La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

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Un «rammendo» già pieno di buchi

Posted by comitatonogelmini su 1 maggio 2014

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di Roberto Ciccarelli
da Il manifesto
 1 maggio 2014
Edilizia scolastica. I 3,7 miliardi promessi dal premier si sono ridotti a soli 244 milioni divisi tra il 2014 e il 2015

C’era una volta il decreto Irpef che aveva ispi­rato nobili con­si­de­ra­zioni sulla «com­pe­ti­ti­vità» e la «giu­sti­zia sociale». Dopo la pub­bli­ca­zione in Gaz­zetta Uffi­ciale delle sue norme con coper­ture più che bal­le­rine, gli otto­mila sin­daci che hanno scritto let­tere a Mat­teo Renzi, l’ex col­lega che ora siede a Palazzo Chigi, hanno capito che i 3,7 miliardi di euro pro­messi per «ram­men­dare» le scuole con il tocco del sena­tore a vita Renzo Piano si sono ridotti a 244 milioni divisi tra il 2014 e il 2015, 120 milioni circa all’anno.

Poco meno del 10% rispetto alle mera­vi­glie pro­messe dal pre­si­dente del con­si­glio sul rilan­cio dell’edilizia sco­la­stica più sgan­ghe­rata e peri­co­losa al mondo. Renzi aveva preso alla let­tera l’esistenza di stan­zia­menti di com­pe­tenza pari all’incirca a 3 miliardi al punto da avere ini­ziato un pel­le­gri­nag­gio nelle scuole da nord a sud, il mer­co­ledì, annun­ciando la buona novella a stu­denti e inse­gnanti. Poi, con la sco­perta del patto di sta­bi­lità che al momento impe­di­sce la spesa per inve­sti­menti, e con la cre­scita degli incon­tri in agenda su altre riforme, Renzi ha can­cel­lato le visite set­ti­ma­nali lasciando alla mini­stra dell’Istruzione Gian­nini il com­pito di spie­gare per­ché le sue pro­messe non diven­tano realtà.

La realtà è stata spie­gata ieri da Gian­nini in un que­stion time alla Camera rispon­dendo a un’interrogazione di Sel. Una parte dei fondi neces­sari per avviare 1850 inter­venti di edi­li­zia sco­la­stica già can­tie­ra­bili pro­ven­gono dal Decreto del Fare del governo Letta: 150 milioni per il 2014 e 300 per il 2015, e il primo tri­me­stre a sca­lare del 2016. Riu­nendo le varie poste, men­tre ancora non si sa se, quali e quando par­ti­ranno i can­tieri, sono all’incirca 600 i milioni in attesa di essere spesi. La mini­stra aveva per­sino annun­ciato 10 mila can­tieri in estate da chiu­dere in autunno. Dal primo aprile, il giorno degli scherzi, avrebbe dovuto par­tire una «cabina di regia» a Palazzo Chigi per coor­di­nare comuni ed ex pro­vince e met­tere in sicu­rezza le scuole. Oggi, primo mag­gio, la cabina ha fatto la fine dei 3,7 miliardi: scom­parsa. Nel frat­tempo avanza l’ombra del com­mis­sa­rio alla spen­ding review Cot­ta­relli alla ricerca di 1,5 miliardi di tagli. Tra i com­parti nel mirino, l’edilizia scolastica.

Nella giran­dola di annunci e smen­tite, men­tre con­ti­nua la rimo­du­la­zione per­ma­nente delle poste in bilan­cio alla ricerca dell’equazione impos­si­bile, il decreto Irpef e poi le dichia­ra­zioni di Ste­fa­nia Gian­nini con­fer­mano che il 2014 e il 2015 saranno anni neris­simi per i lavori pub­blici. In linea con le pre­vi­sioni disa­strose che il governo ha fatto nel Def: dagli inve­sti­menti fissi pub­blici si per­de­ranno 1 miliardo e 400 milioni quest’anno, 900 nel 2015. Dal 2011 sono stati tagliati 4,8 miliardi. Il set­tore è allo stremo, con meno 700 mila occu­pati e sem­pre più pre­cari. E i soldi dispo­ni­bili per­met­te­ranno di met­tere in ordine tutt’al più i cor­tili e le aiuole delle scuole.

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Il bricolage dei genitori per la scuola. Senso civico o sconfitta della politica?

Posted by comitatonogelmini su 27 aprile 2014

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di Silvia Ballestra
da Il Corriere della Sera
27 aprile 2014
L’autonomia degli istituti incoraggia la partecipazione delle famiglie, che diventano cruciali per il reperimento dei fondi cronicamente mancanti. Il rischio: alimentare l’inerzia di ministero e istituzioni

Da qualche anno, la scuola non è più solo quella dei bambini e degli insegnanti. Esiste anche una scuola dei genitori. I genitori sono spesso presenti (pure troppo, ci raccontano alcune cronache, ma questa è un’altra faccenda): vigilano, contribuiscono, partecipano. Spendono.

In un modo senza precedenti, infatti, in questi anni molti genitori italiani si sono abituati a dedicare tempo e denaro a quella che ritengono una opportunità centrale nella formazione dei figli. Un’istituzione che però, anno dopo anno, hanno visto smontare, impoverire, colpire con tagli ingiusti (e non staremo qui a ricordare che sin dalla materna, in alcune zone, fra cui la ricchissima Lombardia, tocca portarsi da casa sapone e carta igienica). Dal 1999, con l’istituzione dell’autonomia scolastica, padri e madri sono stati esplicitamente invitati ad affiancare insegnanti e dirigenti nell’impegno di ampliare l’offerta formativa di ogni singola scuola. Eccoli allora arrivare dopo l’orario scolastico per riunirsi, confrontarsi, concertarsi. Nella gestione ordinaria, i genitori vengono coinvolti nel reperimento dei fondi: se vogliono rafforzare le occasioni di apprendimento e renderle più varieuno specialista, una madrelingua, una serie di laboratori, per intendersi, o ancora materiale particolare, attività curricolari ed extracurricolari, corsi varidevono ingegnarsi per far arrivare i famosi «denari» che rimpinguino le casse. Fioriscono allora, ogni inizio anno, proposte, iniziative, gruppi e gruppetti: la commissione Cultura, la commissione Sport, la commissione Biblioteca e, last but not least, nelle scuole con il tempo pieno, la commissione Mensa.

Se l’ultima è una commissione di vigilanza e controllo, le altre si occupano, dunque, in soldoni, di fund raising o — è il caso della commissione Biblioteca — di erogazione di un servizio, il prestito libri, che pure prevederebbe competenze e impegno specifici. Ma va bene, ben vengano. Ben vengano genitori e nonni che si alternano al prestito libri, accogliendo bambini e ragazzi in ambienti curati e, a volte, da loro stessi ripristinati: muri ridipinti, libri ricatalogati, arredi scandinavi colorati e razionali acquistati con i suddetti fondi. E ben vengano anche tutte le attività che creano confronto e socializzazione. Ecco, allora, il teatro, la grande festa di Natale con i laboratori e la vendita torte, la corsa campestre che corona la fine d’anno con le batterie di classi che si sfidano al vortex (il lancio di un peso di gomma) e nel salto in lungo (lì si pagano iscrizione e divisa), la vendita grembiuli con il logo della scuola (scorrendo la mia rubrica del telefono ho trovato una misteriosa «Anna dei Grembiuli» e non capivo chi fosse: una nobile? una password? l’eroina di un libro?, poi mi sono ricordata che un grembiule sparisce o si sbrega solo e quando i grandi magazzini se ne sono già disfatti da un pezzo e, per fortuna, esistono le mamme dei grembiuli, che non si lasciano cogliere impreparate e te ne vendono uno in qualsiasi periodo dell’anno), le lotterie, le tombolate, il diario con gli sponsor, le feste, i mercatini e gli aperitivi.

