La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

Comitato genitori e insegnanti x la scuola pubblica – Padova e Provincia

Perché non manderemo i nostri figli a svolgere le prove Invalsi

Posted by comitatonogelmini su 10 maggio 2011

Riceviamo da un gruppo di genitori della Scuola Primaria “D. Manin” di Padova e volentieri pubblichiamo, condividendone pienamente la decisione
10 maggio 2011
 

Noi genitori dei bambini e delle bambine della V A della scuola primaria “D. Manin” di Padova abbiamo deciso che non faremo fare le prove Invalsi ai nostri figli.

I test INVALSI sono prove standardizzate di italiano e matematica (con risposta a crocette) da svolgersi secondo modalità e tempi rigidamente prestabiliti. A cosa servono? Il ministero afferma che servono a migliorare la qualità delle scuole, molti dicono che in realtà serviranno a tutt’altre finalità, tra cui  fare una classifica delle scuole e degli insegnanti.

DICIAMO NO COME GENITORI

–          perché c’è un’assoluta mancanza d’informazione alle famiglie: al contrario di quanto avviene normalmente per tutte le attività programmate dalla scuola, dei test non ci sono mai stati comunicati il contenuto, le modalità esecutive e le finalità e anche le insegnanti si sono presentate come esecutrici di compiti prescritti dall’esterno;

–          perché le prove non sono anonime: ogni prova è contrassegnata da un codice, che sarà conservato dalla scuola, che identifica l’alunno; tali codici dunque permettono una tracciabilità nel tempo delle prove dei nostri figli;

–          perché, oltre ai test, viene chiesto ai nostri figli di compilare un questionario in cui si chiedono informazioni  sia sulle risorse disponibili in famiglia  (numerosità di libri, disponibilità di un aiuto nei compiti per casa, lingua parlata a casa, ecc.) sia su questioni anche delicate (se hanno subito episodi di bullismo, se vivono più spesso con mamma o papà, ecc.). E’ davvero incredibile che ci venga chiesta l’autorizzazione per qualsiasi tipo di attività proposta dalla scuola (anche una foto di classe) e poi, nel giorno delle prove invalsi gli alunni siano sottoposti a questionari sulla loro vita familiare senza che i genitori ne siano preventivamente informati

–          perché questi test creano ansia: i tempi per le prove sono rigidamente prefissati; gli alunni devono fare bene e in fretta. L’ambiente diventa quello da concorso pubblico.

–          perché i nostri figli dislessici, portatori di handicap, immigrati, insomma tutti coloro che presentano una qualche difficoltà, diventano invisibili e vengono esclusi dalla rilevazione (i loro risultati non verranno, di norma, conteggiati)

DICIAMO NO COME CITTADINI

–          perché questi quiz non hanno nulla a che vedere con la didattica della scuola che conosciamo;

–          perché queste prove non possono registrare le capacità creative, le capacità critiche, i pensieri non standardizzati; se i quiz acquistano centralità, finiranno per farla assumere anche alla didattica delle crocette;

–          perché i quiz di fatto serviranno a creare una classifica delle scuole e degli insegnanti e perciò spingeranno sempre di più i docenti a modificare la propria programmazione, elaborata sulla realtà concreta della classe e dei singoli alunni, piegandola invece all’addestramento ai quiz;

–          perché non è questa la scuola che vogliamo per i nostri figli;

–          perché vogliamo una scuola che coltivi l’unicità dei nostri figli, che si faccia carico delle loro difficoltà e delle loro conquiste, una scuola che aumenti davvero la propria qualità e che non finga un sistema di qualità quando nelle classi manca il minimo indispensabile.

Per tutto questo faremo uscire da scuola i nostri bambini alle 10,45 (ora di inizio delle prove) e li faremo rientrare alle 12,00 (ora di chiusura delle prove) nei giorni 11 e 13 maggio 2011.

