dell’insediamento del nuovo governo il presidente, il ministro dell’istruzione e i sottosegretari sono intervenuti con frequenza sul tema scuola.
Fin dall’inizio il Ministro ha dimostrato di avere molto a cuore la scuola paritaria privata, definita anche paritetica forse per antiche reminiscenze filosofiche.
Si è poi esibita, “seduta fra i bimbi di una scuola dell’infanzia parrocchiale” di Padova nell’intervista all’Unità dell’11 marzo in una serie di perentorie affermazioni:
1) “la scuola paritaria è uno dei punti del sistema che funziona meglio quindi bisogna rafforzarla”;
2) ”la libertà di scelta educativa deve trovare anche in Italia uno spazio politico e culturale concreto, occorre darle visibilità politica”, richiamando allo scopo fantomatiche indicazioni europee.
Il sottosegretario Toccafondi ha continuato sul tema affermando che “Il sistema scolastico italiano è un sistema qualificato, che poggia su due gambe: una è rappresentata dalla scuola pubblica statale (con circa 8 milioni di alunni), l’altra è rappresentata dalla scuola pubblica non statale, o paritaria”.
Nelle dichiarazioni programmatiche dello scorso 27 marzo al Senato il Ministro va ancora oltre affermando che “ Solo l’applicazione del principio di sussidiarietà al mondo della scuola consentirà di trasformare l’enunciazione di un pur nobile principio teorico in quella cultura e quella prassi del pluralismo educativo e formativo che una società avanzata ormai richiede, applicando pienamente la legge di parità (Berlinguer 2001) che riconosce le paritarie all’interno del sistema pubblico integrato dell’istruzione. “
Il tutto è avvenuto nel momento in cui il Governo confermava anche per il 2014 lo stanziamento di 483 milioni a favore delle scuole paritarie private.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che sia in atto una offensiva ideologica neoliberista che tenta apertamente una spallata al sistema scolastico disegnato dalla nostra Costituzione negli articoli 33 e 34.
Questa indica con chiarezza che “La Repubblica istituisce (ovvero deve istituire) scuole statali per tutti gli ordini e i gradi” negando in tal modo ogni ipotesi di sussidiarietà. Le scuole statali fondano la loro azione sulla “libertà di insegnamento” “al fine di promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni.” (Art. 1 Testo unico in materia di istruzione, D.lvo 297/94).
L’art 34 afferma poi che “la scuola è aperta a tutti”.
E’ evidente Il riferimento esplicito agli art. 2, 3 che danno alla nostra scuola il compito di garantire l’uguaglianza delle opportunità e di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economia e sociale del Paese.”
Questi principi ispirano anche la politica europea. L’assemblea parlamentare con la sua risoluzione del 2012 afferma infatti che “Per garantire il diritto fondamentale all’educazione, l’intero sistema educativo deve assicurare l’eguaglianza delle opportunità …. A questo proposito le autorità pubbliche hanno un ruolo fondamentale e insostituibile…” Come afferma la risoluzione “E’ a partire dal diritto all’educazione così inteso che bisogna comprendere il diritto alla libertà di scelta educativa.”

L’Europa deve cambiare i suoi interventi pratici in materia scolastica per rendere effettive queste affermazioni, ma è un preciso attacco alla Costituzione italiana e ai principi ispiratori europei affermare una primazia della libertà di scelta rispetto al diritto collettivo all’accesso alla scuola gestita da Enti pubblici, che deve garantire libertà di insegnamento, pluralismo culturale e gratuità, ovvero uguali condizioni di accesso.
La nostra Costituzione prevede la possibilità di istituire scuole private, ma, proprio per garantire la loro libertà, senza intervento finanziario statale.
Quanto all’uso disinvolto del termine “pubblico” la legge n. 62/2000 è molto chiara e, confermando l’obbligo di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi, assegna alle “scuole paritarie private” che adempiano a determinate regole la possibilità di erogare un titolo di studio equipollente a quello fornito dalle statali.
Un conto è riconoscere a queste scuole di svolgere un servizio pubblico, come i taxi o le pompe di benzina, un conto è essere un gestore pubblico.
Il termine scuola pubblica paritaria è pertanto totalmente inventato perché il gestore pubblico deve rispondere alle regole della libertà di accesso del pluralismo e della gratuità mentre il gestore privato risponde a finalità o commerciali o di tendenza religiosa/culturale.
Il compito prioritario di un ministro della Repubblica è garantire il diritto alla scuola di tutti e per tutti, diritto oggi messo in discussione dalla mancata attivazione di scuole dell’infanzia statali e dal taglio delle sezioni di scuola elementare a tempo pieno, altro che insegnamento dell’inglese fin dalle elementari che ricorda sinistramente lo slogan delle tre i di berlusconiana memoria.
Quanto all’affermazione del Ministro sulla buon funzionamento della scuola privata in Italia basta ricordare che tutte le indagini internazionali evidenziano che in media gli studenti delle scuole statali italiane ottengono risultati superiori a quelli delle private paritarie di circa 50 punti corrispondenti ad almeno un anno in più di scuola.

