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Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

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Il Coordinamento nazionale a sostegno della Legge “per una Buona scuola per la Repubblica” scrive al Presidente Mattarella

Posted by comitatonogelmini su 16 febbraio 2015

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di C0mitato a sostegno della Legge Popolare “per una buona scuola per la Repubblica”
16 febbraio 2015

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Al signor Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
c/o Palazzo del Quirinale
00187 – Roma

Egregio Signor Presidente,
nel complimentarci con Lei per l’elezione a Capo dello Stato, desideriamo innanzitutto porgerLe i nostri più sinceri e calorosi auguri di buon lavoro.
Ascoltando il suo primo discorso a Camere riunite, abbiamo particolarmente apprezzato l’attenzione che ha voluto riservare al diritto allo studio e al futuro dei nostri studenti: “garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro“.

Chi le scrive rappresenta il Coordinamento nazionale a sostegno della Legge di Iniziativa Popolare “Per una buona scuola per la Repubblica”, un insieme che raccoglie attorno a sé decine di migliaia di cittadine e cittadini, insegnanti, studenti, genitori, tecnici di laboratorio, collaboratori scolastici, personale amministrativo, studiosi ed esperti, da sempre fermamente impegnati nella promozione dei valori e dei princìpi incarnati dalla scuola pubblica così come disegnati dalla nostra Costituzione: una scuola accogliente, aperta a tutte e tutti, inclusiva, capace di confrontarsi con le migliori tradizioni europee, garanzia di uguaglianza e pari opportunità nella formazione delle nuove generazioni. Un vero e proprio Organo Costituzionale, come ebbe a definirla l’indimenticabile giurista Piero Calamandrei.

Il nostro impegno per la scuola della Repubblica ci ha portati ad elaborare collettivamente, una Legge d’Iniziativa Popolare nata direttamente dalla passione e dalla sensibilità di chi studia e lavora nelle scuole del nostro Paese: quell’articolato, sottoscritto in modo certificato da oltre 100.000 elettori dieci anni fa, fu affidato a chi è delegato dal popolo a fare approvare le leggi; purtroppo nelle due legislature da allora trascorse, non venne mai discussa.

Riconoscendone ancora oggi l’importanza e l’attualità, negli ultimi mesi, parlamentari di tutte le forze politiche ne hanno riproposto il testo, opportunamente aggiornato: “Norme generali sul sistema educativo d’istruzione statale nella scuola di base e nella scuola superiore. Definizione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di nidi d’infanziaquesto è il titolo del disegno di legge che ne è seguito, presentato sia alla Camera (Ddl 2630, 12/9/2014) che al Senato (Ddl 1583, 2/8/2014), primi firmatari, rispettivamente, Paglia e Mussini.

E’ ormai di dominio pubblico l’intenzione del Governo di procedere, per il riordino del nostro sistema scolastico, conun decreto in cui ci starà dentro tutto quello che riteniamo utile per la scuola italiana. Lo strumento del decreto ci consente di fare tutto in fretta perché sono molte le riforme che vanno in Parlamento ma poi si perdono in quella palude, quindi non si conclude mai una riforma utile della scuola” (Davide Faraone, sottosegretario alla pubblica istruzione, nel corso della trasmissione radiofonica Fahrenheit, canale pubblico Rai 3, 13 febbraio 2015)

Ci chiediamo e chiediamo a Lei, unica Istituzione legittimata a giudicare in tal senso, se su una materia così complessa e di interesse generale, sia giustificabile il carattered’urgenza e di straordinaria necessitàdell’annunciato decreto legge.

Sull’uso abnorme della decretazione d’urgenza Lei si è già opportunamente espresso nel suo discorso di insediamento e già ebbe modo di esprimersi a proposito della Riforma Gelmini (L. 133/2008) quando scrisse: “Ma il vero colpo di mano, sostanziale, sta nell’aver deciso una questione di questa portata con decreto legge: con poche righe viene travolto l’ordinamento, il modo di essere di un intero settore scolastico fondamentale. In questo modo si è riusciti a eludere confronto, discussione e un vero esame parlamentare”.

Come non essere d’accordo!

Siamo francamente convinti che la nostra proposta di legge, unitamente a quella prefigurata dal Governo, potrebbe avviare in Parlamento un fruttuoso e approfondito confronto, al fine di giungere ad una necessaria e peraltro attesa riforma del nostro sistema scolastico. Dopo i tanti insuccessi del passato, sarebbe più che auspicabile far sì che i rappresentanti del popolo che siedono in Parlamento progettassero il futuro della scuola con quanti, in essa, operano e vivono ogni giorno.

Il Governo, viceversa, pare intenzionato ad includere nel decreto annunciato, non solo la regolarizzazione del personale precario imposta dalla recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 26 novembre 2014unico aspetto dove il carattere d’urgenza appare indubbiamente giustificatoma anche “tutto ciò che si riterrà utile per una riforma della scuola.