Alcuni genitori della classe V A della scuola primaria “D. Manin” di Padova

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12 Risposte to “Perché non manderemo i nostri figli a svolgere le prove Invalsi”

  1. Marco Ugliano said

    Non sono un fanatico sostenitore delle prove INVALSI, ma di fronte alle tante affermazioni diciamo “imprecise” che ritrovo qua e là (la letterina dei genitori della Manin ne contiene un buon campionario) mi fa piacere esprimere il mio personalissimo punto di vista di operatore della scuola (e non di “servo del potere” o dell’Amministrazione).
    I test INVALSI sicuramente non misurano tutto e non intendono certo rappresentare l’estrema complessità dei processi di insegnamento – apprendimento che avvengono in ogni scuola; effettuano delle misurazioni parzialissime su una parte ridotta delle discipline di insegnamento (Italiano e Matematica) e su un campione ridotto della popolazione scolastica (2^ e 5^ primaria, 1^ e 3^ scuola secondaria di primo grado e 2^ e in futuro anche 5^ scuola secondaria di secondo grado). È come se su un tracciato di un chilometro si ponesse l’attenzione su soli 10 metri: gli stessi per tutti.
    Il risultato di questa parzialissima misurazione offre dei dati grezzi, che permettono di comparare (sempre solo per quella ridottissima parte) i risultati tra scuola e scuola, tra territorio e territorio. I dati che l’INVALSI elabora per il suo report Nazionale sono aggregati per macro – aree (regione, Nord, Centro, Sud e Isole); quelli che restituisce alle scuole sono disaggregati a livello di singoli item (percentuali di risposte esatte ad una determinata domanda), indicatori, classi e scuola. La scuola può quindi confrontare i propri risultati tra le varie classi, rispetto alla media regionale, a quella territoriale, a quella nazionale ed anche sapere su quali aspetti ottiene risultati più o meno adeguati. Inoltre, la comparazione dei risultati raggiunti dalla scuola nei diversi anni scolastici fornisce anche un ulteriore dato circa il progresso o meno degli stessi: si tratta di una mole di informazioni che fornisce moltissimi elementi di riflessione alle scuole e che, se utilizzati in un’ottica di miglioramento della qualità del servizio offerto, possono portare a scelte più consapevoli al momento della progettazione dell’offerta formativa.

    Le prove INVALSI non intendono valutare il processo di apprendimento di questo o quell’alunno, ma solo ottenere dei dati circa i risultati che gli alunni delle scuole a livello nazionale ottengono rispetto a determinati indicatori di determinate discipline. Tralascio ogni considerazione, inoltre, circa la qualità docimologica dei processi di valutazione degli alunni attualmente in uso nelle scuole del nostro Paese, nella quasi totalità dei casi legate alla soggettività ed all’arbitrio assoluto dei singoli docenti, con le disparità spesso macroscopiche di cui ogni alunno ed ogni genitore può essere testimone.

    Il limite attuale del sistema dell’INVALSI è di non riuscire a determinare chiaramente il “valore aggiunto” di ogni singola scuola, ma di elaborare dati solo a livello “grezzo”, indistinto. Al momento attuale, quindi, i risultati delle prove INVALSI non fanno altro che fotografare l’esistente, le ovvie differenze che sono frutto dei diversi contesti socioculturali del nostro paese: è abbastanza normale attendersi che i risultati di una scuola di un quartiere “bene” di una città centro – settentrionale siano molto migliori di quelli di una scuola posta in un quartiere a rischio di una metropoli del meridione.
    Quello che al momento non si riesce ancora a capire (ed è su questo, a quanto ne so, che si sta lavorando) è quanto abbia inciso l’esperienza scolastica sui risultati ottenuti dagli alunni, quale sia la differenza, cioè, tra il livello di partenza e quello raggiunto (il cosiddetto valore aggiunto). È questo il senso delle informazioni richieste agli alunni per determinare il contesto di provenienza e di partenza di quella classe e/o quella scuola e definire, di conseguenza, il “valore aggiunto” dell’esperienza scolastica. In altri termini, se una scuola a “rischio” partendo da un livello n raggiunge il livello n+3 appare evidente l’incidenza dell’esperienza scolastica. Così come se una scuola con un’utenza medio-alta parte da un livello n+7 ed ottiene come risultato n+7, anche se in termini di dati “grezzi” avrà un risultato in assoluto superiore a quello della scuola che ha ottenuto n+3, in termini di dati depurati dalla situazione di contesto avrà ottenuto un risultato nettamente peggiore.