Questo alle elementari. Passando alle medie, l’attività del comitato genitori — l’organo che organizza, struttura, presiede e anima tutte queste iniziative — comincia a perdere un po’ di giri: i genitori non accompagnano più i figli a scuola e dunque non si incrociano più tanto, si fatica a raggiungere quelli che lavorano, ci si fa vedere solo alle assemblee di classe (forse) e si è comunque un po’ tutti più stanchi, e anche attempati, e ci si limita a organizzare — con servizio d’ordine e sound-system, però — le feste per i teenager che nelle grandi città hanno pochi spazi e possibilità.


Bello, in fondo. Un segno di partecipazione e interesse nella cosa pubblica diretto, operoso, dinamico, che coinvolge nell’istruzione anche con l’esempio stesso: se la scuola è di tutti, così lo sarà ancora di più. Cresce il senso civico, si dà un esempio ai figli di tutti (pure di quelli che non possono esserci, o di quelli che se ne fregano), si vigila, si aiuta. Si è solidali, si provvede. E però. E però c’è il rischio che dal fare si passi allo strafare. Che dalla partecipazione si passi alla rassegnazione («o lo facciamo noi o non lo farà nessuno» è una frase ricattatoria che ho sentito spesso: ricattatoria non da parte dei genitori ma da parte di istituzioni silenti). Perché dalla (ancorché febbrile) ordinaria attività di commissione, nei casi eccezionali tocca rimboccarsi le maniche. Ed ecco i genitori che si improvvisano nel finesettimana imbianchini, carpentieri, idraulici, falegnametti bricoleur e si ingegnano a ripristinare infissi, rinfrescare muri scorticati, rimontare manopole di rubinetti, e così via.

Le foto di queste «incursioni» le abbiamo viste qualche volta sui giornali, o in qualche speciale delle trasmissioni di inchiesta: se da un lato fioccano gli elogi per lo spirito di iniziativa, dall’altro ci si rende tutti conto che si tratta di una sconfitta. La sconfitta delle istituzioni che dovrebbero occuparsene: lo stato disastrato in cui versano tanti edifici pubblici, vecchi, sfasciati, pericolosi (ahimè, anche qui le cronache sono drammatiche), lasciati andare per mancanza di fondi e a volte proprio incuria, è noto. Il problema dell’edilizia scolastica, un buon argomento da campagna elettorale. Il confronto con le scuole di altri Stati europei, pietoso e umiliante.

Qui il discorso sulla «scuola dei genitori» diventa ambiguo, scivoloso, contraddittorio. Una sera ho sentito in tv lo sceneggiatore de La grande bellezza complimentarsi con se stesso, orgoglioso di aver portato a scuola «tre computer vecchi». Ma i nostri bambini, ho pensato, non hanno diritto a computer nuovi, veloci? Non sono loro i «nativi digitali»? E la scuola che cos’è, una discarica dove smaltire qualche vecchio cassone con lo schermo catodico? E la burocrazia: una volta che in classe di mio figlio si è rotto il cavo della Lim (la tanto sbandierata Lavagna interattiva multimediale) è di nuovo partita la cordata dei genitori. «Una manciata di euro e i ragazzi avranno di nuovo il collegamento, ché ora che aspettiamo le delibere, i soldi del ministero e il resto, l’anno sarà bello che finito!». Ma — ho ribattuto — non è giusto. La prossima volta compreremo i banchi, le sedie». Risultato: il cavo è stato comprato da noi.

La questione però rimane: interessante il coinvolgimento dei genitori. Ma che non diventi un alibi per demandare, appoggiarsi, tagliare ulteriormente. I genitori vigilino, siano presenti, partecipino, ma non suppliscano. Anzi, pretendano che dirigenti scolastici, ministero e governi vari ritornino a fare il loro dovere in termini di spese e investimenti. Che militanza, forza, presenza di tutti si trasformino in stimolo e progresso. E non nel contrario.

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Per favore, fateci capire

Posted by comitatonogelmini su 12 aprile 2014

PlusMinus di Francesco Di Lorenzo
da Fuori Registro
12 aprile 2014

È scoppiata mezza polemica tra il sottosegretario Delrio e il ministro Giannini.

Il primo dice che i tagli ci saranno anche nella scuola, la seconda dice di non saperne niente, anzi si stupisce che una notizia del genere non le sia stata comunicata.
Mentre aspettiamo che si mettano d’accordo, resta che alla lettura delle cifre del DEF (documento di economia e finanza), gli esperti dicono che nulla di buono è previsto per chi lavora nella scuola. Non ci sono soldi e continueranno a mancare, quindi il problema c’è.
Delrio parla di tagliare le incrostazioni, nel senso di eliminare gli sprechi e che i servizi non verranno toccati.

Ecco, allora basta sapere quali sono, per il governo, gli sprechi e quali sono i servizi.

E magari farlo sapere anche al ministro dell’Istruzione, in modo da poter chiedere (a qualcuno, a questo punto), se i precari si trovano nell’una o nell’altra categoria; se le poche ore di laboratorio rimanenti sono spreco o servizio; se gli insegnanti di sostegno e gli assistenti si devono considerare utili o inutili.

E se ce lo spiega direttamente il presidente del consiglio, è ancora meglio, che lui lo sa fare molto bene, così finalmente anche noi capiremo qualcosa, magari in una sintesi presentata con delle slide.

No, perché qualcuno ha fatto notare che la stessa cosa era successa nel 2008 con il ministro Gelmini.

Anche lei all’inizio non sapeva niente dei tagli prepararti dal suo collega Tremonti, salvo poi diventare il più strenuo difensore del macello preparato da quel governo.

Un appello al ministro Giannini: tenga duro, non cambi idea, non diventi l’accompagnatrice silente di un coltello che gira in una piaga ormai prosciugata.

E comunque, si faccia dire qualcosa da quelli del suo esecutivo.

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Contributi “volontarobbligatori” e ipocrisie

Posted by comitatonogelmini su 25 marzo 2014

ascolto

di Giovanni Cocchi
From: Giovanni Cocchi
Sent: Tuesday, March 25, 2014 12:12 PM
To: caposegreteria.ministro@istruzione.it ; segreteria.particolare.ministro@istruzione.it
Cc: matteo renzi ; lberberi@corriere.it.
Gentile Ministro, nella sua intervista al Corriere del 24 marzo lei afferma: «Non è possibile obbligare le famiglie, con metodi inappropriati, a pagare contributi che per definizione sono volontari. Questo deve essere un principio inderogabile”.