Ci appelliamo pertanto al Suo ruolo di Garante della Costituzione e alla Sua sensibilità istituzionale perché intervenga nei modi che riterrà più opportuni, al fine di evitare il rischio di una palese forzatura nell’uso della decretazione d’urgenza inibendo in tal modo anche le istanze di partecipazione dei cittadini.

Auguri di buon lavoro, signor Presidente.

per il Coordinamento nazionale a sostegno della Legge “per una Buona scuola per la Repubblica”:
Antonia Baraldi Sani, Marina Boscaino, Giovanni Cocchi
15 febbraio 2015

Per sottoscrivere questa lettera

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“Una scuola da rifare, lettera ai genitori” di Giuseppe Caliceti

Posted by comitatonogelmini su 3 maggio 2011

di Giuseppe Caliceti
3 maggio 2011

“Tre mesi di vacanza, eh? Bel lavoro l’insegnante!” Questa è la battuta che a  fine anno scolastico tanti docenti italiani sopportano. A inizio anno, invece:  “Le vacanze sono finite anche per voi, eh? Era ora che iniziaste a lavorare!”
Dal 2008 se ne è aggiunta un’altra: “Adesso ci pensa il Ministro all’Istruzione  a farvi lavorare!” Ti verrebbe da dire: come ti permetti? Poi lasci perdere.quasi. E’ vero, sono battute. Ma nascondono quello che pensa oggi la maggior parte degli italiani.

Quando iniziai a insegnare, più di venticinque anni fa,  non era così. C’era più rispetto per i docenti. C’era un patto di fiducia tra  insegnanti e genitori. Ora questo patto si è rotto. A volte ho tentato di  difendermi, di spiegare. “Le lezioni non si improvvisano, bisogna prepararle.  Il mio lavoro non inizia e si conclude in aula. Anche quando gli studenti sono  in vacanza, io continuo ad andare a scuola. E con la nuova riforma della scuola
io ci guadagno, sono i tuoi figli a perderci. E personalmente sono favorevole al cartellino per i docenti: perchè tutti sappiano quanto lavoriamo”.

E ho tentato di parlare di responsabilità. Di autoformazione. Di psicologi, assistenti sociali, medici, psichiatri, docenti: le professioni più usuranti della nostra epoca. Cosa ricevevo in cambio? Sorrisi.

Così ho deciso di scrivere “Una scuola da rifare”. L’ho scritto sotto forma di una lunga lettera ai genitori degli alunni. Per spiegare perchè i docenti non sono fannulloni.
Per raccontare un poco di quello che fanno oggi i loro figli a scuola. Per far capire come è cambiata la scuola primaria oggi: dal mio punto di vista, dopo la scure infinita dei tagli sulla scuola, in peggio.

Ma per parlare ai genitori anche della scuola che abbiamo abbandonato. E di quella che vorrei. Nel 2008 le piazze si sono riempite di migliaia di docenti e genitori che protestavano  contro lo smantellamento della scuola pubblica. A distanza di diversi mesi, mi sono chiesto, cosa rimane di quella protesta? E – soprattutto – cosa rimane della scuola pubblica?

Ho cercato di rispondere a queste domande e di analizzare lo stato di salute della nostra scuola. L’ho fatto alternando le mie opinioni personali a quello dell’insegnante con il suo bagaglio di storie dove i protagonisti sono gli alunni. Non si tratta solo di un libro sull’orgoglio docente. Ho cercato di parlare anche di maestri come don Milani, Gianni Rodari, Loris Malaguzzi, Mario Lodi.

Ho cercato di difendere la scuola pubblica italianauna delle migliori al mondo per qualità di insegnamento prima della controriforma Gelmini: la prima in Europa (ora siamo al tredicesimo posto), la quinta nel mondo. A tratti ho provocato anche i genitori degli alunni, ricordando loro che l’istruzione primaria non è una bambinaia che tiene impegnati i loro figli per qualche ora al giorno, ma è il momento fondamentale della loro formazione. Una formazione che va oltre le continue riforme, i ridimensionamenti di materie e personale docente, la fatiscenza delle strutture scolastiche. Una formazione che da sempre deve insegnare la condivisione.

Alla fine ho pensato bene di scrivere un decalogo della scuola che vorrei. Eccolo:

La scuola che vogliamo
1 Laica, gratuita, libera, solidale
2 In cui si sta bene insieme
3 Che aiuti i nostri figli a diventare adulti felici e responsabili
4 Sulla quale lo Stato sappia investire come una risorsa
5 Che valuti l’apprendimento, ma che tenga conto anche delle emozioni
6 In cui i nostri figli imparino a lavorare insieme
7 Proiettata verso il futuro
8 Basata sul metodo delle domande e della ricerca
9 In cui i docenti siano preparati e si ricordino di essere stati bambini
10 Vogliamo una scuola senza paura di sbagliare e senza fretta: neppure di diventare grandi.

