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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Posts Tagged ‘A.S. 2012-2013’

I test non proteggeranno il diritto all’istruzione

Posted by comitatonogelmini su 5 ottobre 2013

Quasi
di Marina Boscaino
da Il fatto quotidiano
5 ottobre 2013

A livello mondiale l’obiettivo è riuscire ad arrivare a garantire, in tutto il mondo, l’accesso alla scuola primaria di ogni bambino entro il 2015, per raggiungere il quale mancano all’appello 1.700.000 docentisenza contare i 5.100.000 nuovi insegnanti che sarebbero necessari per sostituire quelli in uscitaIn Italia, negli ultimi 5 anni, il numero degli alunni dalla primaria alle superiori è cresciuto di 90.990 unità. Lasciando inalterato il rapporto iniziale alunni/docente, ciò avrebbe dovuto comportare un conseguente aumento proporzionale del numero di docentiche invece sono diminuiti di circa 80.000 unità, con conseguenti classi numerosissime.

Come tutte le celebrazioni che si rispettino, quella del 5 ottobreGiornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’Unesco nel 1994 – ci consegna cifre, prospettive, buoni propositi e – qui da noi – tanta amarezza: tra una spolverata modernista di facciata (il flop dei registri elettronici è sotto gli occhi di molti) e dichiarazioni demagogiche su impegni e progetti (sempre al futuro) – nulla cambia. La scuola è allo stremo, e con lei gli insegnanti: rinnovo dei contratti (bloccati dal 2009) ancora una chimera, con perdita di potere d’acquisto in crescita esponenziale; minacce di imminenti ritorni “di fiamma” rispetto all’innalzamento dell’orario di lezione; credito sociale zero.

Ma lasciamo per un attimo da parte i guai di casa nostra.

Senza dimenticare oggi i tanti bambini che ancora non trovano accesso ad un diritto primario ed inviolabile, quello all’istruzione, e ai tanti donne e uomini che – in condizioni molto più difficili delle nostre – tentano quotidianamente di far fronte all’emergenza educativa nelle zone più svantaggiate del mondo, ecco due esempi diversi, ma significativi, di dignità professionale di questo inizio di anno scolastico nel Vecchio Continente.

Cara nostra studentessa, caro nostro studente”, così inizia la lettera indirizzata dalla Federazione di Professori dell’Insegnamento secondario greci ai propri alunni. “È passato ormai molto tempo da quando i governi dei Memoranda, e tutti coloro che li servono, hanno deciso di distruggere la Scuola Pubblica, di trasformarla in un’azienda grigia e severa, che avrà spazio solo per i figli di pochi. Qualcuno cerca di convincerci che si tratta di una cosa normale e logica. Aspettano di farci “abituare” alla distruzione”(…).  La privatizzazione strisciante e la quizmania: Durante l’estate, hanno portato avanti l’opera distruttiva della fusione/abolizione di scuole. Hanno chiuso all’improvviso, in una notte, molte scuole e hanno abolito alcune specializzazioni dell’educazione tecnologica, spingendoti tra le “braccia” delle scuole private.
Nel contempo, il governo cerca di completare la trasformazione della scuola in un campo di esami forzati, un centro di allenamento per gli esami, visto che invece di elaborare un programma che mirerà alla conoscenza sostanziale e versatile e che ridurrà la pressione insopportabile che stai vivendo, crea un meccanismo disumano di setaccio di persone, basato sugli esami continui, dalla Scuola Media fino al tuo ultimo giorno nel Liceo”.

Un passaggio sulla valutazione coatta e finalizzata alla “razionalizzazione” delle risorse: “Con lo stesso disprezzo per qualsiasi cosa viva e bella, le stesse persone secche ci impongono di essere “valutati”, cioè di trasformare quello che amiamo di più (i nostri studi e la nostra educazione, i programmi ed i lavori che facciamo insieme a te, tutte quelle ore di gite, di spettacoli teatrali, di discussioni, di prove e di concerti) in “carte” che riempiranno la nostra cartella, per salvarci dal licenziamento”.  Il Pensiero Unico: Insieme a questo, hanno creato un asfissiante codice disciplinare che ci vuole persone docili, che pensino a “insegnare” e a niente altro”. I precari: “Cominciamo questo anno scolastico in meno: con delle scuole chiuse nell’educazione tecnica e generale, con oltre 10.000 colleghi ai quali hanno tagliato la strada verso la scuola”. La richiesta di sostenere lo stesso obiettivo e la responsabilità del ruolo: “Ed è per questo che noi, i tuoi professori e le tue professoresse, abbiamo deciso di ribellarci in questa lotta decisiva, che romperà la putrefazione del “niente può succedere”. In questa lotta vogliamo al nostro fianco tutti i lavoratori. Vogliamo i tuoi genitori, ma abbiamo bisogno anche di te. Non per evitare gli obblighi che sono nostri. Il costo della lotta lo subiremo noi, completamente, nonostante le zozzerie che trasmettono alcuni media. Ti vogliamo al nostro fianco, come anche dentro l’aula, perché è la tua partecipazione che dà senso alla nostra lotta”.