Brava, del resto lo aveva già detto anche la Ministra Gelmini e ribadito con una circolare il Ministro Profumo. Nulla di strano, visto che l’istruzione pubblica, coma da Costituzione, è gratuita (fino al quarto anno delle superiori, poi solo circa una ventina di euro) perché sostenuta dalla fiscalità generale. Perciò, nel momento in cui mando a scuola mio figlio non dovrei pagare più nulla perché, giustamente, ho già pagato le tasse.

Però.

Quest’anno ho iscritto mia figlia al secondo anno di Liceo e come lo scorso anno sono stato costretto a versare (a perfezionamento dell’iscrizione, testuale, ndr) un contributo “volontario” di 150 euro (senza nessuna distinzione tra quota per assicurazione obbligatoria e resto “volontario”, quindi anche volendo…) e lo sa perché?

Perché per un liceo con oltre 1200 studenti la dotazione ordinaria dello Stato ammonta a ben 15.000 euro (di cui 248,87 per integrazione disabili!), poi dal Comune +  Provincia ne arrivano altri 15.000 mentre dai genitori 180.000 euro! (vedi qui il bilancio)

Ancora Lei al Corriere: “I presidi lo sanno, ma se qualcuno non dovesse ricordarselo lo faremo noi con una nota che ribadirà questo concetto. Io non ce l’ho con il mio Preside, gli  risparmi una ipocrita nota che gli ribadisce un concetto inapplicabile.  La realtà è che senza i soldi dei genitori le scuole sarebbero costrette a chiudere, che la scuola è sempre meno pubblica.

Visto che siete così bravi a trovare qualche miliardo per i muri scolastici, provate a trovarne almeno uno da mettere anche all’interno dei muri scolastici.

Visto che siete così bravi a restituire i soldi dovuti dalle Pubbliche Amministrazioni, restituite anche alle scuole i residui attivi (cioè i crediti) che vantano da anni nei confronti dello Stato.

Buon lavoro: poche parole, poche note, qualche fatto.

Giovanni Cocchi, Bologna

p.s.: indirizzo anche a Renzi; già fatto una volta, nessuna risposta, ma magari stavolta trova il tempo per un tweet…

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Ti tolgo, ti taglio e valutar ti voglio

Posted by comitatonogelmini su 6 gennaio 2014

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di Claudia Fanti
6 gennaio 2014

Leggo che il ministero ha intenzione di ripartire con una consultazione in grande stile rivolta addirittura a tutta la popolazione per farsi un’idea di come si voglia la scuola e per fare ancora una volta una riforma.

Poi leggo in rete articoli e saggi veri e propri sulle necessità e i bisogni della scuola: sono scritti che provengono sia dal mondo universitario sia da quello dei diversi ordini scolastici.

Leggo poi tutta una serie di indicazioni sul sistema di valutazione nazionale fino ad arrivare al sistema di valutazione nelle classi.

L’idea che mi sono fatta è che per far fronte agli abbandoni e alla dispersione, generalmente i docenti puntano il dito verso la carenza totale di risorse, verso un sistema che li demotiva penalizzandoli economicamente fino al punto di bloccare gli scatti stipendiali o, addirittura, cosa gravissima e anticostituzionale, di lasciarli senza stipendio; essi spesso ricordano al ministro di turno che servono investimenti sul sostegno, un piano serio che riveda gli orari delle discipline nell’ordinamento vigente, che ridia dignità agli studi umanistici, in particolare alla storia dell’arte e alla storia. Essi chiedono strumenti per lavorare, investimenti anche sul facile consumo e sulla dotazione di libri alle biblioteche. La situazione del precariato e dei supplenti ha raggiunto il fondo, e da più parti si chiede che venga totalmente rivista la legge Fornero per consentire un ricambio generazionale e professionale; da più parti si sollecita la formazione di classi con un numero ridotto di alunni anche e soprattutto in presenza di portatori di qualche disabilità. Molti lamentano l’aggravio della burocrazia, in particolare per ciò che riguarda il registro elettronico e la sua funzionalità e utilità pratica alquanto criticata. In tanti chiedono di rivedere il meccanismo dei voti che ha conseguenze sulle pratiche metodologiche e didattiche. Molti esplicitano perplessità o addirittura contrarietà per la gerarchizzazione dei ruoli dentro la scuola che vede una responsabilizzazione eccessiva di alcuni collaboratori del dirigente, spesso reggente e oberato di lavoro su più plessi e scuole, e una mancanza di coinvolgimento democratico nelle scelte organizzative, pedagogico-didattiche degli altri in un clima di sospetti reciproci e di mancanza di ascolto, collaborazione, cooperazione e ricerca didattica che abbia una ricaduta vera sulle classi e sugli apprendimenti. Non piace l’Invalsi così come è strutturato, ma neppure si ritiene utile una valutazione tout court di sistema su base censuaria e a base di item che ovviamente per la vastità e per la complessità di insegnamento/apprendimento non possono essere altro che un’occhiatina dal buco della serratura su un puntino infinitesimale di competenze, le quali invece sono immensamente diversificate nei curricoli di studio e nei processi che si attivano per raggiungerle. Chiedono investimenti su un’edilizia che letteralmente crolla e che sia adeguata alle richieste ministeriali e dei programmi e quindi preveda aule diversamente progettate in cui sia possibile fare laboratorio, organizzare gruppi di lavoro, insegnare in rete, ecc. C’è poi tutta una serie di annotazioni che paiono essere ininfluenti per la qualità del lavoro che oggi si pretende, e invece andrebbero tenute in grande considerazione: sono le condizioni esistenziali di un docente precario che vorrebbe insegnare stabilmente oggi, nel terzo millennio, il quale è impegnato spesso in un’annosa lotta quotidiana estenuante non soltanto per superare concorsi o per attendere una chiamata che non arriva e che quindi lo distrugge moralmente ed economicamente, ma anche quando lo stesso si ritrova a lottare con trasporti inesistenti, spostamenti da una parte all’altra tra plessi talmente distanti fra loro da richiedere non un autobus sgangherato, bensì un elicottero!

Si dirà: “Ma cosa c’entra tutto questo elenco di disagi con la qualità della scuola e con la lotta ad abbandoni e dispersione? C’entra eccome, se si vuole una scuola che sia diversa da quella degli anni ’50, quella, per intenderci, del Maestro di Vigevano con l’indimenticabile Alberto Sordi. Se la si vuole al passo con i tempi, c’entra mille volte, e soprattutto la consultazione annunciata dal ministro così come la valutazione di sistema, di un sistema che fa acqua e schiaccia i propri lavoratori, non approderà a nulla. In realtà la scuola per ora si è basata sul volontariato di quegli stessi insegnanti che esprimono i disagi, ma che poi una volta dentro le aule ce la mettono tutta per tappare le falle, per adempiere, anche se con rabbia, alle sciocchezze burocratiche imposte, per affiancare i ragazzi e le ragazze, per avere contatti con le famiglie. So che ogni qualvolta si rivendica la dignità di quanto si fa e si è fatto, una gragnola di insulti e di esempi tranchant viene portata per sostenere la tesi di una scuola che obera di compiti, di insegnanti fannulloni e ingiusti, ma ogni volta che la figura del magister vitae viene infangata, si abbassa ancor più il livello culturale di un intero Paese.