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L’Associazione “Per la Scuola della Repubblica” risponde alla ministra Giannini

Posted by comitatonogelmini su 25 marzo 2014

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di Associazione Per la Scuola della Repubblica
25 marzo 2014

Le dichiarazioni del neoministro dell’Istruzione Stefania Giannini in merito ai finanziamenti statali alle scuole paritarie, alla necessità di superare il meccanismo degli scatti di anzianità per i docenti, all’introduzione di una progressione di carriera legata alle scelte punitivo-premiali dei dirigenti scolastici, alla situazione del precariato, all’accorciamento di un anno del percorso liceale e all’indicazione dei sindacati come principali responsabili delle inefficienze del sistema scolastico italiano, ci appaiono del tutto inaccettabili e ci inducono ad una presa di posizione nettamente critica.

     La democrazia scolastica, sancita dai decreti delegati, si basa su un criterio di equiordinazione, e non di gerarchizzazione, delle componenti e degli organi che ne fanno partel’assetto organizzativo della Scuola non ha una forma gerarchica perfetta. Ne è prova la presenza degli Organi Collegiali. Le decisioni che sostengono l’attività scolastica coinvolgono numerosi organi diversi, ciascuno per la propria competenza, rispetto ai quali il dirigente dovrebbe esercitare un’azione di raccordo e coordinamento. Niente di più lontano dunque da una dimensione manageriale, in un luogo – la scuola – cui la Carta affida ben altre funzioni e vocazioni.

Siamo assolutamente certi che una voce contraria o costantemente contraria alle convinzioni e alla strategia di un preside-manager – in collegio, in consiglio di istituto, al tavolo della contrattazione, nel rapporto diretto uno a uno – riscuoterebbe una valutazione sempre imparziale da parte del dirigente? Siamo certi che un simile corto circuito non diventi un vincolo per l’esercizio della libertà di insegnamento e per l’esercizio della libera partecipazione alla democrazia scolastica?

     Quello che colpisce è l’uso di alcuni concetti totem, ormai divenuti slogan ad alto valore performativo: autonomia e meritocrazia, in particolare. Ai dirigenti, alla loro autonomia, si vorrebbe affidare il reclutamento dei docenti, sostituendo la pratica concorsuale prevista dalla Costituzione. Sempre a loro, il riconoscimento del merito che, se non esplorato attraverso un’ampia gamma e varietà di strumenti di valutazione, risulterà inevitabilmente discrezionale e arbitrario.

     L’Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica sottolinea i rischi del configurarsi di una giungla priva di garanzie, in cui ognuno fa la scuola che vuole, la scuola che pensa, senza parametri che consentano l’esercizio della divergenza, la non omologazione al Pensiero Unico, la sottrazione a logiche di mercato e clientelari; richiama la scuola democratica tutta all’esercizio di una vigilanza critica e a non far prevalere inerzia ed assuefazione rispetto a dichiarazioni che hanno il sapore di annunci di colpi di mano, incuranti delle norme che ancora l’ordinamento giuridico del nostro Paese prevede.