Cambiano i paesi, ma la formula liberista non cambia. Potrebbe essere la lettera dei docenti italiani.

In Inghilterra il modello di scuola-azienda sta mostrando le corde, dopo decenni di egemonia del test; una lettera al Times scritta e firmata dalla poetessa Carol Ann Duffy e da circa 200 tra letterati e accademici afferma: “La competizione tra i ragazzi attraverso un incessante uso di test dai risultati definitori alimenta un crescente senso di fallimento nella maggioranza degli allieviSciopero anche dei docenti inglesi, per protestare contro una scuola dalla esasperata competitività e dalla egemonia del quiz. L’insegnamento appiattito sui test restringe notevolmente la gamma delle esperienze didattiche”. E noi, che sono anni che lo affermiamo!

L’imbrigliamento dei docenti inglesi in una valanga di burocrazia e griglie valutative li ha resi insensibili persino rispetto alla proposta (vi ricorda nulla?) di pagare di più i migliori. Insomma, la patria della scuola della valutazione e della centralità del quiz rischia di far marcia indietro. Accadrà anche da noi? Con buona probabilità. Ma i tempi dell’amministrazione italiana sono tanto lunghi nel rincorrere (un modello, possibilmente anglofono) quanto nel recedere. Mentre altrove si deciderà diversamente, noi ci accingiamo a soddisfare le richieste dei fan Invalsi.

 

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We shall overcome

Posted by comitatonogelmini su 31 luglio 2013

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di Wu Ming
da Internazionale
31 luglio 2013

Sono trascorsi due mesi dal referendum bolognese sui finanziamenti comunali alle scuole d’infanzia paritarie private. Ieri il consiglio comunale si è ritrovato in maniche di camicia, con il costume da bagno già in valigia, a votare sul da farsi. Cioè niente. Ci sono volute ben due lunghe sedute consiliari per appurarlo. Leggi il seguito di questo post »

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Ultimo comunicato del Nuovo Comitato Articolo 33

Posted by comitatonogelmini su 30 luglio 2013

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di Nuovo Comitato Articolo 33
30 luglio 2013

 

Per oltre due anni ci siamo battuti per riuscire a dare ai bolognesi e alle bolognesi la possibilità di esprimersi su un tema molto importante: il diritto all’istruzione e la destinazione dei fondi comunali per la scuola.

In tutto questo tempo abbiamo costruito un percorso di partecipazione che ha visto coinvolte tantissime persone e che a Bologna e in Italia ha riacceso il dibattito intorno al tema della scuola pubblica, per troppo tempo trascurato e considerato secondario.

Nel corso della campagna referendaria il dibattito cittadino è stato animato da articoli sui giornali locali e nazionali, trasmissioni televisive e radiofoniche, incontri nei quartieri, nelle parrocchie, manifestazioni di piazza.

L’impresa referendaria che abbiamo realizzato è un meraviglioso esempio di azione partecipata e di democrazia dal basso che chiama in causa i vertici della politica cittadina. Come tale resterà nella memoria di chi vi ha preso parte e di chi ha dovuto subirla.

Il 26 maggio scorso 86mila bolognesi hanno inteso esprimersi sul tema in questione e sono andati a votare. Con il 59%, la maggioranza ha affermato che il diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine sarebbe meglio garantito se i fondi comunali attualmente stanziati per le scuole paritarie private venissero invece investiti nelle scuole comunali e statali.

Il risultato delle urne è chiaro, proprio come lo erano il quesito che interpellava la cittadinanza e le rispettive posizioni in campo.

L’obiettivo che ci eravamo prefissi dunque è stato raggiunto. Questa è l’ultima comunicazione del Nuovo Comitato Articolo 33 e la facciamo da qui, dalla Piazza che ci ha visti tante volte organizzare iniziative e che, ancora nelle 72 ore precedenti alla seduta del Consiglio di lunedì scorso, ci ha visti alternarci davanti all’ingresso del Comune nella veste di statue viventi, con una sola semplice richiesta: rispetto per il referendum.

Perché quello del 26 maggio è stato un referendum consultivo, che non vincola l’amministrazione e il Consiglio comunale, ma senza dubbio chiama in causa il rapporto politico tra gli eletti e il popolo bolognese. La cittadinanza si è espressa, ora tocca alla politica scegliere se ascoltarla oppure fare orecchio da mercante. La responsabilità di tale scelta appartiene a ciascun gruppo consigliare e alla coscienza di ciascun consigliere.

Da parte nostra, ci limitiamo a constatare che sulle politiche per l’istruzione, Bologna è oggi governata da una maggioranza PD-PdL: un segno che prefigura scenari da larghe intese, come già avviene a livello nazionale.

Se dal dibattito in Consiglio comunale risulterà che la classe politica bolognese non è disposta a recepire né in toto né in parte l’espressione dei cittadini e delle cittadine, e se davanti a tale presa d’atto non vi sarà alcuna conseguenza politica, allora l’ultima richiesta del Nuovo Comitato Articolo 33 è che l’intero Consiglio, maggioranza e opposizione, voti per la cancellazione dello strumento del referendum consultivo dallo statuto comunale di Bologna.