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Veneto – Il caso Bibbia: lettera di un genitore

Posted by comitatonogelmini su 4 febbraio 2011

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
4 febbraio 2011
Dopo la lettera dell’assessore regionale Donazzan ai dirigenti scolastici, un genitore contatta GraficaVeneta (la ditta che dovrebbe stampare e donare i volumi della Bibbia) e pone alcune domande…

 

Gentile Dott. Dicensi,

a nome di molti genitori di diversi Istituti Comprensivi del padovano, La prego di farsi latore presso il Vs Presidente della seguente richiesta:

vorremmo sapere se GraficaVeneta donerà le copie della Bibbia che la Regione dovesse ordinare in base alle richieste pervenute dagli Istituti Comprensivi del territorio regionale (invitati con una circolare di poco prima di Natale a dare dei numeri entro il 28 gennaio) o se emetterà fattura.

E, se fosse possibile, vorremmo conoscere l’entità della donazione o della fattura e il numero di copie.

Avendo chiamato questa sera credo di aver capito che non siete nuovi a fare donazioni (vedi opuscolo per gli alluvionati) e ci sembra lodevole. Da genitore posso dire che le nostre biblioteche di plesso languono sempre. I libri sono un bene prezioso quanto costoso. Includeteci dunque nei Vs piani di promozione aziendale negli anni a venire! Sono sicura che dialogando con i presidi o gli insegnanti potranno dirVi quali testi potrebbero arricchire i nostri ragazzi e non siamo in grado di dare loro.

Fuor di polemica, mi creda: la Bibbia è un libro fondamentale della nostra cultura, l’Antico testamento poi unisce addirittura le 3 grandi religioni! Eppure una per plesso basterebbe a nostro avviso – visto il numero elevato di bambini che frequentano il catechismo e devono dunque avere questo testo a casa. La Costituzione invece, per esempio, manca da tutti: laici, cattolici, stranieri.

Grazie per l’attenzione e resto in attesa di un cenno di risposta

Debora Casalini

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L’undicesimo comandamento

Posted by comitatonogelmini su 14 novembre 2010

di Giulietta Poli
insegnante di scuola primaria
Padova
13 novembre 2010

 

Il prossimo 20 novembre cadrà il 21° anniversario dell’approvazione della Convenzione Internazionale dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti e sarà altresì, per decisione delle Nazioni Unite, la Giornata Internazionale dei Diritti di tali Soggetti.

Perché di Soggetti attivi portatori di diritti e di cittadinanza trattasi.

Il nostro Paese è ancora ben lungi dall’aver recepito (ed attuato!) una politica reale in materia d’Infanzia.

 Non mi voglio accodare al trenino mediatico che, in barba alla Carta di Treviso ed al Codice Deontologico dei giornalisti, si è soffermato, reiteratamente e con sconvolgente dovizia di particolari, sui recenti fatti di cronaca con per protagonisti minori, dalle “ragazze immagine” che deambulano per i palazzi del potere a quelle vittime di atroci delitti e violenze.

Evidentemente siamo un popolo in preda ad incontenibili attacchi di voyerismo collettivo, di malsana curiosità, tanto da organizzare peripli sui luoghi dell’orrore. E qui mi fermo.

Siamo un Paese ricco, per fortuna, di attivisti: animalisti, ecologisti, pacifisti, ambientalisti …..; ne discutevamo con un’amica dell’Unicef: mai sentito il neologismo (chiedo scusa all’Accademia della Crusca!): BAMBINISTI …….

Basta fare un po’ di sano zapping per i vari canali televisivi, sia della Rai che di Mediaset, per rendersi conto, con raccapriccio, dico io, di quale è l’utilizzo che la tv fa dei nostri bambini e dei nostri ragazzi.

Non è questione di essere  moralisti, giacché tale non sono; un breve excursus è d’obbligo.

Bambine e ragazzine agghindate come showgirls e veline che si dimenano in movimenti assolutamente poco consoni alla loro età.

Bambini e ragazzini abbigliati come uomini adulti o come popstars.

Canterini minorenni che si esibiscono in canzoni che per il testo, per la tonalità, per la modulazione,  non sono confacenti né alla loro età, né al loro timbro vocale e, quindi, ad una corretta alfabetizzazione musicale.

Il tutto dinnanzi ad una platea  (di adulti e minori!) esagitata da Festivalbar.

 Bambini e bambine trattati come buffi pagliaccetti in performances che suscitano l’inaudita ilarità del pubblico (e del conduttore!).

Angioletti infanti che appaiono in  talk-shows o in pubbliche esibizioni del dolore dispensando petali di fiori, strasses  o palloncini con musichette celesti di sottofondo.

Bambini sofferenti o infermi esibiti con una noncuranza che ha dell’incredibile da conduttori che assumono una dolente espressione di circostanza.

Che poi i dati di autorevoli ricerche ci pongano all’ultimi posti fra i paesi Ocse per gli investimenti in materia di educazione e di cultura è del tutto ininfluente.