    Mi fa piacere, infine, che i genitori auspichino che la scuola aumenti la propria qualità, salvo rilevare che come sempre e come tutti quelli che si scagliano contro le prove INVALSI (e contro qualsiasi altro tentativo di valutazione delle scuole, dei docenti, del sistema di istruzione che sia stato mai proposto, da qualsiasi parte politica) dimentichino di fornire il benché minimo esempio di alternativa possibile.
    Questo sistema di valutazione non va bene, ma potremmo sapere, dai genitori della Manin e da chi la pensa come loro e si sta in questi mesi impegnando nella nobilissima crociata contro le prove INVALSI, quale potrebbe essere un sistema accettabile di valutazione delle scuole, dei docenti, del sistema scolastico che permetta di capire come funziona e, se possibile, di migliorarlo?
    A meno che non si voglia affermare che il sistema scolastico italiano sia il migliore possibile, che tutto funzioni benissimo e che le conoscenze e le competenze dei nostri alunni siano di primissimo ordine.
    A chi abbia una percezione del genere faccio presente che le indagini internazionali rivolte agli alunni dalla scuola primaria (PIRLS), secondaria di primo (TIMMS) e secondo grado (OCSE – PISA) vedono i risultati dei nostri alunni spesso in fondo alla classifica, in compagnia di nazioni non proprio di primissimo piano, ma forse noi italiani ci stiamo abituando al pensiero che sia quello il posto che effettivamente ci meritiamo.