Allora in molti si pensa che il sistema non ha bisogno della valutazione di sistema che valuta la valutazione dei docenti che valutano gli studenti, perché una valutazione di ciò che non c’è ma che si vorrebbe ci fosse, non ha senso! Semplicemente la scuola ha necessità vitale di politiche generali di attenzione al lavoro e ai lavoratori, di ascolto delle esistenze di ognuno/a di loro, in particolar modo se tali lavoratori ogni giorno reggono le sfide della società complessa in cui operano e pazientemente si arrabattano per far sì che la campanella non suoni a vuoto.

Sarebbe poi un segnale di democrazia e civiltà matura il concepire un sistema universitario che riconsegnasse dignità alla creatività, all’indipendenza dei soggetti nello scegliere di sperimentare modalità e strumenti divergenti dai vincoli imposti dalle griglie e dalle esigenze, anche in questo caso burocratiche, del tenere sotto controllo ricerche e pubblicazioni, lasciando che il pensiero critico di ogni docente potesse scorrere e correre liberamente. Sarebbe utile che tra università e scuole venisse favorita un’alleanza di ricerca sia in campo disciplinare sia in campo pedagogico-didattico, affinché ci fosse una ricaduta in tempi brevi sulle azioni degli insegnanti nelle classi e nel Paese. Tra la scuola e l’università andrebbero aperti canali di comunicazione di facile percorribilità.

Si leggono analisi politiche che ci fanno riflettere sulle cause per le quali scuola e università vengono tenute in uno stato di soggezione economica e culturale a colpi di tagli, indagini statistiche allarmanti e griglie. Francamente sono analisi a dir poco inquietanti, perché portano tutte alla conclusione che ogni essere umano impegnato nella formazione e nello sforzo di elevare le condizioni di vita e di libertà dei giovani, sarebbe volutamente e deterministicamente condizionato a permanere e a far permanere in uno stato di sudditanza al fine di venire usato per il mercato e per il consumo. Certo ci sono migliaia di esempi che possono avvalorare tali analisi, ma un insegnante non può e non deve adattarsi all’accettazione di un mondo che obbliga a sferzare i tempi degli apprendimenti, che taglia ogni aiuto alla disabilità, che vorrebbe far rientrare le persone nelle statistiche valutative, che non fa ricerca, che basa i rapporti sulla monetizzazione e la mercificazione. L’insegnante non può e non deve permetterselo perché il suo lavoro deve essere quello dell’invito a creare un nuovo progetto di vita nel mondo, alla creazione di un mondo che includa tutti e ogni pezzettino di quei tutti, a partire da un se stesso che dialoghi con i pezzettini degli altri per ricomporre un mosaico di senso e di bene comune.

Ultimamente ho letto l’intervista a Gianni Bocchieri, ex direttore generale INVALSI e devo dire che le analisi di cui ho scritto sopra sembrano proprio realistiche: egli con candore disarmante alla domanda “Come valuta le critiche al lavoro svolto dall’Istituto?” risponde:

Coloro che contestano sia le prove standardizzate, sia le prove censuarie appartengono a quel pedagogismo italico, che ha storicamente creato i più gravi disastri alla scuola italiana e che rimetterebbe volentieri le mani sull’Invalsi per sottrarlo al campo delle discipline economiche ed econometriche di Cipollone e Sestito. (in “Invalsi, istruzioni per il nuovo presidente”).

Ancora una volta, le colpe dello sfascio del sistema al’ 68! Ancora una volta economisti con un amore sviscerato per l’econometria esprimono giudizi e usano l’ascia ideologica con il paraocchi sulla delicatezza del sistema scolastico reso fragilissimo proprio dagli stessi economisti dei vari governi che si sono succeduti negli anni!

Effettivamente il nostro mondo non ha nulla a che fare con il loro, sebbene debba ogni giorno confrontarsi con la realtà costruita proprio da loro.

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Quando il ministero parla, la scuola teme

Posted by comitatonogelmini su 18 dicembre 2013

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da VivalaScuola
18 dicembre 2013

Finalmente anche la ministra Carrozza rilascia la dichiarazione più impegnativa da quando ha assunto il ministero, dopo quella di adeguare le spese italiane per l’istruzione alla media europea: la ministra annuncia una riforma «complessiva su istruzione, università e ricerca, una riforma che non significhi qualche norma sparpagliata dentro decreti vari o emendamenti alla legge di stabilità».

Anche il governo Letta, al momento di presentarsi per il voto di fiducia, ha fatto cenno nel suo programma alla scuola, parlando dell’intenzione di realizzare: licei quadriennali, nuove regole per reclutamento e carriera, potenziamento della scuola infanzia, una costituente della scuola entro giugno.

Ogni volta che i politici annunciano provvedimenti, la scuola comincia a temere.

A volte si tratta di interventi tendenti a ridurre i margini della democrazia scolastica, come la legge delega che dovrebbe riformare gli Organi Collegiali, che dopo essere stata ritirata come collegato alla Legge di Stabilità rispunta all’interno del “decreto semplificazioni: la manovra è stata denunciata prima da Orizzonte Scuola e da Marina Boscaino, poi anche dalla Flc Cgil e da Tecnica della Scuola.

A volte si tratta di tagli di insegnanti, insegnamenti, di ore di lezione, o di anni di lezione. Non si è finito di piangere i tagli della Gelmini, che la ministra dà il via a una sperimentazione di 6 scuole finalizzata al taglio di un anno di scuola: il pretesto è l’adeguamento ai modelli europei, la realtà è che esso comporterebbe un risparmio di 3 miliardi di euro e un taglio degli organici di almeno 80 mila cattedre. La Flc Cgil ha chiesto un incontro urgente alla ministra, a cui chiede l’immediata interruzione della sperimentazione e l’apertura di una fase di ascolto che coinvolga il mondo della scuola e le sue rappresentanze sindacali, professionali e studentesche.

A volte si tratta del blocco del contratto e degli scatti stipendiali, come viene fatto con la Legge di Stabilità. A questo proposito segnaliamo che il Movimento 5 Stelle ha presentato un emendamento che chiede l’esclusione del personale della scuola dal blocco degli incrementi contrattuali. La copertura per le risorse, dicono dal M5S, già esiste e consiste nei fondi dei tagli del 2008.

Ci sono anche i tagli ai fondi per la gestione ordinaria delle scuole, come i tagli al Fondo d’Istituto, decurtato per pagare gli scatti per l’anno 2012. E il cui ammontare comunque è comunicato sempre in ritardo, in modo da impedire alle scuole di predisporre il Piano Annuale entro la data prevista del 15 dicembre.

E tagli sono annunciati al sostegno. Il piano del commissario Cottarelli per tagliare la spesa prevede anche una riduzione dell’organico dei docenti di sostegno da affiancare agli alunni diversamente abili. Il decreto del governo della scorsa estate però, prevedeva esattamente il contrario. Il ministero dice che non era stato informato:

“Nessuno ci ha chiamato, non è certo una nostra idea. Per noi resta valido quanto detto negli scorsi mesi e stabilito nell’ultimo decreto legge sulla scuola: ovvero esattamente l’opposto”.