Che sussistano in Italia gravi sacche di povertà, di disagio, di sfruttamento minorile è, ovviamente, ininfluente.

Che la nostra Scuola Pubblica si sia trasformata in una negletta Cenerentola delle scuole private e/o paritarie è, ancora, ininfluente.

Che il nostro sistema scolastico si sia convertito in una realtà classista e discriminatoria nella quale i bambini e ragazzi se “diversi” (leggi “diversamente abili”, “zingari”, migranti o, più semplicemente, “poveri”)  sono diventati una zavorra, un bubbone da estirpare, da non prendere in attenta considerazione, pure questo è totalmente ininfluente.

Queste tipologie  di minori sono, di fatto, escluse, da qualsivoglia patto di cittadinanza; gli altri, i minori “normali” sono comunque una categoria a rischio, i cui diritti di tutela e di privacy sono aleatori ed incerti.

Quindi: Buon 21° Compleanno Convenzione sui Diritti;  il Bel Paese ti festeggia felice!

A proposito: quale sarà mai  l’11° Comandamento dimenticato fra i rami del roveto ardente?

NON TOCCARE I BAMBINI (acciocché tu abbia lunga vita sopra la Terra)!

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Razzisti cioè cattivi

Posted by comitatonogelmini su 25 novembre 2009

 

di Alessandro Portelli
da “Il Manifesto
del 24 novembre 2009

 

E’ proprio vero che siamo un paese di poeti santi e navigatori. Solo in un paese di geni assoluti poteva essere concepita l’idea, scaturita dalla fervida immaginazione di un paese del bresciano, di lanciare di qui a Natale una campagna di pulizia etnica e chiamarla “White Christmas.” La trovo un’idea entusiasmante. In primo luogo, perché spazza via tutte le menzogne mielate di quando ci raccontavano che a Natale siamo tutti più buoni: prendere spunto dal Natale per diventare più cattivi, e farlo in nome delle nostre radici cristiane mi pare un’operazione liberatoria di verità assolutamente ammirevole. Altro che cultura laica.
Qualche anno fa, quando il mio quartiere scese in piazza per impedire il trasferimento in zona di qualche famiglia rom, una compagna disse: “Non è razzismo, è cattiveria.” Scrissi allora, e mi ripeto: non distinguerei fra le due cose (il razzismo è cattiveria), ma trovo giusta questa parola, “cattiveria”, così elementare da essere caduta in disuso, perché qui è proprio l’elementarmente umano che è in gioco.
D’altra parte, un esimio leghista ministro della repubblica aveva già proclamato che bisognava essere cattivi con gli esseri umani non autorizzati. Disciplinatamente, fior di istituzioni democratiche eseguono: sbattono fuori dalle baracche i rom a via Rubattino a Milano e al Casilino a Roma e i marocchini braccianti in Campania, incitano i probi cittadini dei villaggi lombardi a denunciare i vicini senza documenti, premiano con civica medaglia intitolata a Sant’Ambrogio gli sgherri addetti ai rastrellamenti dei senza diritti. Fini dice che sono stronzi: no, non sono solo stronzi, sono malvagi.
Su un piano più leggero, trovo altrettanto geniale proclamare che l’operazione si fa in nome dell’incontaminata cultura lombarda e bresciana  – e chiamarla con un nome inglese, per di più orecchiato da una canzone e un  film americano.  Non si potrebbe trovare un modo migliore per prendere in giro tutta la mitologia lombarda delle radici e della purezza culturale. Non è solo una bella presa in giro di quelli che mettono nomi lumbard sui cartelli all’ingresso dei paesi. Ma è anche un modo per ricordarci che non esiste cultura più paesana, più subalterna e più provinciale di quella che finge un cosmopolitismo d’accatto.

E infine, la trovata dell’inglese è una spietata denuncia dell’ipocrisia razzista. Dire “bianco Natale” significava mettere troppo in evidenza il colore della pelle, perciò lo diciamo con una strizzata d’occhio – dire le cose in inglese, non solo in questo caso ma più in generale ormai, significa dirle ma non dirle, è la nuova forma della semantica dell’eufemismo. E poi, “Christmas” invece di Natale: e hanno ragione, il nostro tradizionale Natale è sempre più sovrastato dall’americano Christmas, lasciamo perdere il misticismo e corriamo a fare shopping.
Aveva proprio ragione la mia amica appalachiana che diceva, “noi poveri di montagna non sognavamo un bianco Natale. Se nevicava, era più che altro un incubo”. Io non so che Natale sognino i senza documenti del bresciano, dopo questo bell’esempio di cristianesimo. La cosa che immagino è che, cacciati dal villaggio, gli stranieri sbattuti fuori di casa andranno a dormire in una stalla e faranno nascere i loro clandestini bambini in qualche mangiatoia.

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Sostegno a Simonetta Salacone!!!