    Marco Ugliano
    dirigente del 12° Circolo Didattico “Oberdan” di Napoli

  2. Ferdinando said

    La risposta del dirigente Marco Ugliano la dice lunga sull’onestà e coerenza intellettuale di quanti, negando l’evidenza, si ostinano a promuovere la pratica scellerata della valutazione standardizzata degli apprendimenti.
    Egli si dichiara consapevole che i quiz
    – “non misurano tutto e non intendono certo rappresentare l’estrema complessità dei processi di insegnamento”
    – “effettuano delle misurazioni parzialissime”
    – “non fanno altro che fotografare l’esistente, le ovvie differenze che sono frutto dei diversi contesti socioculturali del nostro paese”
    Eppure, dice, occorre farli. E per quale motivo? Perché essi “permettono di comparare (sempre solo per quella ridottissima parte) i risultati tra scuola e scuola”. E’ in quest’esigenza di comparare che è racchiusa tutta la questione. Anche gli ammirevoli genitori autori della lettera qui pubblicata individuano l’obiettivo cardine della comparazione; scrivono infatti “perché i quiz di fatto serviranno a creare una classifica delle scuole e degli insegnanti”.
    Essi tuttavia, diversamente dal dirigente Ugliano, anziché accettare in modo acritico quest’esigenza si interrogano sulla sua opportunità, sui valori che sottesi a questo postulato. Perché occorre comparare? Soprattutto, perché farlo ad ogni costo, sorvolando su quei gravissimi vizi di uno strumento di misurazione tanto grossolano?
    Pur non esplicitandone la risposta, questi genitori percepiscono una cupa verità, preclusa a chi resta immerso immerso nel pensiero unico del nostro tempo. Percepiscono che quest’esigenza di comparare scaturisce direttamente dalla volontà di conferire agli apprendimenti una stima di mercato che, per quanto approssimativa se non del tutto erronea, consenta di adeguare il sistema scolastico a quel principio di concorrenza che regola lo scambio delle merci. Una concorrenza che, si badi, lungi dall’essere autenticamente libera, deve appunto essere mediata da una valutazione che la orienti verso gli obiettivi decisi da chi governa il sistema, nella terminologia di moda gli “stakeholders”, i portatori di interesse che vanno dai decisori politici ai grandi gruppi di potere economico e industriale.
    E’ in funzione di tali obiettivi e di tale stima che, nel quadro della valutazione standardizzata, si misura quel “miglioramento” di cui il dirigente Ugliano parla, altra espressione del pensiero unico che non ammette alternative. Da quel miglioramento in realtà resta tagliato fuori l’universo di valori in cui i genitori della “Daniele Manin” di Padova giustamente individuano il cuore di un’educazione sana dell’uomo e, soprattutto, del cittadino capace di orientarsi autonomamente nel mondo e contribuire a migliorarlo: “perché queste prove non possono registrare le capacità creative, le capacità critiche, i pensieri non standardizzati”.
    La creatività, il senso critico, il pensiero divergente, del resto, sono esattamente ciò che dagli “stakeholders” di un sistema politico dagli spazi di democrazia sempre più ridotti e di un sistema economico sempre più egemonizzato da multinazionali dai processi produttivi meccanizzati e omologati, assolutamente non è né richiesto né gradito.
    Ugliano accusa i genitori di dimenticare di “fornire il benché minimo esempio di alternativa possibile” quando invece essi in realtà hanno spalancato le finestre della angusta stanza mentale del pensiero unico affacciandosi su un panorama incantevole di prati verdeggianti e orizzonti marini, ritrovando quel respiro di cui si sente da troppo tempo la mancanza nei discorsi sulla scuola.
    Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Di fronte agli orizzonti aperti di chi chiede una scuola a misura di bambino e orientata all’acquisizione di una cultura autentica, egli insiste a chiedere: “potremmo sapere, dai genitori della Manin e da chi la pensa come loro e si sta in questi mesi impegnando nella nobilissima crociata contro le prove INVALSI, quale potrebbe essere un sistema accettabile di valutazione delle scuole, dei docenti, del sistema scolastico che permetta di capire come funziona e, se possibile, di migliorarlo?” Arrivando – con atteggiamento tipico degli aziendalisti – a gettare fango sulla realtà che egli è chiamato a dirigere.
    Fa ironia Ugliano sulla scuola attuale, insulta i risultati che in una carenza strutturale di risorse, l’impegno di tanti bravissimi insegnanti e collaboratori scolastici – e anche di coloro che tra i “dirigenti scolastici” sono rimasti presidi, immuni – per usare metafore renziane – dalla managerite (se non marchionnite) acuta che affligge purtroppo tanti – tra sacrifici e responsabilità assolutamente sproporzionati alla retribuzione percepita, riesce ancora realizzare. E dico ancora, perché purtroppo le politiche scolastiche degli ultimi vent’anni, tutte orientate al mercato, hanno gravemente peggiorato i livelli di istruzione dei nostri studenti. Che restano tuttavia assai migliori di quanto possa risultare dalle valutazioni standardizzate PIRLS, TIMMS, OCSE-PISA, che non sono altro che la versione internazionale degli scellerati quiz invalsi e, come questi ultimi, ignorano la creatività, il pensiero critico e persino quella capacità di esprimersi verbalmente e per iscritto che i “vecchi” sistemi dei compiti e delle interrogazioni permettono di rilevare.
    Certo, temi e interrogazioni non fanno “qualità docimologica”. Ma, vorrei invece chiedere io ad Ugliano, ha senso pretendere qualità docimologica da chi rigetta l’impianto stesso della docimologia? Che, altro non è che un approccio sperimentale e assai discutibile della pedagogia centrato interamente sulla misurazione numerica e sulla ricerca di una chimerica e truffaldina oggettività che in realtà è solo uniformità. Senza quiz dunque, non solo non c’è “qualità docimologica” m anon c’è proprio docimologia, e ne siamo ben contenti!
    Meno contenti siamo di ascoltare menzogne sui “processi di valutazione degli alunni attualmente in uso nelle scuole del nostro Paese, nella quasi totalità dei casi legate alla soggettività ed all’arbitrio assoluto dei singoli docenti”. Spiace rilevare che un dirigente non sappia o finga di non sapere che la valutazione degli scolari ha natura collegiale (vi partecipano, tra l’altro e spesso a sproposito, anche i dirigenti), nella collegialità appunto risiedendo l’unica autentica garanzia di attendibilità, che scaturisce dal confronto e dal dialogo tra prospettive e approcci diversi, non dall’accoglimento acritico dell’arbitrio – questo sì con pretese d’assoluto – di valutatori che una classe non l’hanno mai neppure vista e che pretendono, dal chiuso dei loro confortevoli uffici, di giudicare il lavoro di insegnanti e scolari di un intero paese, se non dell’intero mondo.