Mantenere uno strumento formale di consultazione della cittadinanza e poi ignorare ciò che emerge dall’esercizio di tale strumento democratico è un atto di ipocrisia istituzionale, oltreché uno spreco di risorse pubbliche. Si abbia il coraggio della coerenza e si agisca conformemente.

Il Nuovo Comitato Articolo 33 si ferma qui, riservandosi soltanto di verificare la legittimità degli atti emanati dal Consiglio e la loro conformità al regolamento comunale e alla Costituzione. Non si ferma invece la lotta per la scuola pubblica bolognese e italiana. Tanto meno si cancellerà dalla memoria dei bolognesi la considerazione per il loro pronunciamento di cui il ceto politico avrà dato prova. Potete stare certi che, comunque vada, noi non perderemo occasione di ricordarglielo.

Bologna non dimentica.

Grazie a tutti e tutte coloro che hanno condiviso il nostro cammino e questa straordinaria esperienza politica.

Arrivederci nelle lotte.

Nuovo Comitato Articolo 33, Bologna, 29 luglio 2013.

 

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L’Invalsi è un treno impazzito…

Posted by comitatonogelmini su 13 luglio 2013

treno
di Vincenzo Pascuzzi
13 luglio 2013

«L’Invalsi è un treno impazzito, che procede senza rendersi conto che a volte ci sono segnali gialli e rossi che invitano alla prudenza o all’arresto! Possibile che sia… impossibile darsi una “pausa di riflessione”?» Così si sfoga Maurizio Tiriticco su facebook! [vedi qui]

Nessun padreterno. “I test Invalsi non sono il giudizio di Dio” ha detto il ministro Carrozza. Meno male! Di conseguenza, l’Invalsi non è Dio, né i vertici dello stesso Invalsi sono padreterni. Certo, già si sapeva, ma conforta la autorevole conferma. Però forse l’Invalsi si considera depositario di una qualche sua religione, altrimenti il ministro non avrebbe aggiunto che bisogna “uscire da una logica di guerre di religione” sulla valutazione. Comunque l’ordalia sembra citata impropriamente.

Nord e Sud. Subito stampa e media ripropongono il confronto effimero e scontato tra nord e sud. Meglio il nord del sud, ma si sa da sempre ed è in relazione alla condizione economica, alla povertà. E poi il confronto dettaglia bravi e meno bravi fra nord-est, nord-ovest, sud adriatico, centro, Friuli, Veneto, ecc. fino a Puglia e Basilicata. Quasi che la bravura a scuola – secondo i test in questione – sia una caratteristica geografica, climatica, agricola, o ambientale (v. le cipolle rosse di Tropea, le ciliegie ferrovia del barese, il tartufo bianco di Alba, ….). Forse non ha proprio senso, è controproducente, classificare le scuole in base alle loro classi e poi le regioni o le zone in base alle loro scuole. Ci si dimentica che Invalsi testa due sole materie o discipline, cioè il 20% circa della didattica, e lo fa a prescindere dal tipo e dall’indirizzo della scuola.

E la sufficienza? E poi, oltre alla classifica relativa nord-sud e regione per regione, né Invalsi, né Miur hanno indicato nessun livello di riferimento per la sufficienza e la accettabilità delle preparazioni testate. In altre parole: scuole e regioni che stanno indietro, rispetto ai mitici nord-est e nord-ovest, raggiungono almeno la sufficienza oppure no? Idem per le scuole e le regioni che stanno avanti, Trentino e Friuli compresi.

E i costi? Anzi il rapporto costi/benefici? Bisognerà pure contabilizzare i costi dell’operazione Invalsi, inclusi quelli scaricati – graziosamente e d’autorità – sulle scuole e sugli insegnanti, incluse le 2 giornate di scuola sottratte a circa 3 mln di ragazzi. E poi quali sono i benefici? Il Trentino e il nord-est gratificati? Alcune regioni alla gogna? Al più, il rapporto Invalsi è diagnostica parziale, coatta, diffusa o a tappeto, ma nessuno indica o provvede alla terapia conseguente.

E la dispersione? Nessuna iniziativa efficace e credibile per ridurre la dispersione. Problema questo importante e gravoso, messo in ombra e parcheggiato, mentre all’Invalsi viene assegnato un binario veloce (per restare in ambito ferroviario) o una corsia preferenziale sgombra e un’auto blu munita di lampeggiante e sirena. Eppure ridurre la dispersione migliorerebbe sicuramente la qualità della scuola. Questo nessuno lo può negare. E la dimensione della dispersione (20% o poco meno) non sta forse ai test Invalsi un po’ come l’evangelica trave alla pagliuzza?

Opacità e autoreferenzialità. È stato segnalato che manca trasparenza sia nella struttura Invalsi, che nella gestione dei suoi concorsi interni (qualcuno viene indicato come “sospetto”) e anche nella preparazione e scelta dei test. Non sono certo sufficienti le rassicurazioni di Roberto Ricci, né che Daniela Notarbartolo garantisca: «Dietro le prove c’è uno studio accuratissimo. E ogni quesito viene sottoposto a un pre-test severissimo». Tanto che Giorgio Israel – solo uno degli autorevoli e noti contestatori critici dell’Invalsi – lamenta l’assenza di risposte, l’impossibilità di confronto e parla di “Invalsi autoreferenziale: anzi le loro parole sono le tavole del Sinai. Ribadiscono imperterriti di aver fatto il meglio nel miglior modo possibile, tappandosi, occhi, orecchie, ed anche il cervello”. [vedi qui] È poi singolare che i test debbano essere effettuati in sincronia in tutte le scuole e siano gli stessi per tutti. Mike Bongiorno almeno proponeva: “Quale busta vuole? La uno, la due o la tre?”