Posted by comitatonogelmini su 18 novembre 2009

 

La Buona Scuola

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo documento che gira tra ispettori/dirigenti di “buon senso” in sostegno di Simonetta Salacone, dirigente del 126° Circolo di Roma  “Iqbal Masih” e tra gli artefici del Comitato “Non rubateci il futuro”, in prima linea contro lo smantellamento della scuola pubblica, ma proprio per questo sotto procedimento disciplinare.

Simonetta Salacone è sotto procedimento disciplinare per aver attuato due principi costituzionali: la libertà d’insegnamento dell’art. 33 e l’autonomia scolastica  riconosciuta dal nuovo Titolo V  (art. 117).

Simonetta Salacone ha fatto la storia della scuola elementare, da sempre costruendo una scuola di qualità in un quartiere popolare, recentemente affermando e difendendo le buone ragioni del tempo pieno dall’assalto dei guastatori di tutte le specie.

Simonetta Salacone è la storia della scuola elementare di eccellenza, –  che resterà nel tempo e che non potrà mai essere distrutta dall’azione reazionaria e meschina di un ministro o dei suoi servi sciocchi.

Ma nel breve periodo può essere umiliata e offesa.

Non per quello che è – e che non può essere scalfito – ma per quello che rappresenta: la vitalità creativa della buona scuola, la sua autonomia e la sua capacità di rispondere selettivamente ai bisogni di tutti e di ciascuno, ponendosi per ciò stesso in conflitto con l’autoritarismo bieco e ottuso del regime incombente che vuole tutti ubbidienti e supplici.

Perciò difendo Simonetta.

Non tanto e non solo per l’atto che le viene contestato, e che non mi interessa qui neanche prendere in considerazione, quanto e soprattutto per il significato di questo procedimento disciplinare. Che formalmente è contro di lei, ma che sostanzialmente è un attacco alla libertà di ricerca, sperimentazione e approfondimento culturale che la nostra scuola si è conquistata negli anni.

È un attacco a tutti noi che ancora crediamo in questa scuola e nella sua ragion d’essere.

Le parole forse non bastano, ma tacere è impossibile di fronte a tale pericolo.

Facciamo sentire la nostra voce, forte e chiara.

La scuola dell’autonomia e della libera ricerca è un bene che non può andare perduto.

Alberto Alberti    –  Roma, 14 novembre 2009

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Sognare l’impossibile…

Posted by comitatonogelmini su 8 novembre 2009

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di Claudia Fanti
7 novembre 2009
da www.edscuola.org

 

 

Carissime/i,

dove sta andando la scuola dei piccoli? Non si sa più, sta navigando a vista, sta procedendo giorno dopo giorno arrangiandosi, letteralmente abbandonata a se stessa. Non interessa più! E’ carta straccia, come carta straccia è la mole di lavoro condiviso da generazioni di maestre/i abituati ad arrovellarsi per condividere, creare percorsi interdisciplinari, per mettere in discussione il proprio modo di insegnare confrontandolo nei team. Valutazione, attenzione acquisita in materia di competenze, conoscenze, abilità, saperi, saper essere e saper fare, metodologie e didattiche cooperative, analisi delle discipline e dei nodi concettuali…puff! Rimane un pallido ricordo che quotidianamente deve affrontare l’abbandono economico, le ristrettezze di personale e materiali… sempre di più…sempre di più…I frammenti si frammentano fino a divenire polvere…

L’attenzione di esperti di settore, riviste specializzate e siti si è spostata su altri temi, quali l’orientamento, l’integrazione, la valutazione di sistema, l’uso della rete e via dicendo…Temi grandi che tuttavia non hanno più radici, in quanto non attecchiranno mai su una scuola elementare che è sparita, che è diventata un fantasma, che fluttua grazie soltanto alle buone volontà individuali messe a dura prova giornalmente dall’esigenza di supplire, tamponare, economizzare…Una scuola che rimpicciolisce, che non si aggiorna più, che accoglie raramente giovani supplenti spauriti, complessati di aver scelto un lavoro precario, senza sponde, senza riconoscimento sociale e culturale…giovanissimi che si trovano lì per caso quando il giro dei “vecchi” insegnanti è ormai giunto alla fine della possibilità di sostituire colleghi assenti per malattia con l’utilizzo delle compresenze.

I Collegi dei Docenti si accartocciano, si ripiegano in diatribe riguardanti il come organizzare l’inorganizzabile, il cosa fare per tirare la cinghia, non più un volo, non più un desiderio di approfondimento culturale…Collegi zittiti da politiche becere che impongono il silenzio, non certo con il manganello ma con qualcosa di ben più aggressivo: il disprezzo, il dileggio della scuola elementare, il non riconoscimento di anni e anni di dignitoso lavoro al servizio della comunità.