    Suppongo che Ugliano conosca la natura dell’OCSE: Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, nata con l’obiettivo di globalizzare l’economia di mercato. E suppongo che, da dirigente, sia altresì informato che sui danni delle rilevazioni OCSE-PISA, siano stati eccepiti, da studiosi di rilievo internazionale, rilievi analoghi a quelli di cui i genitori della Daniele Manin si fanno portavoce. (http://www.roars.it/online/i-test-ocse-pisa-danneggiano-listruzione-a-livello-mondiale-un-appello-firmato-da-docenti-universitari-di-tutto-il-mondo/).

    Ma suppongo anche che tutte queste argomentazioni siano purtroppo destinate a scivolare via come acqua piovana sulla mente impermeabile di chi ha adottato, in buona o mala fede, l’astratto modello economico-ideologico neoliberista di interpretazione del reale.

    Non scivoleranno – questa deve essere la speranza e l’augurio – sui milioni di uomini, genitori, scolari, insegnanti, collaboratori scolastici, che la scuola la vivono ogni giorno e, consapevoli che da essa dipendono le sorti della società, si impegnano concretamente per difenderne la dignità e per migliorarla davvero.

    Ferdinando Goglia – Insegnante

  3. Si, certo… sono importanti le prove INFALSI (avrò commesso qualche errore?)… i bimbi (o, riferendomi alla Primaria, dovrei dire i fanciulli, già) ne vanno matti. Si divertono a dare risposte, un po’ a caso, un po’ ad intuito, a quelle strane domande di cui la maestra, né la mamma, gli hanno mai parlato. E proprio con questo “mezzo” abbiamo trasformato… ma che dico?… RIVOLUZIONATO la scuola italiana!… Difatti, la scuola dei ricchi centri di Roma o Milano sono rimaste tali e le scuole delle periferie di Napoli o Catanzaro, povere di tutto, sono rimaste tali, guarda un po’. I BES, poi, completamente “oscurati” è una trovata geniale. Addirittura, parte di essi se n’è fatti un “pacco” con tanto di fiocco e si è detto ai docenti: “Questi te li vedi tu!” E il docente, in molti casi ha risposto: “Certo, mo’ me li porto a casa.”
    Qualcuno, cattivone e mal pensante, ovviamente, sostiene che le prove INFALSI servano a tenere in piedi un sistema da “foraggiare” coi bei soldini dei contribuenti. Qualcun altro, con rude mentalità leghista (un nome a caso: Gelmini), ha tentato (e forse vi è anche riuscita) ad avviare il modo che si stilasse la classifica delle SCUOLE BUONE (centro-nord), che più di altre meritano il sostegno di risorse ed opportunità, e le SCUOLE CATTIVE (Sud, sempre lui), alvei di fannulloni e incivili che non meritano nemmeno l’attenzione del Ministero dell’Istruzione.
    Eh?… Che dite?… Arrivano tanti fondi per la dispersione scolastica?… In modo equilibrato, vero?… Beh, io ho altro tipo di notizie: http://www.repubblica.it/scuola/2014/02/11/news/scuola_il_pasticcio_dei_fondi_per_combattere_la_dispersione-78251559/
    Scusatemi se mi sono allontanato dall’argomento; torniamo all’infalsità delle prove. Insegnare nella scuola Primaria a “tempo pieno” (diffusa, come sapete, al Centro-Nord) è un conto; insegnare nella scuola Primaria a 27 ore settimanali (scuola del Sud meglio conosciuta come scuola del “maestro unico”) è altra storia. È, quest’ultima, una scuola a “mezzo servizio” che delega parte della sua azione formativa alle famiglie (compiti a casa del pomeriggio). Ora, se la famiglia ha tempo e modo di aiutare il figlio, bene… diversamente, tutto si traduce in uno svantaggio, per certi alunni, e deficit di conoscenze che si accumulano di giorno in giorno e che provocano lacune difficilmente colmabili, poi, in classe.
    In presenza di queste “anomalie” di sistema, cosa ti fa l’INFALSI?… Somministra le STESSE prove a tutto il territorio, comprendendo le macro-aree con scuole strutturalmente e funzionalmente diverse!
    Qui, due sono le questioni che si aprono: o somministriamo prove diverse per scuole diverse o, più ragionevolmente, somministriamo prove uguali per scuole STRUTTURALMENTE E FUNZIONALMENTE UGUALI!… Ma qui, temo che il discorso si complichi maledettamente per lo Stato per cui comprendo che diventi più conveniente ignorare le differenze o NEGARLE, si… negarle, questa è un’ottima soluzione!
    Per cui, quando il sistema INFALSI somministra le sue prove, e non tiene conto di queste differenze STRUTTURALI/FUNZIONALI tra i vari territori, pensa di valutare il sistema in modo corretto ma a me, all’università, hanno insegnato che le prove di valutazione, per essere affidabili e credibili, devono tenere conto di TUTTE le possibili variabili che contribuiscano o influenzino il risultato finale e, quantomeno, tenerne conto in sede di valutazione ma questo, evidentemente, non avviene e tutto procede nella solita autoreferenzialità, parzialità e INFALSITÀ.
    Vincenzo Buonomo – docente di Scuola Primaria a Napoli