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Alla ricerca della discontinuità

Posted by comitatonogelmini su 23 marzo 2014

GoGo-Penguin

di Francesco Di Lorenzo
da Fuoriregistro
23 marzo 2014

Anche questa volta siamo riusciti come sempre a premiare il merito. Quale specifico merito, questo è un po’ più difficile stabilirlo. Negli ultimi giorni, si è appreso dai giornali, che nell’Università dove era Rettrice il neo ministro dell’Istruzione Giannini, è in corso un’indagine della Guardia di Finanza. Sembra che durante la sua gestione siano stati spesi soldi “per scopi inutili e direttamente imputabili a chi li gestiva”, queste le parole usate dagli articoli che riportano la notizia. Niente di che, naturalmente, e di certo il ministro riuscirà a chiarire tutto. Ma è sui meriti specifici che ancora non è chiaro il discorso. Viene un dubbio: forse che per diventare ministri dell’istruzione bisogna essere rettori di piccole e medie Università? A scorrere il curriculum degli ultimi tre ministri in ordine di tempo, sembra proprio di sì. C’è qualcuno che dice sia un passo avanti, visto che il quart’ultimo ministro, Gelmini, a detta del filosofo Cacciari, ha affossato direttamente l’università con la sua epocale riforma. Quindi, si presume che gli ultimi tre starebbero lì a cercare di tirarla dal fosso, l’università. Che ci stiano riuscendo ancora non lo abbiamo capito, come non si è capita bene la questione del merito. Sappiamo solo che il neoministro Giannini è entrata in politica nel 2013 candidandosi con la lista Monti, poi è diventata coordinatrice di Scelta Civica e poi è diventata ministro. Che il merito sia qualcosa che abbia più a che fare con la scelta (civica) giusta?

Finalmente si sta iniziando a denunciare quello che nelle scuole è sotto gli occhi di tutti. Vale a dire la strisciante imposizione di un modello gerarchico accettato come se fosse qualcosa di dovuto. Vige nella scuola una catena di esecuzione degli ordini di tipo militare, che è francamente inaccettabile. L’ultimo anello, il più debole delle catena, cioè l’insegnante, non solo non decide ma è costretto a subire se non vuole incorrere in sanzioni. Questo perché a livello normativo sono stati rafforzati i poteri dei dirigenti scolastici a scapito della collegialità. Il decreto legge Brunetta che ha istituito la sanzione disciplinare ne è l’esempio più lampante. Naturalmente da tutto ciò, l’immagine dell’insegnante, già offuscata, continua ad uscirne pocorafforzata
Ma un discorso del genere, si innesta direttamente sull’autonomia scolastica in sé e sulla sua alterazione, che nel corso degli anni ne ha snaturato tutto l’impianto iniziale.
È vero anche che l’autonomia è sempre stata un’arma a doppio taglio. Conoscendo poi il carattere degli italiani, il taglio potrebbe rivelarsi ancora più profondo. Nel frattempo, cioè nel corso degli ultimi quindici anni, ai collegi docenti, cioè agli insegnanti, in nome del decisionismo e non si sa bene in base a quale criterio di autonomia, sono state cancellate tutte le possibilità di decidere, su qualsiasi qualcosa. Lo ha detto bene Cosimo De Nitto nel suo Figure, figurine e figuracce…: l’insegnante ormai è chiamato a decidere solamente sul calendario delle riunioni e delle ricorrenze, qualche festa e poco altro. Questa è l’autonomia disponibile al momento per i docenti.
Ma l’articolo ora citato, mette in rilievo qualcosa di più profondo che nelle analisi spesso manca. E cioè che la prima idea di autonomia, quella vera, quella che dava la spinta alle scuole, e che trattava di autonomia regolata e coordinata, è stata direttamente soppiantata negli ultimi anni dall’autonomia modello ‘azienda privata’. Questa nuova idea di autonomia che si adegua al ‘mercato’ della formazione, seppure partita dai governi di centrodestra (ha iniziato il ministro Moratti), ha trovato una linea di continuità in tutti gli altri che sono venuti dopo, dai ministri del Pd ai sottosegretari del centro-sinistra.
Allora, come la mettiamo? Questo governo cosa ha intenzione di fare? C’è o non c’è la discontinuità tanto annunciata?