Ma che riforma è, che riordino è quello che dipende da un ministero ignorante, sottomesso alle scelte economiche del solo risparmio, buon sensista, qualunquista, propinatore di favolette per il popolo bue? Ogni giorno ce lo chiediamo e stringiamo i denti, perché ben poco d’altro ci resta da fare. C’è chi si rifugia nei libri, chi nel proprio ego convincendosi che il miglior modo di insegnare è il proprio e che le vicine e i vicini di aula sono poveretti “insapienti” e insipidi, c’è chi si ostina a chiamare in causa i sindacati, c’è chi cerca di non fare il maestro unico a tutti i costi studiando a tavolino il sistema per avere orari flessibili, attimi di scambio, poi si accorge che la cura è peggiore del male perché gli orticelli vengono comunque divorati da un seminativo globale che avanza desertificando tutto il resto…

Si è cominciato dalla desertificazione della scuola dei piccoli e via via l’espansione del peggio si ramifica verso quella dei meno piccoli, dei grandi e verso le loro famiglie speranzose, soprattutto quelle che non si rendono conto di ciò che succede tra i banchi di scuola, quelle che avevano creduto nella favoletta dei risparmi indolori, in un livello qualitativo migliore…Ci attendiamo già che le prove Invalsi del prossimo anno daranno risultati ottimi e abbondanti, tanto per consolare l’opinione pubblica.

Carissime/i, permettetemi una divagazione: avete avuto l’opportunità di seguire in TV la pubblicità in onore delle Forze Armate prima del 4 novembre? Avete notato la sfilata sorridente dei militari in mezzo alla gente che applaudiva, intenerita e benevola, addirittura pacche sulle spalle per incoraggiare i missionari di pace del nostro esercito?

Ebbene, per un attimo mi sono ingelosita e ho pensato: “Santo cielo, se una tale pubblicità progresso venisse fatta per il lavoro dei docenti, per sostenere il sapere, il suo valore…che bello!!!”

Va be’, è stato un momento di infantilismo, lo ammetto…ma lavorando con le bambine e i bambini si impara a sognare l’impossibile …

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Chissà se ora che è morta vi faranno leggere a scuola Alda Merini

Posted by comitatonogelmini su 5 novembre 2009

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di Doriana Goracci
da fuoriregistro

(Sono una piccola ape furibonda.)

Mi piace cambiare di colore.

Mi piace cambiare di misura.

Cari studenti delle scuole italiane, leggete ancora Ada Negri, mandate giù a memoria l’ Adelchi e anche qualche brano dei Promessi Sposi? La Ginestra vi hanno detto che non è solo un fiore forte e selvaggio? Oggi vi dico, pretendete che vi facciano leggere Alda Merini, che la biblioteca della scuola abbia i suoi libri di poesia, da comprare con la cassa comune, cercate come un tesoro notizie della sua vita, ne scoprirete tante di gemme.
Voi copiatela, scopiazzatela , rubate le frasi, scrivetele sui diari e nelle mani, anche su un muro, che tanto fanno schifo quelli delle città. Fatevi carezzare da questa matta, scomparsa oggi a qualunque sguardo non a quello di chi ancora fruga tra le sue parole, i sogni…Ogni mattina, un piccolo morso, un assaggio, un ripasso d’amore di normale follia…”Cambierà Schiena dritta contro il vento…”

Da “La carne degli angeli”

Fosse mai scesa una carezza

che attraversasse i secoli

come una lama aperta.

Oh strazio della mia mente

che ha amato un ragazzo libero

che non conosce patria

ti avrei rinchiuso in un manicomio

se le lacrime verdi del tuo sguardo

non mi avessero regalato canzoni

Alda Merini

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Ma di che cosa stiamo parlando?

Posted by comitatonogelmini su 25 ottobre 2009

 

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di La Fenice
da www.scuolaoggi.org

 

 

 

Un interrogativo che mi si ripropone, spesso, in questi ultimi mesi, quando  sui  giornali compaiono alcuni  titoli e  articoli sulla scuola.

E’ da tempo oramai che i  contributi sulla politica scolastica sono centrati prettamente sul versante organizzativo e  ordinamentale, poco attenti a  ciò che veramente è,  e dovrebbe essere, la scuola,  al progetto culturale, alle  finalità che le sono state assegnate  dalla Costituzione.

Che cosa insegnare e come insegnare restano, il più delle volte,  sullo  sfondo e, sempre più raramente, riescono a conquistare il  palcoscenico, se non quando essi destano qualche allarme, legato a problemi specifici come, ad esempio,  la definizione degli orari di cattedra o delle classi di concorso.

L’attenzione e la passione per il progetto culturale, per il fare scuola, non sono più – così come invece dovrebbe essere- temi centrali tra coloro i quali operano nella  scuola e per la scuola.

Questo andamento non può che indurre  qualche  perplessità e domanda,  mentre in questi giorni si assiste ad una accelerata  da parte del Ministro,  intenzionato a  portare a termine, in tempi brevi, l’iter, già avviato,   del progetto di “riforma” dell’intero sistema scolastico. 