Approccio coatto. Perché costretti per legge e imposti a scuole, docenti e studenti? Con conseguenti mugugni, accettazioni rassegnate e di malavoglia oppure azioni di contrasto, scioperi, rifiuti, fino a sanzioni disciplinari? Qualcosa non torna. Miur non è in grado di proporre un più utile e civile approccio amichevole e condiviso, che induca davvero partecipazione, collaborazione e sinergia? 

Rapporto Invalsi SNV PN 2013

Rapporto Tecnico Invalsi SNV PN 2013

Sintesi Rapporto Invalsi SNV PN 2013

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Letta, Carrozza e il coraggio di essere umani

Posted by comitatonogelmini su 30 giugno 2013

inchiostro-macchia
di Giuseppe Aragno
da Fuoriregistro
30 giugno 2013

Insegnare non è una missione. Checché ne pensino i predicatori dell’Invalsi, la condizione materiale dei docenti può seriamente condizionare la qualità dell’insegnamento. Lo sostiene implicitamente l’ultimo rapporto Ocse sulla scuola che riconosce i meriti dei docenti italiani i meno considerati in assoluto e tra i peggio pagati nel mondo cosiddetto “civile”e rende loro l’onore delle armi.

I dati, infatti, per quel che riguarda la nostra scuola, sono così desolanti, che viene da chiedersi in quali condizioni verserebbe da noi oggi il sistema formativo, se gli insegnanti rendessero in proporzione di quanto ricevono, e con quale animo Carrozza, Rossi Doria e compagnia cantante prendano posto tra i loro colleghi ai convegni internazionali per parlare di valutazione.

Valutare chi e misurare cosa? Sono ormai 15 anni che da noi i numerosi, variopinti e ben pasciuti governi non spendono un centesimo bucato per migliorarla. Negli stessi 15 anni, la spesa annua per studente dei Paesi Ocse si è incrementata mediamente del 62 %. Se non siamo di fronte a una banda di sciuponi matricolati e i soldi, com’è ovvio, li spendono per migliorare, a conti fatti, dovremmo valere 62 punti meno degli altri. Il condizionale è d’obbligo, però, perché non è così, perché 15 anni non sono bastati a distruggere del tutto una scuola che valeva molto più di quanto i suoi governanti sapessero.

Dovremmo, ma non è così, perché qui c’è una classe docente che aveva ed ha ancora un alto livello di professionalità; un patrimonio che non è stato possibile sperperare del tutto nemmeno dopo quindici anni di politiche omicide, tese a far fuori la scuola per ridurre un popolo a docile bestiame votante e rassegnato esercito di giovani e disciplinati soldatini del capitale. Certo, la mediazione al ribasso dei sindacati confederali e l’inevitabile stanchezza della categoria un risultato l’hanno centrato: gli insegnanti, infatti, hanno rinunciato al conflitto e si limitano ormai a difendere la dignità. Errore, grave, limite pesante, ma anche esito fatale di una sconfitta della democrazia che non riguarda solo la scuola, ma la società italiana nel suo insieme.

Non bastasse, c’è un ulteriore elemento di sofferenza: quelli italiani sono gli insegnanti più vecchi dell’area Ocse e anno dopo anno le politiche da rapina per l’occupazione rendono il dato sempre più penalizzante: l’Italia, annota l’Ocse, ha docenti vecchie fatalmente stanchi, si potrebbe aggiungereperché “negli ultimi anni un numero relativamente limitato di giovani è stato assunto nella professione d’insegnante”. Se le astrazioni tipiche dei teorici alla Abravanel facessero i conti con i dati reali e l’esperienza che si fa sul campo, l’interesse per la misura del merito lascerebbe posto a quello per la valutazione del rischio: ancora un po’, infatti, poi, stanchi di tirare la carretta, i docenti manderanno a carte e quarantotto il sistema.

Se finora non è stato così, il merito non è dei signor nessuno che hanno governato la scuola. Se i dati Ocse meritano credito ed è vero che a confronto col 2000 gli “esiti per gli studenti quindicenni nella valutazione PISA 2009 sono risultati stabili nelle competenze di lettura” e rispetto al 2003-2006 “sono migliorati significativamente in matematica e in scienze”, beh, se tutto questo è vero, non ci sono dubbi: è accaduto nonostante la pessima qualità dei ministri, le interferenze di sedicenti esperti, il “delirio tremens” di economisti alla Giavazzi e la macelleria sociale di Berlusconi e Monti, costantemente sostenuti dai tradimenti di Bersani e soci.