Il Movimento 5 Stelle, in un comunicato afferma:

Abbiamo la spiacevole sensazione di trovarci di fronte a un bieco gioco delle parti, consumato sulla pelle del sistema di istruzione. Da un lato trapelano notizie sui tagli che potrebbero essere realizzati attraverso la spending review dal commissario Cottarelli, dal’altra il Miur afferma di non sapere nulla a tal proposito, e scarica il barile“.

Intanto non esiste crisi per le spese militari, che aumentano ancora proprio con la Legge di Stabilità.

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Regione Veneto: un mondo a parte…

Posted by comitatonogelmini su 9 dicembre 2013

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di Carlo Salmaso
Comitato Genitori ed Insegnanti per  la Scuola Pubblica  di Padova
9 dicembre
Questo articolo fa parte della puntata odierna di Vivalascuola, dal titolo: Sì alla scuola dell’infanzia statale! Per leggere tutta la puntata clicca qui

 Il Governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione  di asili  pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia  e che non ci sono alternative alla operosità sociale delle Comunità cristiane, parrocchiali e congregazionali in particolare; qui in Veneto, per quanto riguarda le scuole materne, non c’è un’alternativa agli istituti privati e in ogni caso non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa, ci va bene la realtà che c’è già. Noi difendiamo le scuole paritarie, non ci interessa più il servizio statale, considerato che è mancato in quasi un secolo di storia del Veneto ”.

Luca Zaia, governatore della Regione Veneto, 27 dicembre 2012

Parlare di scuole paritarie e dei relativi fondi stanziati per farle funzionare nella nostra regione significa scontrarsi con una realtà che probabilmente non ha uguali nel resto d’Italia.

I presupposti per poter cercare di capire cosa succede vanno cercati cronologicamente negli ultimi 15 anni.

  • 21 marzo 2000: viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il testo della Legge n° 62 “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”: fortemente voluta dall’allora ministro Berlinguer, apre la strada all’equiparazione fra scuole statali e private.
  • 23 gennaio 2001: viene pubblicato nel Bollettino Ufficiale della regione Veneto il testo della Legge n°1 “Interventi a favore delle famiglie degli alunni delle scuole statali e paritarie”: battendo tutte le altre regioni il Veneto cerca per primo di adeguarsi ai nuovi dettami della parità.

Il titolo dato a questa legge è un vero e proprio falso in atto pubblico, dato che esclude dall’accesso al buono gli studenti delle scuole statali. Nel regolamento di attuazione della legge (di competenza della giunta regionale) si pone infatti un limite minimo di 300.000 lire per spese di iscrizione o rette di frequenza, in altre parole chi spende meno di questa cifra per iscriversi non può neppure presentare domanda! In questo modo vengono automaticamente esclusi tutti coloro che frequentano scuole pubbliche, dove le spese di iscrizione (anche includendo i contributi volontari quasi ovunque richiesti) non raggiungono neanche lontanamente la soglia fissata.

Quando poi si va a vedere gli alunni di quali scuole private possono presentare domanda, si scopre che sono comprese proprio tutte: paritarie, legalmente riconosciute, autorizzate, ecc. compresi i diplomifici. Le fasce di reddito arrivano a 80 milioni (di vecchie lire) netti, che, grazie al meccanismo di esenzioni e maggiorazioni, possono arrivare fino a 140/150 milioni di reddito. Un ultimo dato. Gli studenti della scuola pubblica (elementare, media e superiore) in Veneto all’epoca erano 490.000; quelli delle scuole private 24.300: ai primi (frequentanti scuole con convitto o educandati) sono andati 178 milioni, mentre ai secondi sono andati 17 miliardi e 300 milioni: mediamente 360 lire ad ogni studente della scuola statale e 700.000 lire ad ogni studente delle paritarie!

  • Giugno 2001: di fronte a questa palese ingiustizia e alla saldatura di interessi tra destra e gerarchie cattoliche, rappresentate dal voto favorevole della Margherita, alcune forze politiche e sindacali (PRC, Comunisti Italiani, Verdi, SDI), Lavoro società/Cambiare rotta CGIL, ed associazioni (Comitato scuola e Costituzione, Coordinamento Genitori Democratici, Associazione per la scuola della Repubblica, Coordinamenti studenteschi vari) decidono che l’unica strada da tentare sia quella del referendum abrogativo.

Il dibattito coinvolge anche le Reti di scuole che si sono create nel Veneto contro le politiche scolastiche del governo, i sindacati di base Cobas, RDB, CUB e Legambiente.

Non fu facile, dopo la pausa estiva e a scuole appena riaperte, riannodare in così poco tempo la rete dei contatti e avviare l’intera macchina organizzativa.

La raccolta di firme inizia ufficialmente nell’agosto 2001 e, nei mesi successivi, con centinaia di banchetti ne vengono raccolte più di 35.000 (30.000 il numero minimo richiesto per avere diritto al referendum).

La scelta della destra fu il silenzio sul referendum, la chiesa cattolica, per voce dei suoi vescovi e parroci, delle sue associazioni e dei suoi giornali (finanziati dalla Regione) invitò a non andare a votare.

Il 6 ottobre 2002 si svolse il referendum: il quorum non venne raggiunto (votò mediamente il 21,15% degli aventi diritto), anche se i SI presentarono una percentuale schiacciante, 93,5%.

Risultati Referendum 6 ottobre 2002 in Veneto

Provincia

Affluenza alle urne

%

SI
voti

SI
%

NO
voti

NO
%

Belluno

16,80

30.753

92,5

2.491

7,5

Padova

23,40

157.390

94,0

9.975

6,0

Rovigo

21,00

40.857

93,0

3.068

7,0

Treviso

18,40

114.978

92,3

9.554

7,7

Venezia

24,50

162.809

94,6

9.335

5,4

Verona

17,90

103.678

92,5

8.352

7,5

Vicenza

22,60

138.749

93,7

9.266

6,3

Regione

21,15

749.214

93,50

52.041

6,5

 

Un dato preoccupante fu la assoluta sottovalutazione di questo referendum (il primo sui buoni scuola) sul piano nazionale, sia a livello politico che sul fronte dei media: nessuno spazio significativo di informazione e commento sui quotidiani nazionali, nessuna presa di posizione forte da parte dei leader nazionali dei partiti promotori, lo stesso per quanto riguarda le forze sindacali. Non si capì che questo poteva essere un test significativo della volontà di svuotare sempre più il voto di significato: il fatto che non arrivassero a casa i certificati, in presenza della decisione della maggioranza di non informare i cittadini sulla scadenza elettorale, incentivò un astensionismo che non fu scelta politica, ma ignoranza.

Con il passare degli anni le risorse che la regione Veneto ha destinato al cosiddetto “Buono-Scuola” sono andate via via aumentando, senza modificare la franchigia legata alle spese di iscrizione o rette di frequenza, che oggi ammonta a 200 €.

Ma la distorsione maggiore rispetto ai dettami costituzionali dell’articolo 3 (È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana) e dell’articolo 33 (La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato) è senza dubbio legata alle scuole dell’infanzia.