In questo ultimo anno l’attenzione dell’opinione pubblica si è soffermata, più volte e a ragione, su questioni importanti e di peso per il futuro della nostra scuola,  come la  riduzione indiscriminata dei docenti, i tagli di spesa, la riorganizzazione della  rete scolastica ecc. Tutte questioni di rilievo e essenziali per il buon funzionamento dell’intero sistema scolastico, ma che da sole non devono e non possono, a mio parere,  esaurire il dibattito sulla scuola e il suo futuro. Avere un tempo scuola, adeguato ai tempi di apprendimento degli allievi,  studiare e insegnare in un luogo  accogliente, pulito e funzionale, non sono condizioni secondarie. E’ chiaro.  La qualità e la dignità della  scuola passano anche attraverso la realizzazione di queste  condizioni di partenza. L’accurata  gestione  degli edifici e degli spazi, il tempo scuola,  l’attuazione di tempi distesi per l’apprendimento degli allievi sono tutti  requisiti minimi che  devono stare  tsul tavolo delle priorità  di chi ha responsabilità di governo. 

Ma alcuni  titoli di  giornali continuano a  spostare l’attenzione su questioni che, pur avendo una loro fondatezza e urgenza, danno una visione della scuola e dei suoi problemi parziale, fuorviante  e non sempre adeguata alla sua complessità. 

E’ accaduto, ancora  una volta, proprio qualche giorno fa. Dopo l’audizione del Ministro dell’Istruzione alla Commissione Cultura della Camera del sette ottobre, i maggiori quotidiani hanno dato grande spazio al problema delle  pulizie nelle  scuole, su chi deve pulire gli edifici scolastici, sul mansionario dei collaboratori scolastici,  sullo spreco di denaro per l’utilizzo delle multiservizi. Una scelta  sulla quale varrebbe la pena interrogarsi. Perché i giornali hanno dato particolare  rilevo a questa notizia? In audizione non si è parlato d’altro? E dei regolamenti per la scuola superiore, si è parlato? Perché? 

E’ tempo che il mondo della cultura, gli esperti delle politiche educative,  i docenti, i  genitori, gli studenti e la  stampa riaccendano i  riflettori su questioni più sostanziali e   di rilevo per il futuro della scuola. Si deve ritornare a discutere del  progetto culturale, di  contenuti e di tutto ciò che deve stare a fondamento  del  sistema di istruzione in un paese che vuole crescere ed essere competitivo con gli altri paesi a livello internazionale. Mentre  al Ministero si ragiona sulla riforma della scuola secondaria di secondo grado e si cerca di dare attuazione ai Regolamenti già approvati per il primo ciclo, nelle scuole si deve riaccendere la passione e l’interesse per ragionare di contenuti, di prospettive e di come “insegnare” ai nostri ragazzi  ad apprendere. Gli anni sessanta/settanta  hanno lasciato una eredità che non è tutta da buttare!

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Arrivederci Gelmini, vado a insegnare in Africa

Posted by comitatonogelmini su 23 ottobre 2009

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Un docente precario scrive al ministro dell’Istruzione. “Sono stanco di sperare nella buca della posta, in attesa di una convocazione che non arriverà mai. Ecco perché ho deciso di partire”. La meta: Dakar, Senegal, un centro di accoglienza per bambini

 

di Emiliano Sbaraglia

 


Caro Ministro,
voglio confidarLe una cosa: sono stanco
.

Sono stanco di sperare nella buca della posta, in attesa di una convocazione che, già so, non arriverà mai prima della metà di ottobre (quest’anno men che mai). O almeno le mie personali statistiche, accumulate in un decennio di insegnamento precario, dicono questo. Dicono anche, quando la convocazione arriva, che non durerà molto, e chissà quando ne arriverà un’altra. E chissà quando arriveranno i soldi. Quando va bene, la media è due mesi dalla scadenza del contratto.

Sono stanco al sol pensiero di ricominciare un altro anno scolastico con questi presupposti. Il sol pensiero, alcuni giorni, mi toglie quel sorriso che, per natura e per una fortuna caratteriale, assaporo la mattina quando apro gli occhi. Il mio solito buonumore, da qualche anno, comincia a dissolversi con il dissolversi dell’estate, con l’incombere della riapertura delle scuole. Ma non perché non abbia voglia di lavorare, anzi, esattamente per il motivo opposto: perché avrei voglia di lavorare, di svolgere il lavoro che sento di saper fare (e di voler fare) tra tutti quelli che sono costretto a mettere insieme per guadagnarmi un’esistenza dignitosa.

Diciamo decente.

Sono stanco, quando finalmente una supplenza arriva, di firmare contratti di venti, massimo quaranta giorni, senza mai avere la possibilità di organizzare un programma didattico completo, sempre in bilico, aggrappato a un rinnovo di cui nulla si sa, se non all’ultimo momento.

Sono stanco di lasciare una classe alla quale mi affeziono, con la quale comincio a condividere una parte della mia vita che poi devo interrompere a bruciapelo, da un giorno all’altro.