Se la nostra classe dirigente avesse ancora un briciolo di dignità, c’è un punto del rapporto Ocse che avrebbe provocato la definitiva rinuncia all’attività politica e le irrevocabili dimissioni di una buona metà dei nostri politici, primo tra tutti Giorgio Napolitano. È il punto nel quale il rapporto Ocse annota secco e senza nulla concedere alla diplomazia: “Grazie alla dedizione del personale della scuola, l’azione di contenimento della spesa non ha nuociuto alla qualità della preparazione degli studenti, che anzi ha mostrato segnali positivi di miglioramento nei test OCSE-PISA”.

Come se nulla fosse accaduto, invece, Carrozza licenzia e Letta, che di scuola non sa e non vuole sapere, torna tronfio e trionfante dall’Europa delle banche e si presenta come l’uomo della Provvidenza. L’ennesimo venditore di tappeti non avverte la gravità dell’oragli mancano strumenti culturali e spessore politiconon sente il peso della sofferenza che spinge in piazza la protesta brasiliana e turca e non è in grado di andare oltre le scelte fallimentari imposte ai popoli dalla cieca avidità di classi dirigenti pronte alla guerra di classe.
Bisogna capirlo ora, o sarà tardi: la sola via per uscire davvero dalla crisi è quella che mette in gioco il capitale inestimabile prodotto dalla formazione dei giovani, una risorsa che non costa praticamente nulla, se non il coraggio di anteporre al mercato le infinite risorse della conoscenza. Nulla, solo il coraggio di tornare ad essere umani.

Scarica qui la sintesi del rapporto OCSE sull’Italia

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Test Invalsi di terza media: i testi e la griglia di correzione della prova 2013

Posted by comitatonogelmini su 17 giugno 2013

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di Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova
17 giugno 2013

L’Invalsi ha appena reso disponibili i testi delle prove di Italiano e di Matematica somministrate questa mattina in tutte le terze medie d’Italia.

Di seguito trovate i link per scaricare i testi delle prove e la griglia di valutazione necessaria per la correzione.

Nei prossimi giorni torneremo nel dettaglio dei quesiti con approfondimenti e commenti.

Avvertenza: anche in queste prove il testo è stato impaginato in cinque maniere diverse (modificando la numerazione delle domande) per evitare (o comunque rendere più difficile) la copiatura fra compagni di classe; quella che propiniamo è una di esse, nelle altre quattro versioni le stesse  domande sono state proposte con una numerazione differente.

Buon lavoro (si fa per dire…) …sperando che questo sia l’ultimo anno in cui i test Invalsi vengono “incastrati” nell’esame di stato che conclude il primo ciclo scolastico.

Il testo della prova di Italiano

Il Testo della prova di Matematica

La griglia di correzione della prova

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Appello alle forze politiche per il ripristino degli organici illegittimamente tagliati dal Governo Berlusconi- Gelmini

Posted by comitatonogelmini su 11 giugno 2013

per bologna 2 settembre

di Coordinamento Nazionale per la Scuola della Costituzione
11 giugno 2013

Come abbiamo più volte denunciato i tagli agli organici disposti dal Governo Berlusconi, oltre ad essere gravemente lesivi del regolare funzionamento della scuola, sono stati adottati dall’allora Ministra Gelmini con procedure disinvolte, dichiarate illegittime sia dal TAR Lazio sia dal Consiglio di Stato ( n. 4209 del 30/7/2011).
Ora il TAR del Lazio ha fissato per il 5 luglio l’udienza per la decisione del ricorso proposto da un gruppo di genitori e docenti con il patrocinio dell’Ass. “Per la scuola della Repubblica” per l’annullamento dei tagli agli organici disposti per l’anno scolastico. 2011-12; in vista di tale udienza il Ministero, su ordine del TAR, ha depositato gli atti comprovanti il procedimento illegittimo con cui ha agito la Gelmini; infatti, la ex Ministra , dopo aver predisposto uno schema di decreto che, come ha affermato la stessa Avvocatura del Ministero, non ha alcun valore giuridico, ha disposto i tagli agli organici senza alcuna regola predeterminata e senza alcun provvedimento formale, ma soprattutto senza aver coinvolto la Conferenza Unificata Stato – Regioni ed EE.LL, come stabilisce la normativa.
Dopo la sentenza del Consiglio di Stato del 2011 che ha censurato tale procedimento disinvolto della Ministra, dopo aver disposto i tagli “di fatto” in palese violazione della normativa che avrebbe dovuto rispettare, la Gelmini, ha cercato di ottenere una copertura da parte della Conferenza Unificata Stato – Regioni –EE.LL. Giustamente la Conferenza si è rifiutata di accettare “il fatto compiuto” ed ha chiesto l’avvio di un tavolo di confronto che però la Gelmini ha negato; di conseguenza la Conferenza ha espresso un parere negativo… La Ministra Gelmini non ne ha tenuto alcun conto.

Ora però il suo operato arrogante ed illegittimo è sub iudice davanti al TAR del Lazio.

Noi abbiamo contestato i provvedimenti di Gelmini;ora spetta alle forze politiche e alle istituzioni regionali e locali da lei palesemente snobbate,intervenire con fermezza per mettere in discussione i tagli operati dal Governo Berlusconi-Gelmini.