Anche in questo caso le ragioni vanno cercate cronologicamente: il Veneto è stato fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso un feudo della “balena bianca”, l’allora Democrazia Cristiana, rimpiazzata nel tempo da Margherita, Popolari, PDL, Lega…ma anche dall’attuale PD.

La presenza capillarmente diffusa in tutte le provincie della regione (con la parziale esclusione della sola Venezia, contraddistinta dalla forte concentrazione operaia di Mestre e Marghera) ha fatto sì che due delle principali leggi di riforma scolastica (la n° 444 del 1968 che istituiva la scuola materna statale e la n° 870 del 1971 che introduceva il tempo pieno nelle scuole elementari e medie) venissero completamente disattese.

Molto più comodo (e politicamente fruttuoso) indirizzare le necessità delle famiglie verso le parrocchie, diffusissime in tutta la regione: asili gestiti dalla chiesa nascono un po’ ovunque e la copertura del tempo pomeridiano per gli alunni del primo ciclo scolastico viene delegata ai “patronati” (gli oratori annessi ad ogni parrocchia).

L’effetto prodotto risulta duplice:

  1. la richiesta di attivazione di classi a tempo pieno appare insignificante se paragonata con quella di alcune regioni limitrofe (in primo luogo Lombardia ed Emilia Romagna); la loro necessità diventerà evidente solo a partire dalla fine degli anni novanta, ma ormai il danno è fatto.

I genitori sono arrivati a prendere consapevolezza del problema negli ultimi due decenni: in questo periodo diventa pressante la richiesta di attivazione di classi a tempo pieno e, in controtendenza con il resto d’Italia, tale richiesta riuscirà ad affermarsi parzialmente proprio nel periodo “gelminiano”, con risultati sorprendenti in alcune provincie (a Padova in tre anni, dal 2009 al 2011 la presenza di classi a tempo pieno passa dal 25% al 70%).

  1. La regione e lo stato si disinteressano volutamente dell’istituzione di scuole dell’infanzia statali nel territorio della regione: attualmente sui 581 comuni del Veneto, solamente 298 hanno la presenza di almeno una sezione di scuola dell’infanzia statale.

Questo fa si che, nella ripartizione degli alunni frequentanti, la situazione per l’anno scolastico 2012/13 sia risultata la seguente:

Alunni scuola  dell’infanzia 2012/13

 

Provincia

 

Statali

 

Paritarie

% alunni

statali

% alunni

paritarie

Belluno

3.130

2.129

59,5%

40,5%

Padova

6.081

20.203

23,1%

76,9%

Rovigo

2.526

3.143

44,6%

55,4%

Treviso

6.793

18.742

26,6%

73,4%

Venezia

10.933

12.388

46,9%

53,1%

Verona

8.743

18.428

32,2%

67,8%

Vicenza

9.587

16.433

36,8%

63,2%

Totale  Veneto

47.793

91.466

34,3%

65,7%

 

Dati forniti dall’USR del Veneto il 12 settembre 2013

Da aggiungere a questi dati che la stragrande maggioranza delle scuole paritarie risulta legata alla chiesa cattolica; gli ultimi dati forniti dall’USR del Veneto, risalenti all’anno scolastico 2011/12 danno infatti questa suddivisione:

Parrocchie,  congregazioni religiose, associazioni varie parrocchiali:

953

 

80,7%

Comunali:                      79

IPAB e Fondazioni:      117

Altre :                            32

6,7%

9,9%

2,7%

 

Ricapitolando: le scuole dell’infanzia nel Veneto sono per il 34% statali e per il 66% paritarie; fra le paritarie le comunali sono solamente il 7%, le restanti sono a vario titolo private, nella stragrande maggior parte dei casi a carattere religioso.

La regione Veneto finanzia in modo massiccio le scuole dell’infanzia, in base alla Legge Regionale n° 23 del 1980 e ai suoi successivi aggiornamenti:

Quattro milioni e mezzo di euro in più che si aggiungono ai 16 milioni e mezzo già stanziati per un finanziamento totale di 21 milioni di euro per il 2012: è lo sforzo straordinario per le scuole dell’infanzia paritarie annunciato dall’assessore alle Politiche sociali della Regione Veneto Remo Sernagiotto lo scorso 27 dicembre durante una conferenza stampa a Palazzo Balbi a cui hanno partecipato anche don Edmondo Lanciarotta, delegato per le scuole e le università della Conferenza episcopale triveneta e Nicola Morini, presidente della Fism di Rovigo e membro della Fism del Veneto.

«Negli ultimi anni – ha detto Sernagiotto – gli importi complessivi dedicati alle scuole d’infanzia paritarie sono saliti. Nel 2009 venivano erogati 11.980.000 euro, cifra in linea con gli anni precedenti. Dal 2010, con la nuova giunta Zaia i contributi sono saliti: 14,5 milioni nel 2010, 15 milioni nel 2011 e, sinora, erano 16,5 milioni per il 2012. Ora, grazie al Fondo Nazionale della Famiglia introdotto con la recente Legge di Stabilità, sono arrivate cifre aggiuntive alle Regioni.

Al Veneto sono toccati 8 milioni di euro e abbiamo deciso di stanziarne 4,5 milioni come quota aggiuntiva straordinaria per le scuole dell’infanzia paritarie».

Il prossimo anno, però, si tornerà ai 14,5 milioni di euro del 2010: le cifre aggiuntive rispetto a questa soglia stanziate nel 2011 e 2012 derivano appunto da contributi straordinari che nel 2013 non saranno purtroppo disponibili. E quindi il problema del finanziamento alle scuole paritarie si riproporrà tra un anno tale e quale…

«In realtà – hanno infine precisato Sernagiotto e il presidente della Regione Luca Zaia – avremmo voluto destinare alle scuole d’infanzia paritarie dei fondi ulteriori alienando degli immobili di proprietà della Regione ma l’operazione non è riuscita e non abbiamo potuto andare oltre».

da Gente Veneta del 5 gennaio 2013

Tanto per dare un’idea di come si ripartiscono questi fondi prendiamo ad esempio la provincia di Padova: le scuole paritarie finanziate sono in tutto 209; di queste solamente 10 sono comunali (tutte presenti nel comune di Padova), mentre le rimanenti sono private.

Man forte alla regione viene fornita anche dall’ANCI (l’associazione dei comuni italiani) del Veneto che nel luglio del 2012 si spinge fino a consigliare convenzioni con le scuole dell’infanzia paritarie e a predisporre un modello di convenzione da stipulare fra comuni e istituti paritari privati per proporre ai propri cittadini dei servizi con elevati standard su tutto il territorio regionale, senza discrepanze significative tra comuni”.

I comuni, inoltre, per limitare l’esborso legato alla necessità di istituire scuole dell’infanzia comunali, sobillano i genitori e cercano di farli combattere dalla loro parte (cioè dalla parte delle scuole paritarie private…): vedi qui il testo di un volantino esemplare.

Ma quanti fondi arrivano complessivamente alle scuole paritarie, tenendo presente che oltre al contributo regionale dobbiamo conteggiare anche quelli versati dai comuni e quelli che arrivano dallo stato?

Per rispondere a questa domanda ci aiutiamo con i dati forniti dalla FISM del Veneto (Federazione Italiana Scuole Materne), la potente organizzazione che raggruppa le scuole paritarie dell’infanzia.