  4. ….secondo me avete solo dei figli somari. Mia figlia ha tutti dieci e nelle prove invalsi è sempre la prima. Non sarà che volete difendere narcisisticamente i vostri bimbetti ?

  5. La questione della valutazione è delicata e chi lavora nella scuola lo sa bene. Gli alunni vanno motivati, non mortificati, vanno sostenuti, non demotivati. Il voto che per gli alunni è purtroppo un giudizio su chi sono, non su quello che sanno fare, è uno strumento di una delicatezza incredibile e l’insegnante dovrebbe capire ogni volta quando è il caso di sostenere l’impegno con un voto appena negativo negli scarsi risultati oppure evidenziare gli errori per spronare al miglioramento. Tutto questo per spiegare che l’essere umano, nella sua complessità, sfugge a qualunque forma di valutazione , che le cosiddette prove oggettive non esistono come spiegano bene le teorie cognitive e le teorie sull’intelligenza multipla. Chi insegna e per dovere d’ufficio valuta sa benissimo come stanno le cose con i voti, ed è per questo motivo che la questione della valutazione è argomento spinoso e controverso. Io sono insegnante e non temo di essere valutato, ma vorrei capire chi mi valuta e sulla base di quali criteri….Valutiamo la dispersione scolastica ? Benissimo, abbasso i miei parametri, tutti bravi e tutti promossi, efficienza al 100…valutiamo i contenuti ? Benissimo, si studia da pagina a pagina, 4 test al mese, chi riesce è premiato gli altri scendano dal carro dei vincitori…..valutiamo l’insegnante-educatore ? benissimo, didattica alternativa, peer learning, lavori di gruppo, dibattiti, autovalutazione, autoapprendimento, lavoro in rete, didattica aucostruita. Io sono un insegnante orientato sui processi di apprendimento, innamorato dell’insegnare ad apprendere e che mette i contenuti spesso in secondo piano, preferendo dedicare il poco tempo a disposizione a spiegare ai ragazzi come si prendono appunti, le mappe concettuali, come la mente apprende, tecniche di rilassamento e meditazione per migliorare la concentrazione..eccetera eccetera…..quindi la mia didattica, se valutata in termini quantitativi di contenuti strettamente inerenti alla materia non riesce a coprire in alcune classi il 100 % della programmazione, qualcosa resta indietro. Sono le scelte che ogni insegnante fa, nella sua responsabilità fino a che l’insegnamento resta libero.
    Le prove INVALSI hanno le stesse carenze di tutte le prove, sono criteri di valutazione astratti che non ci dicono NULLA sul come agire per migliorare una situazione e l’apprendimento di un alunno, per fare questo servono le persone, attente e sensibili.