Ci rivolgiamo pertanto alle forze politiche che in campagna elettorale avevano affermato l’assoluta priorità della spesa per la scuola affinché promuovano tutte le più opportune iniziative per avviare quel confronto sulla determinazione degli organici che la Conferenza Stato Regioni- EE.LL aveva chiesto e che la Gelmini ha disatteso, convinti che se c’ è la volontà politica, si può intervenire per riadeguare gli organici della scuola alle reali esigenze del Paese; si tratta di scelta politica. Siamo convinti che per es. le risorse pubbliche devono essere utilizzate per la scuola pubblica e non per l’acquisto dei bombardieri F35!
Il Coordinamento Nazionale “Per la Scuola della Costituzione”, considerato che a questo punto, anche in vista della prossima udienza del TAR, spetta alle forze politiche ed alle istituzioni regionali e locali intervenire,confida in una loro sollecita iniziativa e si dichiara disponibile a tutta la necessaria collaborazione.
A tal fine chiediamo un sollecito incontro.

Coordinamento Nazionale “Per la Scuola della Costituzione

Il coordinamento è costituito da Ass.naz. “Per la Scuola della Repubblica”; Coord.scuole secondarie di Roma; Comitato Scuola della Repubblica di Firenze; Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova; Napoliscuole-Zona franca; Coordinamento Precari Scuola CPS di Napoli; Ecole, periodico; ALBA; Comitato bolognese Scuola e Costituzione; Fed.Sin-PRC; CPS-Roma; I.d.V; Per una nuova primavera per la scuola pubblica-Bologna; Comitato difesa Scuola Pubblica- Ferrara; SEL scuola; Ass. “Alternativa”- Lazio; Coordinamento Genitori Democratici Liguria; Ass.Non uno di meno- Milano; La scuola siamo noi- Parma; Assemblea Difesa Scuola Pubblica- Vicenza e CIP nazionale; Non rubateci il futuro- scuole elem. Roma; Gigliola Ciummei Corduas (presidente FNISM); CISP- Centro Iniziativa Scuola Pubblica- Roma; ASSUR- Associazione Scuola Ricerca Università; UNICOBAS; Assemblea genitori ed insegnanti delle scuole di Bologna e provincia; Politiche della conoscenza PRC provinciale di Savona; USB scuola; COOGEN- Torino; UDS  Unione degli Studenti; Giovani Comunisti- Roma; ReteScuole Crema; Associazione Scuola Daneo-Genova; Unità Democratica Giudici di Pace-RomaCommissione Scuola PRC di Milano; Coordinamento delle scuole di Ferrara e Provincia; Coordinamento Scuole savonesi

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La scuola al centro della politica costituzionale