Abbiamo visto che i 21 milioni di euro stanziati per l’anno scolastico 2012/13 dalla regione ricadono complessivamente su circa 91.500 studenti: ciò equivale in media a circa 230 € per alunno.

La FISM Veneto ci informa poi che, mediamente, a ciascun alunno arrivano 360 € come contributo dai comuni e 550 € come contributo dallo Stato: in totale, quindi, per ogni alunno una scuola paritaria riceve circa 1.140 €.

La somma totale relativa a tutto il Veneto di questi contributi arriva a circa 110 milioni di euro annui.

La domanda che sorge spontanea è: ma con tutti questi soldi, versati periodicamente da almeno 30 anni, quante scuole dell’infanzia statali si sarebbero potute costruire?

E di questa situazione si sono mai resi edotti i cittadini?

Il governatore Zaia è così sicuro che se le cose fossero maggiormente note gli abitanti della sua regione continuerebbero a pensare che “ non c’è un’alternativa agli istituti privati e in ogni caso non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa, ci va bene la realtà che c’è già”?

Con il referendum di Bologna del 26 maggio qualcosa è cambiato a livello nazionale, sia per quanto riguarda l’informazione, sia per quanto riguarda la consapevolezza in tema di parità scolastica dei cittadini: solo seguendo la via maestra indicata in quel contesto potrà esserci la speranza che un giorno, in tema di diritti all’istruzione, il Veneto non sia più un mondo a parte.

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Di-Letta-rsi ad amputare la scuola

Posted by comitatonogelmini su 5 dicembre 2013

ciliegina-sulla-torta
di Daniela Pia
dal blog di Daniele Barbieri
5 dicembre 2013

In un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» nei giorni scorsi (leggi qui), Gianna Fregonara (oltre che giornalista moglie del premier) vorrebbe apparire super partes, raccontando della necessità di accorciare di un anno il percorso di studi. Siamo propensi a credere che non sia intervenuta nessuna interferenza fra ciò che ha imposto la spending review di Letta e il bisogno incontrollabile di fare cassaattingendo ancora laddove non sono rimasti nemmeno i tetti, che crollanoe la posizione assunta dalla giornalista Fregonara. La quale nel suo pezzo sposa in pieno l’idea di ridurre a quattro anni l’istruzione superiore perché, a suo dire, ciò consentirebbe di «integrare la scuola con la società e con il lavoro», con «il fare esperienza». Sottolinea, inoltre che questa soluzione «Farebbe la felicità dei ragazzi e, secondo una parte consistente di pedagogisti ed esperti, anche il loro bene». E fra un beneficio e l’ altro, così en passant, aggiunge: «Sarebbe una boccata d’ossigeno per le casse dello Stato: risparmio stimato, tre miliardi». Sottolinea poi che la proposta piacerebbe sia ai professori universitari che agli imprenditori. Mentre parrebbero perplessi gli operatori del mondo della scuola – i soliti reazionari. Per avvalorare le sue tesi cita quindi il parere di Susanna Mantovani, professore ordinario di pedagogia all’università, la quale evidenzia che «i ragazzi sono stufi, privi di motivazione» per cui questa riduzione potrebbe «diventare un anno di passaggio in cui si esce dalla gabbia dei programmi per incominciare a nuotare da soli». Anche per A. Gavosto della Fondazione Agnelli il taglio è auspicabile perché si tratterebbe «di non perdere tempo nell’ingresso del mondo del lavoro»; a suo dire «oggi i ragazzi nell’ultimo anno di superiori si annoiano: vorrebbero andare all’estero e invece sono lì bloccati. Sarebbe molto più utile riservare un anno di istruzione o formazione da poter usare durante l’esperienza lavorativa, sul modello anglosassone o scandinavo dei prestiti di onore». Non ci hanno fatto mancare nemmeno il confronto con il resto d’Europa questi tecnici, super esperti, e persino con l’America, senza mai accennare però alle diverse condizioni di partenza fra il nostro e quei Paesi; nemmeno un riferimento agli investimenti continui che hanno caratterizzato quei sistemi di istruzione.

Ecco fatto, basta prendere una giornalista che si di-letta di raccontare il nuovo che avanza nell’universo mondo-istruzione, si aggiunge una pedagogista titolata e la ciliegina di un economista: la torta fragrante è pronta per essere servita. La ricetta sarà capace di motivare, stimolare ,coinvolgere e finalmente rendere protagonisti gli studenti come nessun insegnante sarà mai capace di fare.

Tagliando la scuola di un anno, il quinto delle superiori, si apriranno nuovi orizzonti a questa generazione invisibile che avrà un’ iniezione di fiducia e ravviverà la speranza. Stiamo parlando, naturalmente di giovani studenti ma anche ex studenti, gli stessi che troviamo, loro malgrado, intorno ai trent’anni ancora parcheggiati a casa dopo avere elemosinato, fra colloqui di lavoro e curricula spediti, un qualsiasi impiego: «non un lavoro da diplomati, non un lavoro da laureati, ma solo un lavoro dal quale ricavare qualcosa per riempire lo stomaco»: nuotare da soli dice la Mantovani. In quale mare ce lo dovrebbe dire la Fregonara.

Perché fingono di non sapere, questi “Soloni”, che i giovani di cui straparlano poiché non hanno santi in paradiso se uscissero un anno prima dalla scuola andrebbero a ingrossare le file dei disoccupati, dopo aver assaggiato l’amaro calice che l’integrazione fra scuola, società e lavoro ha apparecchiato loro? Stages fatti a scuola all’ingresso dell’edificio, promosso ad hoc a livello di reception, al fine di svolgere le funzioni del bidello, del collaboratore scolastico che non c’ è.

Alternanza scuola-lavoro fatta spesso per offrire manodopera a costo zero. Finito lo stage questi ragazzi perdono interesse agli occhi del mercato e «sempre dianzi a lor imprenditor ne stanno molti» di questi nostri figli e studenti disarmati «dicono il loro curriculum, odono il rifiuto e poi son giù volti». Nel girone dei disoccupati. Quale vantaggio dunque avrà toccato con mano la dottoressa Fregonara per confezionare questo articolo così positivo se non entusiasta, per questa amputazione così attesa e desiderata nei piani alti?

Ai poster elettorali l’ardua sentenza.

 

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Nun ve reggo più – Il liceo di 4 anni comporterebbe un ulteriore riduzione del tempo scuola per gli studenti per un totale di due anni e mezzo

Posted by comitatonogelmini su 27 novembre 2013

basta
di Bruno Moretto e Giovanni Cocchi
27 novembre 2013

La Gelmini  ha tolto dal 2008 due anni di scuola a tutti gli alunni e ora il Ministro Carrozza  vuole tagliare un altro anno di scuola superiore.
 
Come è noto la “riforma Gelmini” è consistita essenzialmente in una diminuzione delle ore di lezione per tutti i gradi scolastici.
Alle elementari si è passati da 32/33 ore a 27, cioè -5×33 settimane x 5 anni=- 825 ore.
Alle medie da 33 a 30, cioè -3×33 settimane x 3 anni= – 297
Alle superiori c’è stato un taglio medio di almeno 4 ore settimanali x33 settimanex5anni= – 660 ore
Ora il Ministro sostiene il Progetto sperimentale del liceo a 4 anni (invece di 5) che comporterebbe  un taglio di altre 627 ore.