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Semplicemente?

Posted by comitatonogelmini su 12 marzo 2014

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di Claudia Fanti
12 marzo 2014

Ministro Giannini: «La valutazione è utile se viene considerata come strumento di governo con l’introduzione di operazioni premiali e di penalizzazione altrimenti è solo un esercizio stilistico come tanti altri», ha ammonito, «ed è da mettere in atto dopo aver sentito tutte le componenti della scuola per arrivare a distinguere chi lavora tanto da chi fa semplicemente il suo dovere».” (ItaliaOggi 11/03”014)

Semplicemente!

Che avverbio semplice, facile, quasi dolce nel suo significato di facilmente comprensibile, liscio come l’olio…ma scivolosissimo!

Allora signora ministro, forse non ha ben letto la situazione pur avendo studiato tanto dal giorno del suo insediamento: proviamo a ricordare a noi (che abbiamo la memoria corta e siamo intorpiditi fino al silenzio) e a lei (ma lei quasi quasi ha meno colpa di noi perché non c’era fra i banchi mentre le cosiddette riforme ci stendevano prone e supine!).

Vediamo di spiegare il suo “semplicemente” cosa sia oggi:

1. sostituirsi a vicenda nel caso delle assenze (sono state praticamente eliminate le compresenze)
2. avere cura di ogni bambino/a in classi che superano i 25 alunni/e anche in presenza di disagi di vario tipo
3. tenere i rapporti con le unità sanitarie locali (che non hanno risorse) per i numerosi casi “difficili” presenti nelle classi
4. avere un dialogo costante (anche nascosto, quindi non computabile in ore dichiarate per via di situazioni delicatissime in mano ai tribunali) con papà e mamme che vivono esistenze di complessa gestione
5. non dormire la notte per ricercare soluzioni studiando testi di psicologia, sociologia, ecc…per trovare risposte ai casi presenti in ogni classe e in aumento esponenziale, viste le condizioni di vita sempre più difficli delle relazioni parentali e della situazione economica
6. sostenere le proprie classi con spese personali per compensare carenza di materiali di facile consumo (i pc non li nomino neppure per non cadere nel ridicolo)
7. lavorare in aule senza aria e che non consentono spostamenti di banchi e sedie per via dello spazio insufficiente
8. preparare attività sempre diverse e creative in modo da non far calare la motivazione all’interno delle situazioni qui precedentemente descritte
9. a casa usare i propri strumenti tecnologici per fare fotocopie, stampare, ricercare, studiare (a scuola non si può: siamo in troppi con strumenti assolutamente insufficienti o inesistenti)
10. raggiungere il proprio posto di lavoro, anche lontano spendendo i propri soldi per trasporti e/o benzina
11. l’ammalarsi e pagarsi una tassa sulla propria malattia, magari una di quelle considerate “professionali”
12. permanere in servizio oltre i 60 anni esponendo se stesse all’umiliazione di non farcela e al contempo vedere i precari che stanno sacrificando la propria “semplice” vita “semplicemente” invisibile.

La 13^  descrizione la riservo per dirle che “il resistere” alle cosiddette riforme degli ultimi anni è stato ed è “un in più” al lavoro “semplice” che facciamo e che riteniamo assolutamente da premiare proprio per questo suo essere semplice e totalizzante. Si ricordi, signora ministro, che il nostro “semplice dovere” è prestare cura e attenzione ai singoli, e i singoli, se vogliamo fare “semplicemente” il nostro dovere, presuppongono una totale abnegazione che non può essere spesa in altro, pena l’abbassamento del livello di cura, e qui alludo al fatto che per i ministri degli ultimi anni è stato considerato un dovere fare altro dall’insegnare. Un errore che stanno pagando in particolare i ragazzi, i quali si sono trovati a subire un sistema sempre più diretto a verificare, misurare e testare, anziché ascoltare, studiare, ricercare, sostenere, conversare, dialogare, riflettere in modo significativo sulla vita.

…E …soltanto grazie a insegnanti resistenti della scuola statale spesso si sono salvate situazioni a rischio.

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