Posted by comitatonogelmini su 10 giugno 2013

peanuts-scuolaJdi Stefano Rodotà
da La Repubblica
10 giugno 2013

Dal mondo della scuola, da Bologna e da Napoli, arrivano indicazioni significative per stabilire quale debba essere oggi la politica costituzionale, e che mettono in evidenza l’importanza delle iniziative dei cittadini e l’illegittimità di vincoli economici che possono pregiudicare i diritti fondamentali delle persone. Grandi questioni di principio entrano così, con la forza della concretezza, in una discussione costituzionale da troppo tempo confinata in astratte e rischiose operazioni di “ingegneria istituzionale”, con scarsa considerazione dei principi da rispettare e disattenzione crescente per le essenziali questioni dei diritti.
È ormai ben noto che un gruppo di cittadini bolognesi aveva promosso un referendum sul finanziamento pubblico alle scuole materne private, ricordando che l’articolo 33 della Costituzione riconosce il diritto dei privati “di istituire scuole senza oneri per lo Stato”. Veniva così messa in discussione una linea di politica scolastica nazionale e locale costruita negli anni da maggioranze diverse, che aveva aggirato la norma costituzionale riconoscendo ai privati cospicui finanziamenti.
Contro il referendum si era costituito un massiccio schieramento che vedeva insieme il Pd, il Pdl e la Curia. Sembrava così che il risultato fosse scontato. E invece contro il finanziamento si è pronunciato il 58,8% dei votanti, smentendo non solo le previsioni, ma pure l’accusa secondo la quale si trattava di una iniziativa estremista e minoritaria, che metteva in discussione il diritto dei bambini appartenenti alle famiglie più svantaggiate. Se, infatti, si analizzano i risultati del voto quartiere per quartiere, emerge con nettezza il fatto che il sostegno al referendum è venuto proprio dalle zone più popolari dov’è più forte l’elettorato di sinistra che, dunque, non si è allineato alla posizione ufficiale del Pd. Si è cercato di sminuire il significato del referendum insistendo sulla bassa affluenza alle urne (28,7%). Argomento debole, soprattutto in tempi di astensionismo generalizzato.
Ma il risultato bolognese si presta a riflessioni di carattere generale. La prima riguarda la fedeltà alla Costituzione e la voglia delle persone di impegnarsi in iniziative che difendono principi: e questa è una indicazione importante in una fase in cui si vuole avviare una stagione di riforme che rischia di mettere in discussione proprio aspetti fondamentali del testo costituzionale. La seconda si riferisce alla necessità di rispettare il risultato del voto referendario, anche se, come nel caso di Bologna, non ha valore vincolante. E, infatti, personalità eminenti del mondo cattolico, che si erano schierate a favore del mantenimento del finanziamento ai privati, hanno responsabilmente sottolineato la necessità di tenere comunque conto della volontà popolare.
La questione del rispetto dei risultati referendari non è nuova. Da due anni, da quando ventisette milioni di elettori votarono contro la privatizzazione dell’acqua, è in corso una guerriglia che vede istituzioni pubbliche impegnate nell’illegittimo tentativo di vanificare il risultato di quel voto. E negli ultimi tempi si è ripetutamente insistito sul fatto che, nel 1993, il 90% degli elettori votò a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, poi mantenuto in vita con diversi artifizi. Sembra, invece, essersi perduta la memoria di quei sedici milioni di cittadini che nel 2006, votando contro la riforma costituzionale approvata dalla maggioranza berlusconiana l’anno precedente, confermarono l’impianto della Costituzione, opponendosi a forzature che avrebbero accentuato i rischi della concentrazione autoritaria del potere. Vale il richiamo al referendum sul finanziamento ai partiti e non quello sulla fedeltà alla Costituzione? Due pesi e due misure? Certo, i risultati referendari non escludono la possibilità di riprendere in esame i temi affrontati e nella mozione appena approvata dalle Camere sull’iter delle riforme costituzionali si dice esplicitamente che un referendum sarà possibile. Ma, istituzionalmente e politicamente, è preoccupante la disattenzione per una opinione pubblica che ha ripetutamente mostrato un orientamento ostile alle semplificazioni autoritarie del sistema costituzionale e la sua attenzione ai principi che lo fondano.
Principi che non possono rimanere sulla carta e che, quindi, non possono essere messi tra parentesi con l’argomento dei vincoli imposti dalla crisi economica. È questo il grande significato di una decisione della Corte dei conti che ha giudicato legittima una decisione del Comune di Napoli anch’essa legata al funzionamento delle scuole. Che cosa aveva fatto il Comune? Aveva approvato una delibera che consentiva la nomina degli insegnanti necessari per il funzionamento delle scuole dell’infanzia e degli asili nido, delibera che formalmente si poneva in contrasto con i divieti imposti dal patto di stabilità ai Comuni con pesanti buchi nel bilancio. La questione era finita davanti alla sezione campana della Corte dei conti, che doveva appunto accertare la legittimità dell’iniziativa presa dagli amministratori napoletani. L’argomentazione del Procuratore regionale è molto netta: “I pur fortissimi diritti di contenuto economico e finanziario posti a salvaguardia dell’integrità dei bilanci pubblici non possono incidere sui diritti fondamentali della persona”. E qui le persone sono le bambine e i bambini che sarebbero stati privati proprio della possibilità di accedere ad un servizio essenziale, come quello scolastico, con evidente violazione del diritto all’istruzione, elemento costitutivo del diritto costituzionale al libero sviluppo della personalità. Nella delibera del Comune, peraltro, si affrontava anche il tema della riduzione di altre spese, non altrettanto indispensabili, per sostenere quelle relative all’assunzione degli insegnanti.
Sulla base di una dettagliata analisi delle norme vigenti e degli orientamenti delle corti italiane e europee viene così messa radicalmente in discussione la subordinazione dei diritti fondamentali alla logica economica, che sembra essere divenuta l’unica norma di riferimento del tempo che viviamo. Si blocca così una deriva che ha portato a vere e proprie sospensioni delle garanzie costituzionali. Il caso napoletano dovrebbe allora imporre un riflessione generale ad una politica disattenta e che sembra non più attrezzata per affrontare questioni di tale portata. Che però non possono essere eluse, perché intorno ad esse si costruisce quella politica costituzionale di cui sempre più si avverte il bisogno.
La scuola pubblica, scriveva Piero Calamandrei, è “organo costituzionale”. Quella definizione torna alla mente perché da lì, dal luogo dove principi fondativi e formazione civile s’incontrano, viene oggi una spinta forte per uscire dalla regressione nella quale stiamo sprofondando e per indicare alla politica l’orizzonte largo nel quale deve muoversi per recuperare credito e nobiltà.

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Una cena di classe normale ma diversa

Posted by comitatonogelmini su 9 giugno 2013

cenadi

di Alberta Pierobon
da Il Mattino di Padova
9 giugno 2013
Cena di classe di un istituto superiore padovano. Sala di una pizzeria in zona Tre Garofani. Una serata che cambierà tutti

PADOVA. Cena di classe di un istituto superiore padovano. Sala di una pizzeria in zona Tre Garofani. Una tavolata con una trentina di diciassettenni festanti e alcuni prof. inonda di decibel oltre l’umana soglia gli altri clienti, sbuffanti. In particolare due amiche di mezza età, sedute proprio accanto agli studenti, non protestano ma ripiegano su una mimica facciale più esplicita di un’invettiva. Fino a che.

Fino a che un ragazzetto si alza in piedi.