Sommando le ore (825+297+660+627= 2409 ore) e dividendole per 30 ore settimanali si ottengono -80 settimane, cioè due anni e mezzo  in meno di scuola, d’istruzione, di formazione, di socializzazione, di costruzione di sé, di professionalità, di chance per il futuro e chi più ne ha più ne metta.

L’alunno potrà forse rifarsi con le scuole serali o l’educazione adulta? No, eliminate per sempre anche quelle (alla faccia di chi dice che “occorre studiare tutta la vita”).

E’ stato recentemente reso noto il rapporto OCSE Piaac che dà un quadro drammatico  delle “competenze chiave ritenute fondamentali per vivere” ovvero di quelle in campo comunicativo e matematico della popolazione italiana 16-64 anni.
Il  44% della popolazione attiva italiana possiede al massimo la licenza media, l’11% quella elementare (fonte OECD 2013).

Si pensa di affrontare questa emergenza che ci penalizza nella competizione internazionale riducendo ancor di più il numero delle ore di lezione per gli alunni e continuando a non fare nulla per gli analfabeti di ritorno?

 

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Liceo breve, il “De Sanctis” di Trani scrive al MIUR: “Quali i contenuti dei nuovi piani di studi?”

Posted by comitatonogelmini su 25 novembre 2013

anelli
gli alunni della classe III sez. B/scienze umane
da Il Corriere della Sera
25 novembre 2013

Siamo la classe III B del Liceo delle Scienze Umane «Francesco De Sanctis» di Trani e le scriviamo perché vorremmo avere delucidazioni in merito ad una notizia che ci riguarda molto direttamente: il ministro Carrozza ha autorizzato alcune scuole secondarie di secondo grado a sperimentare la riduzione del corso di studi da cinque a quattro anni, anticipando così, di un anno, l’esame di stato. Ci rivolgiamo, dunque, a lei con l’auspicio che possa accogliere le nostre opinioni circa tale sperimentazione e, con il suo consenso, farci da intermediario in modo da porgere le domande che seguono direttamente al ministro Carrozza. Per esempio nel Liceo Internazionale per l’Innovazione sia classico, scientifico e delle scienze umane «Olga Fiorini» di Busto Arsizio la riduzione degli anni della scuola superiore è stata già applicata. Si pensa che la novità di questo istituto sia proprio «nella metodologia didattica, che intende superare la tradizionale impostazione disciplinare e nozionistica per puntare molto sull’interdisciplinarietà e lo sviluppo di competenze trasversali».

Noi vorremmo sapere:

1. Quali sono queste competenze?

2. Quali sono i contenuti intorno ai quali gira esattamente questo nuovo corso di studi?

3. Quale sarà il rapporto tra i contenuti stabiliti nelle Indicazioni Programmatiche e il monte ore delle discipline oggetto di studio di ogni scuola già molto decurtato?

4. Cosa si apprenderà nelle scuole italiane: contenuti pieni o vane metodologie che presuppongono uno studio autonomo e forse inefficace?

5. Quali requisiti devono avere gli studenti per riuscire ad affrontare questo nuovo corso di studi?

6. Inoltre, ridurre gli anni da 5 a 4 può davvero agevolare il percorso scolastico degli studenti? O considerando le difficoltà incontrate da ogni alunno nello studio, non sarebbe corretto affermare che ridurre gli anni intensificando il programma andrebbe a gravare sullo studio degli alunni che non avrebbero il tempo, che già oggi manca, di approfondire ogni materia ?

7. Quale ricaduta psicologica potrebbe avere uno studio più concentrato, data la diminuzione degli anni scolastici , sugli studenti?

8. Molte facoltà universitarie organizzano corsi di recupero per colmare le lacune che vengono fuori dal test dei saperi minimi. Riducendo gli anni e di conseguenza i contenuti appresi non si andrebbe ad intensificare questo fenomeno?

9. Quale sarà il rapporto tra le competenze in uscita dalla scuola secondaria di secondo grado e le conoscenze richieste dall’università?

10. Contrariamente a quanto si sostiene non tutte le scuole europee seguono un programma quadriennale. Si tenderà , dunque, ad uniformare il corso di studi delle scuole italiane a quello di alcune scuole europee diminuendo le ore dedicate alle materie umanistiche?

11. Non si rischierebbe, così, di non valorizzare a fondo il patrimonio culturale che ci appartiene ?

12. Perché, al posto di riformare solamente la scuola secondaria di secondo grado, non si pensa a una riforma su tutti i cicli di studi, in modo da calibrare diversamente l’impartizione dei contenuti senza il bisogno di ridurli?

13. Se proprio si dovesse attuare questo provvedimento , non sarebbe meglio diminuire il numero degli alunni per classe , in modo da rendere più facile e veloce il processo di insegnamento-apprendimento?

Naturalmente, prima di porle tali domande e di affrontare questa discussione ci siamo informati leggendo articoli di giornale in merito a questa sperimentazione e abbiamo scoperto che essa è stata avviata anche in altri licei privati e in alcune scuole pubbliche secondarie di secondo grado sparse per tutta l’Italia. Abbiamo, inoltre, visitato il sito del Ministero (nel quale non abbiamo trovato le risposte che speravamo) e i siti delle scuole nelle quali la sperimentazione è già stata avviata. Tra queste, ad esempio, il liceo «Guido Carli» è una delle poche scuole che ha messo in rete il proprio piano di studi. Abbiamo deciso, inoltre, di affrontare il problema alla luce del percorso formativo proprio del liceo delle scienze umane che deve metterci in grado di «padroneggiare le principali tipologie educative» e che prevede «l’acquisizione di quelle competenze necessarie per comprendere le dinamiche proprie della realtà sociale , con particolare attenzione ai fenomeni educativi e ai processi formativi formali e non». Dopo questa premessa, dunque, noi saremmo disposti ad accettare la riduzione del corso di studi, ma prima vorremmo avere chiarimenti e soprattutto vorremmo avere la garanzia che questo provvedimento non abbia ripercussioni negative sulla nostra formazione. Sembrerebbe strano detto dagli studenti, ma noi a questo provvedimento risponderemmo esaltando l’utilità di uno studio senza limiti di tempo.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana dice che l’apprendimento è obbligatorio per 8 anni, ora diventati 10 e con l’intero corso delle superiori 13. Noi questo articolo lo avremmo modificato così: l’apprendimento e l’istruzione non hanno limiti temporali; per essere pronti ad affrontare la vita e a districarsi nei meandri della complessità della realtà che ci circonda si dovrebbe proporre il concetto di lifelong learning.

Sappiamo, però, che è impossibile e allora se davvero l’Italia desidera coltivare futuri uomini e donne che sappiano risollevare questo paese malato, vogliamo la garanzia che i futuri studenti possano apprendere contenuti essenziali per la loro formazione e maturazione con la tranquillità necessaria e il tempo per poterne discutere e approfondire. La ringraziamo per l’attenzione.

 

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