  6. alice conforti said

    La mia scuola, quella buona, è per imparare tutti insieme, per ragionare, per fare un cammino di conoscenza e di fatica.
    Sbagliando, si impara ancora e ..che bello che è quando ci si unisce fra compagni.
    Si provano emozioni in mezzo ai quaderni e ai libri.
    E’ palestra di vita sociale e culturale.
    Nel tempo, forse, rimane qualche nozione…sicuramente, invece, rimane ciò che si è capito e ciò che il bimbo ha visto essere un valore.

    Il valore, per me, è la cultura, il piacere di sapere….questo è il metro di giudizio, non certo l’arrivare sempre prima e avere tutti 10.
    Anche perchè, purtroppo o per fortuna, non sarà sempre così…la vita è lunga davvero e richiede tante capacità.
    E nessuno ha le migliori capacità in tutto.

    Qualcuno, per qualcosa, sua figlia la dovrà aspettare.
    Mi auguro ne avrà rispetto..aiutandola e non chiamandola “somara”.

  7. Giuseppe said

    La scuola deve andare aventi per MERITO dimostrato nelle aule e non a seguito di ricorsi al TAR , per errori di forma ricavati da verbali scolastici!

  8. rosa said

    Questa lettera è legittimata solo dalla condivisibile obiezione che manca adeguata informazione al riguardo…quindi su queste prove ciascuno proietta ciò che più gli fa comodo. L’obiezione dell’ansia la trovo personalmente ridicola (solo questo punto la dice sulla situazione educativa generale dei nostri figli), ma un paio di altre le condivido. Sono un’insegnante ma personalmente non temo le prove invalsi, non sono affatto distanti dal modo di far scuola “per competenze” che da anni ormai si chiede agli insegnanti di attivare e se verranno usate o meno per scopi discutibili, dipende sempre e solo dalle manipolazioni che inevitabilmente derivano quando ci sono poca chiarezza e informazione. Personalmente ho seguito un corso di formazione dove era presente uno dei maggiori coinvolti nell’Invalsi, un tal Giorgio Bolondi, che fu molto chiaro su modalità di costruzione e scopi di queste prove….Peccato non si siano promosse occasioni di informazione più generali e capillari. E’ vero, se si pretende il consenso informato pure per una foto di classe, bisognerebbe averlo anche qui.

  9. Alex said

    Anche mia figlia ha tutti 10 ma fortunatamente non ha un papà coglione…
    Il pensiero dell’insegnante Ferdinando Goglia è totalmente condivisibile e bene hanno fatto questi genitori di Padova ad attuare questa protesta. Mi impegnerò a divulgarla.

    Un papà di Trieste

  10. certo che se volete credere ad una cazzata del genere e solo xche anche voi siete una massa di ignoranti…..sono 3 anni che lavoro nell’azienda che prepara invalsi …e vero che vengono divisi x codici e x province …ma se una scuola a 20 classi i volumi sono 20 1 x classe ,e non uno x alunno …quindi prima di scrivere queste bufale sarebbe meglio informarvi….xchè se è questo l’esempio che date ai vostri figli ,che Dio ce ne scampi e liberi….purtroppo questa è l’italia ..una massa di creduloni che prima di rispondere non si informa……

  11. Mi permetto di segnalare alla signora domenica che le “cazzate” le sta sparando lei!
    Ad ogni alunno di una classe viene dato un proprio fascicolo con un proprprio codice identificativo che la singola scuola mediante il sistema SIDI associa ai dati personali dell’alunno: vedi anche questo post
    https://comitatoscuolapubblica.wordpress.com/2012/05/13/i-test-invalsi-sono-anonimi/
    Il fatto che lei lavori per l’azienda che prepare le prove Invalsi (penso che volesse dire che le stampa…) non le ha comunque insegnato come poi le prove vengono distribuite in una singola classe.
    Carlo Salmaso per il Comitato

  12. […] Perché non manderemo i nostri figli a svolgere le prove Invalsi […]

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