Prima di raccontare il seguito, va detto che il ragazzetto arrivava da un’altro istituto superiore, quando ha cominciato l’anno in quella classe. E che il suo iter scolastico prevede l’insegnante di sostegno: difficoltà nell’apprendimento e altro, e oltre, anche se la vera battaglia, quella che a scuola può fare vittime, è sul fronte dell’inserimento tra i pari.

Si alza in piedi, quel ragazzetto e, nella confusione, alza la voce. Non è abituato, non è da lui. Esagerato, grida forte. «Ssssst, devo dire una cosa». Si zittiscono tutti, la tavolata e l’intera pizzeria. «Voglio dire una cosa. Da quando ho cominciato ad andare a scuola, dalla prima elementare, solo in questa classe per la prima volta mi sono sentito accettato per come sono». Tutto d’un fiato l’ha detto. Poi di botto si è seduto. Attorno un silenzio stranito. Lungo, denso. Lo interrompono l’insegnante di sostegno che scoppia a piangere sorridendo e i compagni che applaudono il loro strambo amico. E via, chi un abbraccio, chi una pacca, chi una battuta. Qualcosa è cambiato dentro la sala, non tanto per i ragazzi quanto tra gli altri presenti che restano in silenzio, avvolti da quell’esternazione: una frase semplice, normale e diretta che è diventata un pensiero forte per ciascuno e un’emozione collettiva. Un piccolo miracolo in pizzeria, che ha fatto tornare a casa più di qualcuno un po’ diverso da come era arrivato. Diverso, appunto.

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5,4 miliardi in armamenti a danno pure dell’istruzione

Posted by comitatonogelmini su 2 giugno 2013

carro armato

di Pasquale Almirante
da Tecnica della Scuola
2 giugno 2013

Non solo F35. Nella lista di tutti gli armamenti della nostra Difesa ci sono 5,4 miliardi in un anno, con un bilancio complessivo di 17miliardi tolti dai fondi per lo Sviluppo e l’Istruzione 

Il Fatto Quotidiano”, in occasione della parata militare del 2 giugno, dice che le spese militari italiane quest’anno ammontano a 17,64 miliardi di euro, con cui si coprono i costi del personale (9,68 miliardi per gli stipendi di 177.300 persone) e quelli per la manutenzione di infrastrutture e mezzi (1,55 miliardi). Il resto serve a finanziare le missioni militari all’estero (un miliardo nel 2013, per due terzi destinati alla guerra in Afghanistan) ma soprattutto l’acquisto di nuovi aerei e navi da guerra, nuovi carri armati e nuove bombe, per un spesa totale che quest’anno sfiora i 5 miliardi e mezzo di euro.
Più che per la difesa, dice il giornale, questi soldi escono dalle casse statali per le ambizioni che animano i nostri generali, oltre che dagli interessi economici dell’industria bellica.
Dei 5,4 miliardi di spesa in armamenti per quest’anno, 3,18 miliardi provengono dalle casse della Difesa ma 2,18 miliardi sono fondi del ministero per lo Sviluppo Economico (che inoltre finanzia per intero le missioni all’estero) e 42 milioni provengono addirittura del ministero dell’Istruzione.
A scuola, università e ricerca – cui la neoministro Maria Chiara Carrozza ha appena risparmiato tagli per 75 milioni – quest’anno vengono sottratti, tramite il Cnr, 50 milioni di euro (5 quest’anno e il resto nel prossimo biennio) per l’acquisizione di una nave da guerra che servirà a fornire supporto alle forze speciali e a soccorrere i sommergibili. Altri 97 milioni (37 quest’anno e 30 ognuno dei prossimi due anni) sono destinati dal Miur, attraverso l’Agenzia spaziale (Asi), al cofinanziamento del programma satellitare militareCosmos-Skymed: nello stesso triennio la Difesa sborserà da parte sua solo 27,5 milioni. Questo programma prevede per la sua prosecuzione nei prossimi cinque anni che, accanto ad altri 175 milioni a carico della Difesa, il ministero dell’Istruzione sganci altri 330 milioni di euro: cifra per ora non disponibile e quindi momentaneamente congelata.”
Oltre ai programmi di riarmo, pubblica ancora Il Fatto, cofinanziati da ministeri civili, ci sono poi tutti quelli esclusivamente a carico della Difesa tra i quali l’acquisizione dei famosi cacciabombardieri F-35.
Per dotarci di novanta di questi costosissimi velivoli (giudicati dallo stesso Pentagono inaffidabili e inferiori a qualsiasi potenziale aereo nemico) spendiamo mezzo miliardo quest’anno 535,4 milioni, l’anno prossimo e quello dopo 657,2 milioni. Nei prossimi dieci anni il programma F-35 ci costerà altri 10 miliardi secondo la Difesa, almeno 15 miliardi secondo stime indipendenti, senza tenere conto degli incalcolabili costi di manutenzione.
Una spesa irrinunciabile – secondo il capo di stato maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli – per non essere “esclusi” dai futuri interventi militari all’estero. Come se fosse quello il terreno di confronto per misurare il progresso e il prestigio della nostra Repubblica. Quella stessa Repubblica di cui – in uno dei suoi messaggi alla nazione – Pertini ebbe a dire: ”Si svuotino gli arsenali e si colmino i granai!”

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