Sono stanco di subire i conseguenti sbalzi di umore.

Sono stanco di inventarmi in continuazione altri lavori per sopravvivere.

Sono stanco, con tutto il rispetto, di ascoltare la sua voce, e di leggere le sue interviste. Mi sembra tutto così lontano. Così falso. Così illogico. Oddio, mettendomi nei Suoi panni mi rendo conto che una logica ce l’ha. Il succedersi degli eventi e le cifre che ne scaturiscono parlano chiaro. Al momento del Suo insediamento, raccontano alcune cronache, Le è stato chiesto di recuperare attraverso il Suo dicastero una parte dei soldi utili ad accontentare altri dicasteri ritenuti più importanti (mi chiedo: c’è qualcosa di più importante per un paese della pubblica istruzione?). E lei, diligentemente, ha eseguito il compito assegnatoLe. Il che, numericamente tradotto, significa otto miliardi di euro da rastrellare entro tre anni, recuperabili attraverso il taglio di oltre 130.000 posti di lavoro, aumentando il numero di studenti nelle classi, spazzando via dalle graduatorie una quantità impressionante di insegnanti, o aspiranti tali, abolendo di fatto la cosiddetta “terza fascia”.

Senza dimenticare di strizzare l’occhio alle scuole private, e alla richiesta di rendere centrale e obbligatoria l’ora di religione da parte di chi, in teoria, dovrebbe occuparsi di un altro Stato, non di quello italiano.

Sono stanco di vedere, Lei non ci crederà, i miei colleghi (o aspiranti tali) arrampicarsi sui cornicioni o girare davanti agli ingressi delle “loro” scuole in mutande, per manifestare tutta la loro disperazione. Non riesco più a vederli, neanche in televisione. E non riesco più a guardarli dritto negli occhi, quando mi capita di incontrarli.

Come avrà intuito, Ministro, sono piuttosto stanco. Così ho deciso di riposarmi un po’, ma allo stesso tempo di rimanere attivo (dovessi sentirmi dire anche da Lei che sono un “bamboccione”, o peggio, un “fannullone”).

Ecco perché ho deciso, ancora una volta, di partire.

Qualche tempo fa, in una delle tante pause tra una convocazione e l’altra, ho accettato la proposta di una rivista per un reportage nel sud di Dakar, in un villaggio dove alcuni italiani di buona volontà hanno costruito un centro di accoglienza per bambini, nel quale insegnano loro il francese, lingua nazionale, dandogli in questo modo la possibilità di un futuro. Alla fine della mia permanenza il direttore del centro mi disse: “Sto seguendo quello che accade nel nostro paese. Se non la fanno insegnare in Italia, qui di insegnanti ne abbiamo bisogno come il pane…”.

Ebbene, nei prossimi mesi insegnerò in Africa.

Mi creda, caro Ministro, non è una scelta così coraggiosa come potrebbe apparire. Ci si sente bene, aiutando persone che hanno bisogno di te, e che apprezzano immensamente quanto tu sei pronto a fare per loro. Ci si sente meglio. Ci si addormenta senza patemi; e la mattina, quando apri gli occhi, torna il sorriso. Torna quel buonumore di cui sopra. E poi ho pensato, con un pizzico di perfidia, che in un certo senso questa scelta avrebbe fatto piacere anche a Lei, Ministro, e al governo che Lei rappresenta. Due piccioni con una fava, almeno per qualche tempo: un disoccupato in meno, un precario di meno, che inoltre va pure a insegnare in Africa. Magari così restano nel loro paese, invece di arrivare nel nostro. La invito quindi a considerare questa mia trasferta africana non solo come un’importante e ulteriore esperienza didattica che, ne sono sicuro, migliorerà la qualità del mio insegnamento, ma anche come una forma di protesta nei Suoi confronti. Una protesta individuale, inevitabilmente poco efficace, originale ma poco pratica.

Il fatto è, come ho cercato di spiegare, che sono stanco. Mentalmente stanco. E non riesco a sostare con le tende in viale Trastevere, davanti al Suo dicastero, né a partecipare alle infinite manifestazioni che si moltiplicheranno in questi mesi. Da questo punto di vista ha vinto Lei, almeno contro di me.

Una collega mi ha rimproverato: “Così ci lasci da soli, e il Ministro non saprà mai della tua forma di protesta. Quello che stai facendo, per quanto mi riguarda, è del tutto inutile”. Le parole della collega mi hanno scosso, un po’ anche ferito. E forse sono state soprattutto quelle parole a convincermi che forse era arrivato il momento di scriverLe questa lettera. Perché ormai ho preso la mia decisione: e il mio bagaglio, leggero come la libertà, è
praticamente pronto.

Arrivederci Ministro, dunque. Arrivederci a quando il vento dell’oceano avrà d’incanto portato via la mia stanchezza. Arrivederci a presto. Molto presto.

Cordialmente
Emiliano Sbaraglia

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